Il fiume di indigeni che invade Quito, proietta sulla scena internazionale un film da non perdere. Protagonisti, coloro i quali vengono immaginati sempre e solo come braccia povere destinate a produrre altrui ricchezze. Stavolta però il film si fa documentario e racconta una storia diversa, quella di chi non accetta di vedersi ridurre lo spazio di sopravvivenza per favorire un ulteriore salto dei profitti privati. E non pensa nemmeno di dover ridurre le sue possibilità per aumentare le royalties delle imprese estrattive statunitensi che, dall’arrivo a Quito di Lenin Moreno, hanno ricominciato a considerare l’Ecuador come un protettorato energetico di Washington.

Il traditore Moreno è accucciato sugli stivali dei militari. Coraggioso nel tradire il mandato ottenuto e i voti ricevuti, ardito nel piegare ai suoi interessi la magistratura e le forze armate, spregiudicato nel proporre una serie di misure con lo scopo di riaprire ed estendere la breccia tra le classi, si dimostra piuttosto codardo nell’affrontare le vittime delle sue prepotenze politiche.

 

Nella crisi ecuadoregna emerge il doppiopesismo dell’Organizzazione degli Stati Americani, che in un comunicato comico difendono il governo “dalle violenze” senza far menzione della repressione brutale e dello stato d'assedio decretato. Tutt’altra posizione da quella che assunse contro Caracas e Managua, che sotto il furore di un tentativo di colpo di stato difendevano con misura e moderazione l’istituzionalità dei rispettivi paesi. Il traditore Moreno parla delle proteste come di “un colpo di Stato”, ma nel caso venezuelano e nicaraguense sosteneva la “libertà di manifestazione” e votava in seno all’OSA per condannare Maduro e Ortega accusandoli di uso della forza e di definire “colpo di stato” ciò che non lo era. Moreno, insomma, non tradisce solo i suoi alleati ma anche se stesso. Nel suo patetico comunicato l’OSA ricorda che il governo Moreno non può comunque essere messo in discussione, diversamente da quanto lo stesso organismo affermava nel caso di Venezuela e Nicaragua.
Eppure, che all’OSA piaccia o no, l’Ecuador ha innestato la marcia indietro da un cammino che lo vede associarsi a Cile, Argentina e Brasile in cessione di sovranità. E' in corso una scossa dalle fondamenta di un sistema politico nato dal tradimento, prosperato grazie alle menzogne ed ai complotti e destinato a finire come altri prima, è una scossa oscillatoria e sussultoria. Nasce dal basso, sì, ma vola in alto e, nel suo muoversi, abbraccia anche altri settori sociali che potrebbero aggiungersi alle proteste. L’Ecuador, infatti, ha una certa consuetudine con la cacciata dei governanti indegni.

Il paquetazo, ovvero l’insieme di misure antipopolari che Moreno ha voluto adottare per ridurre il ruolo delle classi subalterne nel processo socioeconomico nazionale, non ha ragioni economiche. L’economia ecuadoriana non soffre rovesci, il bilancio dello Stato vede un solido avanzo primario e il petrolio a 52 dollari al barile è condizione sufficiente per garantire entrate finanziarie in grado di ammortizzare il peso dello stato sociale. L’intento draconiano è dunque di natura esclusivamente politica: si vuole riportare l’economia nazionale nelle mani del Fondo Monetario Internazionale, che continua, noioso e criminale, a proporre le solite ricette per i programmi di “aggiustamento strutturale”, che significano azzeramento della spesa pubblica e privatizzazione di tutti i beni ed i servizi di interesse pubblico che verranno poi, una volta privatizzati, erogati a costi insostenibili. L’intento del paquetazo è anche riportare il paese nelle mani di una oligarchia parassitaria, ansiosa di realizzare margini ulteriori proprio con le privatizzazioni. L'intenzione è anche piegare la classi lavoratrici con l’estensione a dismisura dell’orario di lavoro e la contrazione dei diritti sindacali, così da ridurre a variabile la dimensione industriale, ridurre la spesa pubblica e drenare gli investimenti verso la finanziarizzazione dell’economia.

Un progetto complessivo di riconsegna delle risorse e nazionali nelle mani delle multinazionali energetiche statunitensi, una gestione finanziaria dello Stato da consegnare nelle mani del FMI e una sovranità militare da riportare sotto il tallone del comando degli Stati Uniti. In sostanza, il progetto prevede la consegna dell’Ecuador alla ripresa economica, politica e militare degli Stati Uniti.

L'ex Presidente Rafael Correa, che è stato anima e corpo della migliore decada della storia per l’Ecuador, sta rientrando in patria, nonostante Moreno abbia tentato in ogni modo di costruire false accuse così da renderlo inabile allo scontro politico-elettorale. Si è tentato, così come in Brasile con Lula e in Argentina con Cristina Kirchner, di trasformare i leader politici della sinistra in latitanti o detenuti, così da poter vincere la contesa elettorale. Ma quanto avvenuto in Brasile ha ormai reso chiaro come il complottismo di magistrature legate mani e piedi al potere delle elites locali e rigorosamente agli ordini del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, sia prodotto della generale corruzione che colpisce il sistema giudiziario e la casta militare in molti paesi latinoamericani, ma che non ha niente a che vedere con le funzioni istituzionali che i corpi dello Stato dovrebbero osservare e, meno che mai, con la verità politica, storica e giudiziaria accertata.

Da diversi giorni l’Ecuador respira aria di cambiamento. Le comunità indigene, valorizzate dalla Rivoluzione cittadina di Rafael Correa, non sono più disponibili a muovere passi indietro; il protagonismo politico che si sono guadagnate è per sempre. Il rischio è semmai quello di un incremento della repressione che porti l’esercito ad assumere il controllo militare della capitale e che questo diventi l’inizio di una resa dei conti dell’oligarchia contro le comunità indigene. Per questo l’opinione pubblica internazionale ha il dovere di vigilare ed impedire che il piccolo despota asserragliato nel fortino lanci il suo rancore contro chi, ignaro che sarebbe stato tradito, lo aveva votato.
E’ un errore che non si ripeterà più: Moreno non potrà essere più candidato di nessuno: a sinistra per tradimento e a destra per incompetenza, Lenin Moreno, il Bolsonaro dell’Ecuador, sa di avere le arroganze contate. Correa ha chiesto le elezioni anticipate in ragione di una evidente crisi di consenso del suo governo, ma difficilmente il codardo Moreno accetterà, sapendo che i suoi padroni hanno bisogno di tempo per costruire un nuovo front-man. Il generale discredito di cui gode e la fama di traditore per denaro lo rende improponibile per ulteriori avventure. Ha voglia ad arroccarsi e a nascondersi: è un prodotto scaduto che, oltre alle comunità indigene, dovrà affrontare anche i latifondisti, generosi con chi li omaggia ma senza pietà verso chi ritengono divenuto inutile per far vincere i loro fini.

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