Il potere di concedere la grazia a soggetti incriminati o già condannati è tra quelli assegnati costituzionalmente al presidente degli Stati Uniti ed è tutt’altro che insolito vedere esercitare questa facoltà, anche in maniera molto generosa, dagli inquilini della Casa Bianca sul finire dei loro mandati. La decisione presa mercoledì da Donald Trump di “perdonare” il suo primo consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, ha tuttavia scatenato accese polemiche a Washington, visto che la vicenda giudiziaria dell’ex generale dell’Esercito riporta al centro del dibattito il cosiddetto “Russiagate” e, soprattutto, il fatto che questa vera e propria caccia alle streghe era basata praticamente sul nulla.

 

Va premesso che il caso Flynn è stato segnato da una serie in interventi molto discutibili e con pochi o nessun precedente da parte dell’amministrazione Trump per cercare di evitare una condanna e il carcere all’ex consigliere del presidente. Lo stesso Trump non aveva peraltro mai nascosto le proprie intenzioni di concedere la grazia a Flynn. Lo scorso marzo aveva avanzato esplicitamente questa ipotesi, lasciandosi andare ad attacchi molto duri contro l’FBI e il dipartimento di Giustizia per il trattamento riservato all’ex generale.

Flynn era stato costretto a dimettersi dalla carica di consigliere per la Sicurezza Nazionale il 12 febbraio 2017, cioè ad appena 24 giorni dall’inizio dell’incarico, dopo che era emersa la notizia delle discussioni intrattenute nel dicembre precedente con l’allora ambasciatore russo negli USA, Sergey Kislyak. Sul contenuto di questi colloqui, secondo le accuse dell’FBI, Flynn aveva mentito sia agli stessi agenti federali che lo stavano indagando sia al vice-presidente, Mike Pence. I contatti tra Flynn e Kislyak non avevano nulla di improprio e, inoltre, la presunta gravità degli argomenti discussi tra i due è stata gonfiata deliberatamente dai responsabili delle indagini, con ogni probabilità dietro pressioni politiche da ricondurre alle dispute sugli orientamenti strategici degli Stati Uniti che stavano iniziando a esplodere nella fase di transizione tra Obama e Trump.

Sugli incontri tra l’allora neo-consigliere di Trump e l’ambasciatore russo si dirà in seguito, vista anche l’importanza dei fatti per le origini del “Russiagate”. Per quanto riguarda le vicissitudini di Flynn, invece, le dimissioni forzate sarebbero state seguite dalla sua ammissione di avere mentito all’FBI durante le indagini sulle molto presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016. Questa mossa doveva far parte di un accordo che prevedeva la collaborazione di Flynn con il “Bureau”, ma successivamente l’ex generale ed ex direttore dei servizi segreti militari aveva ritrattato, accusando i procuratori che lavoravano al suo caso di averlo spinto a mentire con metodi scorretti e ingannevoli. Secondo alcuni, questa inversione di rotta doveva servire a ingraziarsi il presidente Trump e ottenere un provvedimento di grazia, com’è appunto avvenuto questa settimana.

Dopo che il giudice federale assegnato al caso, Emmet Sullivan, aveva respinto la versione di Flynn, quest’ultimo era tornato sui propri passi, dichiarandosi nuovamente colpevole. Dall’agosto 2019 si sarebbero susseguiti altri tentativi di ottenere un proscioglimento, fino a che Flynn aveva ritirato per la seconda volta la sua dichiarazione di colpevolezza. Con la sentenza nei suoi confronti rimandata in più occasioni, a inizio 2020 la vicenda ha preso una piega eccezionale. Il ministro della Giustizia, William Barr, aveva annunciato una revisione del caso e nel mese di maggio il suo dipartimento ha presentato un’istanza per far cadere tutte le accuse nei confronti di Flynn. Il giudice Sullivan avrebbe però respinto la clamorosa richiesta, ma il procedimento è rimasto da allora ingolfato. La decisione di Trump di concedere la grazia ha alla fine concluso bruscamente l’intera vicenda legale.

La messa sotto accusa di Michael Flynn è sempre stata oggetto di feroci dispute legali e ha avuto tutta l’attenzione della stampa americana perché il suo caso aveva il potenziale di mettere in discussione buona parte della credibilità stessa del “Russiagate”. Le risorse investite su un’indagine che avrebbe dovuto dimostrare il ruolo decisivo del Cremlino nell’elezione di Trump sono state enormi in questi anni, ma non hanno di fatto portato a nulla che potesse dimostrare concretamente questa tesi.

