Il fatto che Amazon e gli altri giganti dell’economia americana controllino la politica praticamente a ogni livello non rappresenta ormai più una vera notizia. Che la compagnia di Jeff Bezos venga sconfitta nel tentativo di imporre i propri candidati in una determinata competizione elettorale è invece un evento di rilievo proprio perché inconsueto. In quest’ultimo caso rientra il voto di settimana scorsa per il rinnovo parziale del consiglio comunale della città di Seattle, nello stato americano di Washington, dove l’enorme quantità di denaro sborsato da Amazon per “influenzare” le scelte degli elettori non ha prodotto i risultati sperati.

 

Nella metropoli sul Pacifico che ospita il colosso dell’e-commerce erano in gioco sette dei nove posti del consiglio cittadino e per sei di essi Amazon aveva finanziato una campagna con pochi precedenti volta a impedire il successo di candidati considerati “ostili” al business locale. Lo sforzo puntava in particolare a sconfiggere la consigliera Kshama Sawant, esponente di spicco di Alternativa Socialista, una formazione gravitante alla sinistra del Partito Democratico USA.

La Sawant, che aveva conquistato il suo seggio per la prima volta nel 2013 per poi riconfermarsi nel 2015, ha condotto in questi anni svariate campagne progressiste a Seattle, da alcuni considerate radicali ma, in realtà, tali soltanto in relazione al clima politico odierno. Il conteggio iniziale delle schede dopo la chiusura delle urne indicava un ritardo tutt’altro che trascurabile della Sawant nei confronti del suo sfidante per il terzo distretto della città, il democratico Egan Orion, appoggiato appunto da Amazon. Con il procedere dello spoglio, tuttavia, gli equilibri si sono ribaltati e la candidata “socialista” è riuscita a conservare il suo seggio con un margine di vantaggio relativamente ristretto.

Lo stesso risultato sfavorevole ad Amazon si è verificato anche per altre quattro sfide. L’unico candidato che ha tradotto in un successo l’appoggio dei grandi interessi economici di Seattle è stato Alex Pedersen, impostosi di misura su Shaun Scott, membro dei Socialisti Democratici Americani, anch’essi riconducibili all’orbita del Partito Democratico.

Di quest’ultimo partito facevano parte tutti gli altri candidati – vittoriosi e sconfitti – nel voto di settimana scorsa. I democratici dominano infatti la scena politica di Seattle e il Partito Repubblicano aveva in questa occasione sostenuto i candidati finanziati da Amazon. I contributi elettorali non sono peraltro andati direttamente ai candidati, visti i limiti imposti dalla legge, ma sono stati veicolati tramite uno dei tanti “comitati di azione politica” (PAC) che operano negli Stati Uniti. Essi non hanno limiti né di donazione né di spesa, pur non potendosi ufficialmente coordinare con i politici che appoggiano.

Il PAC a cui Amazon ha versato circa 1,5 milioni di dollari, cioè una cifra enorme per un’elezione di questo genere, era stato creato dalla Camera di Commercio Metropolita di Seattle e in esso sono ovviamente confluite anche le donazioni di altre compagnie con sede nella città. Amazon aveva cercato di massimizzare a livello mediatico il proprio contributo, promuovendo tra l’altro ai primi di ottobre il lancio di una “bomba di denaro”, ovvero un’infusione improvvisa da un milione di dollari teoricamente in grado di intimidire i candidati contrari ai propri interessi e di convincere gli elettori.

Complessivamente, il denaro raccolto dal business cittadino è ammontato a cinque milioni di dollari e solo la campagna di Egan Orion, sfidante della consigliera “socialista” Kshama Swant, ne ha potuti spendere più di 600 mila. Alla fine, l’effetto di questo intervento è stato esattamente contrario a quanto previsto, avendo alimentato l’ostilità di gran parte degli elettori nei confronti di colossi intenzionati di fatto a comprare i membri del consiglio comunale. Questa reazione è stata confermata anche dall’impennata dell’affluenza sia nei singoli distretti sia per la città nel suo insieme, passata dal 30% del 2015 al 55% di settimana scorsa.

