Le televisioni e i giornali americani hanno aperto mercoledì con la notizia di una mega denuncia per frode intentata contro Donald Trump dalla procura generale dello stato di New York. La causa riguarda il cuore stesso del business dell’ex presidente repubblicano, il mercato immobiliare, visto che documenta una rete vastissima di operazioni attuate sistematicamente per truffare il fisco e per ottenere prestiti a condizioni favorevoli. I guai legali per Trump si stanno rapidamente moltiplicando e sono in molti a pensare che, al di là del merito delle accuse, i procedimenti abbiano risvolti politici collegati alle elezioni di “metà mandato” nel mese di novembre e alla possibile ricandidatura dello stesso ex presidente alla Casa Bianca nel 2024.

La conclusione delle indagini è stata annunciata in una conferenza stampa dal procuratore generale di New York, la democratica Letitia “Tish” James, la quale ha definito “scioccante” lo schema attuato da Trump e dalla sua Trump Organization. In sostanza, le oltre duecento pagine della causa spiegano nel dettaglio come l’ex presidente e i suoi più stretti collaboratori, inclusi i famigliari, fossero soliti gonfiare il valore degli immobili di sua proprietà da offrire come garanzia alle banche in cambio di prestiti. Quando invece si trattava di pagare le tasse, gli immobili venivano svalutati artificialmente per ridurre il carico fiscale.

L’esempio probabilmente più clamoroso citato da Letitia James è quello del super-attico di Trump al numero 40 di Wall Street, a Manhattan, il cui valore dichiarato era di 327 milioni di dollari, cioè un prezzo mai registrato in nessuna compravendita di appartamenti a New York, mentre quello reale di mercato si aggirava attorno ai 45 milioni. Più sofisticato era l’inganno studiato per il country club e il campo da golf di proprietà di Trump a Westchester, sempre nello stato di New York. In questo caso, il valore complessivo era stato calcolato in base al pagamento iniziale da parte dei soci di una quota associativa pari a circa 200 mila dollari ciascuno, anche se questa cifra non era in realtà mai stata incassata.

Nell’indagine che ha anche coinvolto tre dei figli di Trump si ipotizzano oltre 200 casi di valutazioni gonfiate di società e immobili, non solo riguardo al valore ma anche alle dimensioni. La stessa inchiesta era partita proprio da una testimonianza al Congresso nel 2016 dell’ex legale di Trump, Michael Cohen, che rivelava come la ricchezza dell’ex presidente degli Stati Uniti fosse stata ingigantita per convincere Deutsche Bank a finanziare l’acquisto della squadra di football dei Buffalo Bills.

Le “rivelazioni” su Trump e le sue società non risultano di per sé particolarmente sorprendenti. In passato erano già state pubblicate indagini giornalistiche che documentavano un business basato fondamentalmente sulla truffa, anche se talvolta condotto all’interno dei confini legali e fiscali consentiti. Il processo che potrebbe ora aprirsi per Trump non sarebbe inoltre il primo e altre vicende di questo e altro genere negli anni scorsi avevano già fatto luce sull’origine della sua ricchezza. Di maggiore interesse è forse il dettaglio delle truffe messo nero su bianco nelle carte ufficiali.

Va anche ricordato che probabilmente la gran parte del denaro che circola tra i super-ricchi americani e, in particolare, a New York è frutto di manovre non molto diverse o poco meno gravi di quelle attribuite all’ex inquilino della Casa Bianca. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non ci sono conseguenze legali né di immagine per gli uomini e le società che si trovano ai vertici della catena alimentare del capitalismo a stelle e strisce.

Processi e denunce sono a questi livelli quasi sempre un’arma politica e nel caso di Trump ciò risulta ancora più evidente dal durissimo conflitto che la sua apparizione sulla scena politica nazionale meno di un decennio fa ha innescato all’interno dell’apparato di potere americano. È infatti difficile considerare una coincidenza il moltiplicarsi delle cause che per varie ragioni lo hanno coinvolto a partire dalla sua candidatura alle presidenziali del 2016.

In questi ultimi mesi, procedimenti su procedimenti si sono aggiunti in parallelo all’aumentare dell’influenza di Trump sul Partito Repubblicano e al peggioramento delle prospettive elettorali del Partito Democratico. Il procuratore generale di New York, Letitia James, è d’altra parte membro di quest’ultimo partito e nella sua campagna elettorale del 2018, essendo la sua una carica elettiva, aveva promesso precisamente di perseguire legalmente Donald Trump.

Questa situazione offre com’è ovvio la possibilità a Trump e ai suoi legali di denunciare la natura politica dei procedimenti in corso, trasformandoli in un’arma a proprio favore per galvanizzare i sostenitori nel Partito Repubblicano. Paradossalmente, più è alto il numero delle cause in cui è coinvolto più il quadro legale complessivo può apparire come una caccia alle streghe.

Trump, solo per citare i procedimenti di maggiore rilievo, deve far fronte anche all’indagine dell’FBI seguita al sequestro di documenti riservati trasportati dalla Casa Bianca alla sua residenza privata di Mar-a-Lago, in Florida, dopo la fine del mandato presidenziale. Aperte sono anche due cause legate al tentativo di ribaltare l’esito delle elezioni del 2020, di cui una nella Georgia dove Trump aveva fatto pressioni sul governatore e sul procuratore generale per sottrarre a Joe Biden la vittoria nello stato.

A far sospettare che il lavoro di Letitia James sia principalmente di natura politica c’è anche un altro particolare emerso nei giorni scorsi. Nella conferenza stampa durante la quale ha presentato la causa contro Trump, il procuratore generale di New York ha rivelato che i legali dell’ex presidente avevano recentemente proposto un accordo per chiudere il caso, ma il suo ufficio lo aveva respinto. La James ha aggiunto che in futuro potrebbe però valutare una proposta in questo senso, così da evitare un processo a Trump.

Ciò che conta è insomma l’imbarazzo politico per quest’ultimo e il maggior danno possibile da causare alla vigilia delle elezioni e della decisione sulla candidatura alle presidenziali del 2024. La condanna davanti a un tribunale e la pena da scontare passano invece in secondo piano, coerentemente con la condotta di procuratori e giudici americani nella stragrande maggioranza delle cause legali che coinvolgono i rappresentanti del capitalismo USA.

Trump, in ogni caso, almeno in teoria potrebbe andare incontro a una sanzione fino a 250 milioni di dollari, pari alla cifra che avrebbe incassato mettendo in atto le manovre illegali descritte dalla denuncia appena presentata. Inoltre, il procuratore generale James ha chiesto alla Corte Suprema dello stato di New York di vietare a Trump e alla sua famiglia qualsiasi operazione in ambito immobiliare nello stato per cinque anni. Essendo quella descritta una causa civile, la James ha infine presentato un’istanza ai procuratori federali di New York per aprire un procedimento penale contro l’ex presidente e i suoi tre figli coinvolti: Donald jr., Eric e Ivanka.

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