Il fatto di tenere in vita l’incriminazione di Flynn e l’ottenimento di una sentenza di condanna avrebbero quanto meno lasciato un appiglio agli oppositori di Trump per giustificare le proprie accuse. Il reato imputato a Flynn aveva comunque un peso molto relativo, ma a ingigantirne la portata ha contribuito non poco la condotta dello stesso presidente e le interferenze, questa volta dimostrate abbondantemente, per demolire il procedimento giudiziario contro il suo ex consigliere. Trump aveva addirittura fatto pressioni sull’ex direttore dell’FBI, James Comey, per lasciare cadere le accuse e, davanti al suo rifiuto, quest’ultimo è stato poi licenziato. Lo scontro sarebbe in seguito sfociato nel lancio di un’indagine “speciale” sulle collusioni russe, assegnata a un altro ex numero uno dell’FBI, Robert Mueller, anch’essa risoltasi sostanzialmente nel nulla.

Tornando alle discussioni tra Michael Flynn e l’ambasciatore russo negli USA Kislyak, un’interpretazione onesta delle intercettazioni da parte della stampa, per non parlare dell’FBI, avrebbe da subito indebolito gli argomenti dei sostenitori della tesi di Trump come burattino di Mosca. La gravità del comportamento di Flynn sarebbe da ricercare nelle promesse fatte al suo interlocutore a nome del nuovo presidente repubblicano di cancellare le sanzioni che Obama aveva imposto nel dicembre 2016 contro la Russia in risposta alle fantomatiche “interferenze” considerate decisive per la vittoria di Trump contro Hillary Clinton. Il neo-consigliere di Trump, in altre parole, avrebbe garantito al rappresentante di Putin a Washington che ci sarebbe stata una ricompensa – la cancellazione delle sanzioni – per l’operazione elettorale portata a termine e verosimilmente coordinata con il neo-presidente.

La realtà offre però una versione differente dei fatti. Dalle trascrizioni dei colloqui tra Flynn e Kislyak emergeva come il tanto denunciato accordo raggiunto tra i due non era altro che il tentativo, del tutto legittimo, dell’amministrazione entrante di gettare le basi per un allentamento delle tensioni con una potenza nucleare, coerentemente con gli impegni presi da Trump in campagna elettorale. Flynn chiedeva chiaramente all’ambasciatore di limitare a provvedimenti equilibrati le ritorsioni da adottare in risposta alle sanzioni imposte da Obama, così da evitare un’escalation che il nuovo presidente non voleva in nessun modo.

Il vero problema dell’iniziativa di Flynn era che la nuova amministrazione sembrava sul punto di gettare le basi diplomatiche per un qualche processo di distensione con la Russia, paese visto invece ormai dalla maggior parte dell’apparato di potere americano come il principale rivale strategico degli Stati Uniti e quindi da demonizzare e mettere sotto pressione senza nessun indugio.

Il risvolto ironico della storia è che collusioni e interferenze di un governo straniero in quel frangente ci furono realmente e sarebbero state dimostrate anche dall’indagine di Robert Mueller. Esse non riguardavano però la Russia, bensì Israele. Netanyahu aveva chiesto a Trump e ai suoi consiglieri di adoperarsi con gli altri governi, incluso quello russo, per convincerli a non votare alle Nazioni Unite una risoluzione di condanna di nuovi insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Com’è ovvio, questo fatto non avrebbe scatenato nessuna campagna o reazione isterica contro l’influenza dello stato ebraico sul governo americano.

La grazia concessa a Michael Flynn anticipa ad ogni modo quello che potrebbe essere un ricorso massiccio a questo strumento di clemenza da parte di Trump nelle settimane che lo separano dall’addio alla Casa Bianca, soprattutto per liberare alcuni suoi uomini dai guai giudiziari in cui sono coinvolti. Un nuovo fronte di scontro politico potrebbe essere infine l’eventuale decisione del presidente di graziare preventivamente se stesso, come ha ipotizzato in varie occasioni, in previsione di possibili incriminazioni derivanti da episodi di corruzione legati ai suoi affari privati.

Il dibattito sulla legittimità di una simile decisione è aperto, ma, quanto meno, il dettato costituzionale sembra limitare il potere presidenziale di concedere la grazia ai soli reati federali. Se così fosse, Trump non potrebbe dunque evitare i procedimenti per evasione fiscale contro di lui e la sua famiglia già avviati da tempo nel circuito statale dai procuratori della città di New York.

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