Dopo settimane trascorse ad accusare Hamas di non volere accettare un accordo per la liberazione degli “ostaggi” che avrebbe messo fine alla guerra nella striscia di Gaza, il regime israeliano di Netanyahu ha scatenato l’annunciata offensiva nella località di Rafah letteralmente poche ore dopo che il movimento di liberazione palestinese aveva dato il proprio consenso all’accordo sul cessate il fuoco mediato da Egitto e Qatar. I contorni dell’offensiva non sono ancora del tutto chiari, a parte l’intensificazione della strage, ma è lampante dagli eventi di lunedì che Tel Aviv non ha alcun interesse a cessare le operazioni militari, se non come conseguenza di pressioni reali e concrete da parte degli Stati Uniti che, però, continuano a tenere un atteggiamento a dir poco ambiguo sulla crisi in corso.

 

Nella giornata di martedì, le forze di occupazione hanno ottenuto il “controllo operativo” del valico di frontiera di Rafah tra la striscia e l’Egitto. La prima e più drammatica conseguenza è lo stop agli aiuti umanitari che, sia pure in maniera inadeguata, entravano da sud a Gaza. L’invasione era stata preceduta da un ordine di evacuazione ai civili palestinesi, in particolare quelli che avevano trovato rifugio nella parte orientale della città. La ONG Euro-Med Monitor ha affermato che Israele non aveva però spiegato come i palestinesi avrebbero potuto essere trasferiti in sicurezza nelle aree deputate teoricamente a ospitarli, né vi erano state rassicurazioni sul fatto che le forze armate sioniste, come hanno fatto più volte nei mesi scorsi, non avrebbero fatto fuoco sui civili in fuga.

Inutile dire che l’operazione scattata lunedì aggraverà ancora di più la crisi umanitaria a Gaza. Oltretutto, i quartieri orientali di Rafah presi di mira dalle prime fasi dell’invasione israeliana, oltre a includere i posti di frontiera da cui arrivano gli aiuti dall’Egitto, ospitano uno dei più importanti ospedali rimasti in piedi nella striscia. A meno di contrordini a breve da collegare alle trattative che proseguono su un possibile cessate il fuoco, è inevitabile che anche l’intera località di Rafah, dove si erano recati circa 1,4 milioni di profughi palestinesi dopo il 7 ottobre scorso, verrà pressoché completamente distrutta da Israele.

Nel tardo pomeriggio di lunedì Hamas aveva quindi comunicato ai rappresentanti di Egitto e Qatar che la proposta sul tavolo era stata accettata e la palla veniva passata perciò al campo israeliano per la definitiva ratifica dell’accordo. La fazione ultra-radicale del gabinetto Netanyahu ha allora con ogni probabilità spinto per rilanciare l’offensiva militare, mentre sono iniziate a circolare notizie su un disaccordo tra Tel Aviv e Washington al fine di giustificare il mancato stop delle operazioni israeliane.

La testata on-line Axios ha scritto martedì, citando anonimi funzionari israeliani, che Netanyahu sarebbe rimasto spiazzato dall’annuncio di Hamas sull’accettazione della tregua, visto che il documento approvato conteneva modifiche non gradite al suo governo. Inoltre, i cambiamenti erano stati concordati con Egitto, Qatar e Stati Uniti, ma il governo americano ne aveva tenuto all’oscuro quello di Israele.

Un’altra fonte di Axios sostiene tuttavia che lo scorso fine settimana rappresentanti americani avevano invitato al Cairo delegati israeliani, verosimilmente per prendere parte alle discussioni sulla finalizzazione dell’accordo, ma Tel Aviv aveva declinato l’offerta. La decisione viene definita un “errore”, perché ha tolto a Israele “visibilità” sui negoziati. È possibile piuttosto che si sia trattato di un sabotaggio indiretto da parte di Netanyahu, che preferiva tenersi una carta per respingere la proposta di tregua o, quanto meno, per allungare i tempi con la scusa di non avere concordato le modifiche al testo.

L’approvazione all’unanimità da parte del governo Netanyahu dell’invasione di Rafah è comunque l’ennesima dimostrazione del fatto che Israele non vuole in nessun modo la pace a Gaza. Hamas ha accusato martedì il regime sionista di boicottare i negoziati e, in effetti, il significato degli eventi di queste ore è inequivocabile. Al di là delle modifiche alla bozza di accordo che hanno convinto Hamas a dare il proprio via libera, l’ordine di lanciare l’offensiva di terra a Rafah, oltre a rappresentare l’ennesimo crimine, è una colossale provocazione e assieme una esplicita dichiarazione d’intenti di Netanyahu. Hamas aveva infatti avvertito più volte che questa operazione, minacciata da settimane, avrebbe fatto saltare le trattative per una tregua. Ciononostante, da Tel Aviv non si è atteso nemmeno ventiquattro ore per verificare il testo su cui era possibile convergere e mettere fine alla strage.

Il giornalista belga veterano delle vicende mediorientali, Elijah Magnier, in un’intervista al network russo Sputnik ha riassunto efficacemente il quadro. “Netanyahu non vuole un accordo”, ha spiegato, “perché non implica per lui nessun beneficio”. Ciò che desidera è invece che “tutti i prigionieri e gli ostaggi [israeliani nelle mani di Hamas] vengano rilasciati per poi riprendere la guerra”. Il nodo cruciale della questione è precisamente la durata e la natura del cessate il fuoco. Da un lato, Hamas non intende accettare nessuna proposta che non preveda uno stop permanente alle operazioni militari, mentre Israele, come ha spiegato Magnier, punta a riportare a casa i propri cittadini detenuti nella striscia per poi tornare ad agire liberamente contro la resistenza palestinese.

La bozza accettata lunedì da Hamas contiene infatti la possibilità di arrivare a una cessazione permanente delle ostilità in una seconda fase dell’accordo. Ciò avrebbe dovuto seguire una prima fase con la sospensione temporanea del conflitto, la liberazione di una parte degli “ostaggi” e il ritiro delle forze di occupazione dalle aree più popolate di Gaza. È evidente che le modifiche concordate con Egitto, Qatar e Stati Uniti ruotavano attorno a questo fattore decisivo. La pretesa israeliana che le trattative siano avvenute all’insaputa di Tel Aviv e in violazione delle condizioni poste da Netanyahu è invece come minimo fuorviante, dal momento che esponenti dello stesso regime sionista avevano recentemente dichiarato di essere disposti quanto meno a discutere l’ipotesi di una tregua permanente.

Da Washington fanno intanto sapere che l’amministrazione Biden intende muoversi per fare in modo che un cessate il fuoco venga alla fine concordato. L’enfasi continua a essere sulla liberazione degli “ostaggi” nelle mani di Hamas, mentre il genocidio palestinese viene di fatto favorito. A livello ufficiale, la Casa Bianca si oppone all’operazione a Rafah. Nel concreto, però, non solo non si registrano iniziative concrete per fare pressioni su Netanyahu, ma il governo USA è sostanzialmente allineato a quello israeliano, differenziandosi da quest’ultimo solo per la vuota retorica umanitaria. Alcune settimane fa, nel comunicato ufficiale seguito a un vertice tra rappresentanti dello stato ebraico e il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, si affermava infatti che “le due parti concordano sull’obiettivo comune di sconfiggere Hamas a Rafah”.

La giustificazione della distruzione di Hamas, i cui centri nevralgici sarebbero appunto ora nella località situata nella porzione più meridionale della striscia, è l’ennesima falsità israeliana per liquidare popolazione e infrastrutture civili. Senza un intervento esterno decisivo che costringa Netanyahu a fermare l’orrore, il genocidio palestinese farà segnare una nuova escalation tra l’indifferenza della “comunità internazionale”, così come procederanno virtualmente indisturbati i piani per tornare a occupare la striscia di Gaza.

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