Sono giorni turbolenti per la destra latinoamericana. Dalla caduta ingloriosa di Bolsonaro alla follia di Milei, dalla resa di Noboa alle grida stridenti di Ponce in Uruguay, all'ipotetico golpe in Colombia alla reiterata aggressione al Venezuela. Il nuovo avventurismo della destra latinoamericana tenta un nuovo protagonismo continentale in piena sintonia con gli interessi degli Stati Uniti, da cui dipende la sua esistenza e che a sua volta, dalle vittorie dei suoi dipendenti, raccoglie dividendi politici, militari e finanziari.

La destra latinoamericana non è né nuova né originale: è guidata dal latifondo e dagli imprenditori locali e acquisisce connotati di massa grazie a un discorso aggressivo e violento che insinua l'idea di una nuova politica e di una rottura con il passato, ma che in realtà non è altro che una copia aggiornata dello stesso.

Il suo estremismo non è una novità: negli anni '60-'70 si è presentato sotto le vesti di dittature militari e negli anni '80 si è vestito con le vesti di formazioni paramilitari; la pulizia di questi anni è puro trucco. La sua ricetta per governare è sempre stata il razzismo, il saccheggio e la repressione e ha sempre cercato di tenere insieme militari e finanza. Non ha mai avuto, né mai avrà, le caratteristiche del conservatorismo di stampo europeo, di una destra repubblicana pienamente inserita nella corrente democratica e costituzionale dei rispettivi Paesi; questa dimensione non le è affine né nella sostanza né nello stile del suo discorso politico.

La vocazione al golpe che caratterizza la loro azione politica è aggiornata e accompagnata da una vocazione non meno preoccupante di non accettazione delle regole del gioco democratico. Sia gli Stati Uniti che le destre dei rispettivi Paesi ricorrono alla delegittimazione delle campagne elettorali: "pre" - quando i sondaggi non danno loro alcuna possibilità - e "post" quando i risultati elettorali sanciscono la loro sconfitta. Non si tratta solo di un approccio politico o ideologico che afferma la credibilità dei processi elettorali solo in caso di vittoria: è la volontà di delegittimare la natura istituzionale dei sistemi politici quando non corrispondono al modello stabilito dalla Dottrina Monroe.

 

Paura della Cina

Il modello è quello esibito nella recente visita in Ecuador di Laura Richardson, capo del Comando meridionale delle forze armate statunitensi. L'accordo USA-Ecuador aggiorna il livello di ingerenza - sfacciata nei modi e illimitata negli obiettivi - che è l'essenza della politica statunitense nel subcontinente latinoamericano.

Non è un caso che a firmare gli accordi, invece del Segretario di Stato per l'America Latina, sia stato inviato il capo del Comando Sud delle Forze Armate. Questa sfacciataggine, l'esposizione pubblica di ciò che prima era nascosto, manda un messaggio chiaro: siamo pronti a usare la forza per mantenere la supremazia politica, commerciale e militare nel continente. Tanta pubblicità sembra rivolta alla sinistra continentale, ma soprattutto al vero incubo planetario degli Stati Uniti: la Cina.

È la presenza della Cina in America Latina, infatti, che mette gli Stati Uniti a disagio e li induce a mettere in secondo piano tutte le politiche soft, tutti i trucchi della comunicazione ufficiale, per mostrare invece, senza ritegno alcuno, il volto della forza.

D'altra parte, con l'ingresso di Honduras e Nicaragua nella Belt and Road Initiative, 23 Paesi dell'America Latina e dei Caraibi (LAC) hanno firmato accordi con Pechino nell'ambito di questa iniziativa e 26 hanno stabilito relazioni diplomatiche con la Cina, ponendo fine al riconoscimento formale di Taiwan Solo 5 continuano a riconoscere l'isola cinese che gli americani vorrebbero fosse la loro provincia.

Negli ultimi anni, le iniziative diplomatiche di Pechino hanno contribuito a istituzionalizzare il suo impegno nella regione e a ottenere il plauso internazionale. La crescita degli scambi commerciali è stata molto elevata: la Cina è oggi il primo partner commerciale di Brasile, Cile, Perù e Uruguay, e il secondo di Colombia, Venezuela e Argentina (anche se Milei ha già annunciato la rottura delle relazioni, senza però indicare da dove arriveranno i soldi se Pechino deciderà di fare default sul debito). In prospettiva, anche Nicaragua, Honduras ed El Salvador potrebbero diventare partner importanti, anche se con profili molto diversi. Abbastanza per far suonare un campanello d'allarme alla Casa Bianca, già infastidita dal rifiuto dell'America Latina di sanzionare la Russia e armare l'Ucraina.

Inoltre, la partnership cinese si basa su una relazione commerciale libera da condizionamenti politici e prescrizioni economiche, tipiche del FMI. Pertanto, ottenere liquidità dalla Cina piuttosto che dall'Occidente offre maggiore libertà e autonomia ai singoli governi nella definizione delle politiche finanziarie. Inoltre, l'UE ha appena ceduto alle richieste degli agricoltori europei che chiedono la cancellazione dell'accordo Mercosur. Questo, ovviamente, andrà a vantaggio della Cina, che avrà risorse aggiuntive per soddisfare il suo immenso fabbisogno interno, mentre i Paesi latinoamericani potranno contare su una maggiore liquidità. Vantaggi reciproci.

La parziale contrazione della crescita cinese non intacca seriamente le sue capacità di liquidità, e questo è l'elemento che più preoccupa Washington, che vede svanire il possibile ricatto economico-finanziario nei confronti del subcontinente a sud del Rio Bravo che le garantiva l'adesione (forzata o voluta) di Paesi utili a fornirle tutto ciò di cui ha bisogno e che non ha, e quindi a darle la dimensione di superpotenza planetaria. Il suo dominio è decisivo per consentire alla sua popolazione (il 5% della popolazione mondiale) di utilizzare il 69% delle risorse del pianeta.

L'America Latina è la più grande riserva della biosfera del pianeta, ospita enormi ricchezze idriche, minerarie e fossili e, per la sua posizione geografica e il suo indice demografico, è fondamentale per gli equilibri geopolitici e militari del pianeta. Per questo e altro, in poco più di un secolo le truppe statunitensi l'hanno invasa 42 volte, senza contare i colpi di Stato organizzati e finanziati e i tentativi sventati.

Mantenere l'America Latina nella povertà di massa e nel sottosviluppo economico è nell'interesse degli Stati Uniti che, in un rapporto diseguale con il resto del continente, trovano le condizioni migliori per appropriarsi di tutto ciò che l'America Latina produce e gli Stati Uniti consumano. Esattamente il contrario per la Cina, che trova interessi strategici proprio nello sviluppo tecnologico e industriale dell'America Latina.

Oggi gli equilibri globali sono in continuo mutamento e si muovono in direzione multipolare. Non solo Cina e Russia stanno espandendo la loro influenza in America Latina, ma i BRICS stanno assumendo sempre più un profilo di interesse prioritario per il continente, un'ottima alternativa al rapporto obbligato e mai conveniente con gli Stati Uniti.

L'idea che Washington possa continuare a controllare il mondo senza nemmeno saper controllare il proprio "cortile di casa", più che un'involontaria ironia, è una schietta dimostrazione del fallimento di un disegno imperiale che viene seppellito sotto l'avidità e l'arroganza che lo hanno generato.

Pin It

Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy