Hai voglia a fare smorfie, a dedicare ogni secondo alle telecamere senza le quali il nulla coprirebbe il peggio: esibendo il suo braccialetto di Salvini premier, che più di un progetto a breve termine ormai sembra un epitaffio, quella andata in onda ieri è stata una debacle politica e persino televisiva per Matteo Salvini. L’uomo-felpa ha chiesto pieni poteri ma se il percorso di un nuovo governo sostenuto da PD e 5 Stelle avrà seguito, non  avrà nemmeno quelli relativi alla funzione istituzionale. Ancora ieri si diceva pronto ad asserragliarsi al Viminale, finché qualcuno gli ha spiegato che è proprio da lì che deve sbrigarsi a uscire. Inutili e patetici i tentativi di innestare la marcia indietro per provare a riprendere il rapporto con Di Maio e restare sull’onda. La relazione del Primo Ministro Conte ha dato la misura di come un capitolo si sia chiuso ed ha avvertito i più lesti a cogliere i flussi che l’era del re Mida dei media è diventata quella del bauscia.

 

Salvini, insomma, ha aperto una crisi senza avere un piano B e meno che mai una via d’uscita politica. Non a caso Giorgetti, esperto di sentieri inadatti e salotti impuri, schiumava rabbia verso il suo leader, che del resto ha sempre considerato buono per i consensi ma non per far politica.

Il capo leghista, convinto ormai che i pieni poteri da desiderio fossero divenuti realtà, ha scelto di aprire la crisi di governo pensando di manovrarla ma non ha fatto i conti con gli altri attori della scena. L’idea di far saltare il banco gli era venuta leggendo i sondaggi che lo davano come primo partito e che, in associazione con Fratelli d’Italia e un pezzo di Forza Italia, gli avrebbero dato la maggioranza elettorale. Far esplodere la crisi avrebbe potuto poi bypassare la questione - delicatissima - del Documento di programmazione Economica e Finanziaria, propedeutico alla Legge di Bilancio, che deve essere licenziata dalle Camere entro il 31 dicembre, pena il ricorso all’esercizio provvisorio, autentica iattura sia per gli equilibri politici interni che a livello europeo, come per i mercati azionari. Altro che flat-tax: la manovra - che si annuncia durissima, dato lo sfondamento ulteriore del debito e l’aumento della spesa pubblica, oltre che l’inevitabilità della clausola di salvaguardia (del tutto evitabile da un governo appena in grado di comprendere i numeri) - avrebbe reso evidente la falsità della propaganda salviniana e minato nel profondo il rapporto con il Nord.

L’idea del bauscia era quella di utilizzare il voto per circumnavigare la manovra ed utilizzare i comizi per assegnare all’Europa la responsabilità della stessa.
Ma non aveva considerato tre elementi: il primo è che i 5 Stelle avrebbero colto l’occasione per sfilarsi da una compagnia decisamente contro natura come quella con la Lega e che gli è già costata una notevole quota di consenso; il secondo è che il PD avrebbe visto la resurrezione di Renzi alla guida della sua iniziativa politica con relativo ko per l’inutile, muto Zingaretti, visibilmente incapace di profferire pensieri e parole, dispensando invece un sorriso ebete che ben ne esprime lo spessore politico. Il segretario non voleva il dialogo con i 5 stelle e l’ex segretario si. Il bullo di Firenze ha così ripreso il controllo della linea del PD dopo aver ricordato a tutti che i parlamentari sono con lui. Dunque, il voto unanime della Direzione del PD a favore del dialogo politico con i 5 stelle per la formazione di un governo segna il ritorno di Renzi e l’irrilevanza di Zingaretti. Che poi Renzi appena possibile uscirà dal PD per formare il suo partito è cosa che qui ed ora interessa relativamente. In ultimo - ma non da ultimo - Salvini non ha tenuto conto del ruolo di Mattarella, che non ci pensa proprio a fornire l’ennesima copertura alle porcate leghiste (decreti sicurezza incostituzionali allegramente controfirmati). Perché se sulla pelle degli immigrati e delle politiche sociali si può sorvolare, sulla salute degli investitori e dei mercati - e soprattutto sui diktat UE - il Quirinale, come ai tempi di re Giorgio, ha orecchie sensibilissime.

 

L’evoluzione dell’ennesima crisi avrà il suo decorso naturale. Nei prossimi giorni vedremo se il PD e i Cinque stelle sapranno trovare una intesa possibile, dato che se i grillini hanno potuto governare con la Lega davvero possono farlo con chiunque. E, comunque, molto più connaturato al loro DNA governare contro e non con la Lega. Ma il dato saliente è che la Lega non rappresenta più il centro della vicenda politica; la sottrazione di ieri non diventa somma del domani. Ora cominceranno le consultazioni ed assisteremo all’intero repertorio del melodramma che diventa commedia e poi farsa; ma si profila come probabile un governo che abbia un respiro più ampio che la Legge di Bilancio. E l’idea di un ribaltamento dei rapporti di forza in sede parlamentare, che si ripercuoterebbe forzatamente sull’elezione del prossimo Presidente, allontana invece che avvicinare l’ipotesi del voto anticipato.

La politica non è una scienza esatta ma non la si può definire priva di logica. Ha le sue ragioni e le sue verità nascoste, i suoi precetti e i suoi  riti; ci sono alcune regole che non possono essere ignorate, anche se improvvisati soloni individuano nell’abbattimento di esse la ragione del trionfo politico del peggio. La prima di queste insegna che se se si vuole provocare la crisi per andare alle urne, bisogna disporre di numeri certi in Aula. Altrimenti, quando non vi sono certezze di vittoria, è bene non provocare l’innesco di operazioni parlamentari che, comunque, hanno nella stabilità del periodo elettorale un interesse affatto nascosto. Un'altra regola dice che non si può pensare di votare in autunno con la Legge di Bilancio in discussione. Un’altra ancora spiega come siano necessari piani di ripiego nel caso la crisi si incarti ed un’altra, la più nota, racconta una verità storica: chi provoca la crisi di governo per andare alle elezioni, quelle elezioni le perde.

I trionfi politici sono quasi sempre quelli suggeriti dai sondaggi di opinione, giacché a urne chiuse il ridimensionamento inaspettato racconta ormai sempre di balli che durano una sola estate. Lo sa Renzi, lo sa Grillo ed ora lo sa anche Salvini: la convinzione di avere l’Italia in mano, di poter disporre di ogni e disfare la qualsiasi appartiene alla dimensione onirica degli arruffapopolo, alla fase dionisiaca che accalappia ogni politicante almeno una volta nella vita. Insomma Salvini sognava un trionfo ma per ora c’è solo un tonfo. Ci vuole una vita per diventare qualcuno all’altezza e un attimo per tornare nani.

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