Nei progetti di Amazon e della Camera di Commercio di Seattle vi era una vera e propria epurazione, destinata a liquidare a suon di dollari quei politici che avevano e avranno in futuro intenzione di implementare iniziative, sia pure modeste, ritenute pericolose per gli interessi delle compagnie private della città. Questa campagna prendeva spunto soprattutto dalla controversia legata a una tassa che lo scorso anno aveva per poche settimane minacciato, anche se in maniera trascurabile, i profitti delle grandi aziende come Amazon.

Nota come “head tax” o “Amazon tax”, l’imposta e la sua breve vita erano state uno degli esempi più clamorosi e degradanti del dominio dei grandi interessi economici sulla politica e sulla società degli Stati Uniti. Il 14 maggio 2018, il consiglio comunale di Seattle aveva approvato la tassa che avrebbe dovuto colpire le aziende operanti nella città con un fatturato annuo superiore ai 20 milioni di dollari. A esse era richiesto di versare nelle casse cittadine circa 275 dollari l’anno per ogni loro dipendente. Il gettito previsto era di 47 milioni all’anno, da destinare a opere e programmi per alleviare una gravissima crisi abitativa.

Seattle è diventata infatti negli ultimi anni una delle città in maggiore crescita negli Stati Uniti, ma questo processo, provocato in larga misura dall’arrivo di grandi compagnie come Amazon, si è tradotto in un aumento vertiginoso del costo delle abitazioni e, in generale, nell’esplosione delle disuguaglianze sociali. Nella città ci sono oggi più di seimila senzatetto.

L’impatto della “head tax” sarebbe stato trascurabile. Amazon, che a Seattle ha 45 mila dipendenti, avrebbe pagato poco più di dieci milioni di dollari ogni anno, pari a una frazione infinitesimale del patrimonio del suo proprietario, nonché uomo più ricco del pianeta, Jeff Bezos. Ciononostante, l’iniziativa del consiglio comunale della città aveva scatenato una feroce reazione da parte delle aziende colpite, ben decise a non concedere nemmeno le briciole dei loro profitti per mettere una pezza a problemi sociali di cui esse sono in larga misura responsabili.

Assieme alla Camera di Commercio di Seattle, queste compagnie avevano orchestrato una campagna di pressioni sui politici locali, minacciando un referendum abrogativo e altre iniziative più o meno drastiche. Amazon, da parte sua, aveva agitato l’ipotesi di abbandonare la costruzione di un nuovo edificio nella città, così che, dopo nemmeno un mese dall’approvazione, la tassa è stata abrogata dal consiglio comunale.

Il voto era stato accompagnato da scene patetiche, con alcuni consiglieri in lacrime poco dopo avere dato il proprio consenso alla cancellazione della tassa. Il sindaco, la democratica Jenny Durkan, si era a sua volta affrettata a spiegare che la città non poteva permettersi una lunga battaglia politica contro forze così potenti, la cui voce, peraltro, aveva assicurato di avere inteso perfettamente. L’intervento di Amazon e delle altre compagnie era avvenuto nonostante la tassa fosse stata dimezzata prima dell’approvazione, proprio a seguito delle loro pressioni sul consiglio comunale.

Secondo il Seattle Times, dopo il voto di qualche giorno fa esisterebbe una solida maggioranza nel governo cittadino in grado di riproporre nel prossimo futuro la “head tax”, così come di introdurre altre misure “progressiste”, volte in particolare a contenere l’emergenza abitativa. L’approvazione o meno di queste iniziative dipenderà in primo luogo dal grado di successo della strategia, finora fallimentare, di esercitare pressioni da sinistra sul Partito Democratico da parte di gruppi come Alternativa Socialista e Socialisti Democratici Americani.

Al di là degli orientamenti e della reale natura “socialista” di questi ultimi, le recenti elezioni a Seattle hanno comunque confermato lo spostamento a sinistra di una parte consistente dell’elettorato anche negli Stati Uniti, pur in presenza di una classe politica che si sta muovendo in direzione esattamente opposta. Un’indagine di queste settimane ha ad esempio mostrato come il 70% dei giovani americani abbia una predisposizione più favorevole al socialismo rispetto al capitalismo.

A determinare questa presa di coscienza contribuisce sempre più proprio lo strapotere di giganti come Amazon, la cui presenza nelle comunità in cui operano è associata con lo sfruttamento dei lavoratori e l’aumento vertiginoso delle disparità economiche e sociali, per non parlare dell’influenza enorme esercitata su una politica ormai quasi interamente al loro servizio.

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