Domenica primo dicembre oltre 250.000 persone si sono date convegno nello Zócalo di Città del Messico per festeggiare il primo anno di governo di Andrés Manuel López Obrador (Amlo). Un anno che ha visto l’avvio di quella Quarta Trasformazione promessa dal capo dello Stato (dopo la lotta per l'indipendenza, le riforme laiche e modernizzatrici di Benito Juárez, la Rivoluzione del 1910), all’atto del suo insediamento nel 2018. Tra gli obiettivi della Quarta Trasformazione, la cancellazione del modello neoliberista degli ultimi decenni, il recupero del controllo delle risorse nazionali, in particolare del settore energetico, e la destinazione di maggiori investimenti alla costruzione di opere pubbliche e a interventi a favore degli strati più svantaggiati. Per reperire i fondi necessari López Obrador ha intrapreso fin da subito una ferma battaglia contro la corruzione e ha introdotto misure per il contenimento delle spese governative, dalla vendita dell’aereo presidenziale al taglio degli stipendi dei funzionari, appannaggio presidenziale compreso.

 

Per quanto riguarda i programmi sociali, accanto a una serie di provvedimenti specifici è stata inviata alla Camera una proposta governativa che prevede l’inserimento in Costituzione dell’obbligo di istituire un sistema sanitario nazionale per le persone a basso reddito, un sistema previdenziale per portatori di handicap e anziani privi di pensione contributiva e appoggi economici per gli studenti poveri di ogni ordine e grado. In tal modo la politica assistenziale verrebbe garantita anche dopo il termine dell’attuale mandato.

Un altro cambiamento fondamentale riguarda l’atteggiamento nei confronti dei movimenti di protesta: Amlo ha tenuto fede alla promessa di non utilizzare metodi repressivi e gli accampamenti dei vari gruppi sociali che per diverse ragioni stazionano davanti al Palacio Nacional non sono stati sgomberati. Il presidente si è più volte incontrato con i familiari dei 43 studenti di Ayotzinapa, scomparsi nel 2014 e divenuti simbolo della tragedia dei desaparecidos, anche se la sua crociata per la verità e la giustizia si scontra con ancora troppe sacche di impunità.

Diminuzione della povertà e dell’emarginazione, riduzione della disoccupazione e dell’abbandono scolastico: sono questi gli strumenti evocati da López Obrador per combattere la criminalità organizzata, che trova terreno fertile nei giovani privi di prospettive per il futuro. Si tratta di un cambiamento netto di strategia rispetto alla guerra al narcotraffico dichiarata dai precedenti governi, che aveva portato a decine di migliaia di vittime senza minimamente intaccare il potere dei cartelli della droga. Ma non è una soluzione miracolistica: si spiega così la mancanza, sul fronte della lotta alla violenza, di risultati visibili in questi primi dodici mesi. E sul tema dell’insicurezza insistono le opposizioni per parlare di fallimento dell’attuale presidenza.

Già da tempo infatti la destra interna e internazionale è scesa in campo contro il governo di López Obrador. La recente sortita di Donald Trump, che ha annunciato l’intenzione di dichiarare i cartelli della droga “organizzazioni terroristiche”, rappresenta solo l’ultimo di una serie di attacchi, più o meno velati, contro le istituzioni messicane. Un tale provvedimento non si limiterebbe ai confini statunitensi: sappiamo come la lotta al terrorismo abbia giustificato, fin dai tempi dell’amministrazione di George W. Bush, ogni tipo di intervento armato in paesi sovrani. Tanto per chiarire la portata della sua minaccia, Trump ha aggiunto di aver proposto ad Amlo “di lasciarci entrare e ripulire tutto, ma per il momento lui ha respinto l’offerta”.

“Il Messico non ammetterà mai nessuna azione che significhi la violazione della sua sovranità”, è stata la ferma risposta del ministro degli Esteri Marcelo Ebrard. Resta però l’incognita di una serie di sanzioni economiche che Washington potrebbe adottare, accusando il governo messicano di non fare abbastanza per combattere le attività terroristiche. Sanzioni che costringerebbero il paese in ginocchio: già in giugno López Obrador aveva dovuto cedere a un ricatto sulla questione dei migranti. La minaccia Usa di introdurre pesanti dazi sui prodotti messicani, se non si fosse posto un freno al passaggio dei tanti disperati provenienti dal Centro America, aveva fatto crollare il peso e la borsa di Città del Messico e Amlo era stato costretto a rafforzare i controlli schierando la Guardia Nacional alla frontiera meridionale.

Il pretesto addotto dal presidente statunitense per questo aperto atto di ingerenza è la presunta incapacità del governo messicano di affrontare con successo la lotta ai narcos. Due episodi recenti hanno fornito supporto a questa accusa. Il primo: il fermo e il successivo rilascio del figlio del Chapo Guzmán, il boss del cartello di Sinaloa attualmente in carcere negli Usa. La cattura il 17 ottobre a Culiacán, capitale dello Stato di Sinaloa, di Ovidio Guzmán López aveva scatenato la rivolta del cartello e un sanguinoso scontro con le forze di sicurezza, con il bilancio di otto morti e sedici feriti. Per evitare ulteriori spargimenti di sangue, in cui sarebbe rimasta coinvolta la popolazione civile, le autorità avevano deciso la liberazione del fermato. Un indubbio fallimento per lo Stato, di cui López Obrador si era assunto la responsabilità. Nella ricostruzione dell’accaduto rimangono però punti oscuri, che hanno indotto alcuni commentatori a parlare di una sorta di trappola costruita ad arte per indebolire la posizione del governo. In particolare viene citata la misteriosa visita a Culiacán, qualche settimana prima, di alti funzionari della Dea e dell’ambasciata statunitense e il loro incontro con il governatore priista dello Stato, Quirino Ordaz.

Ancora più grave il secondo episodio, l’imboscata del 4 novembre nello Stato di Sonora contro due automezzi in cui viaggiavano alcuni membri della famiglia LeBarón, appartenente alla comunità mormone e dalla doppia nazionalità messicano-statunitense. Nove persone, tre adulti e sei bambini, venivano uccise. Un agguato dai motivi ancora oscuri (un errore dei killer o una provocazione?) che comunque ha dato fiato a quanti negli Usa chiedono un intervento oltre frontiera, da The Wall Street Journal a una serie di congressisti repubblicani, al sottosegretario per la Sicurezza Nazionale David Glawe.

Gli attacchi a López Obrador non provengono solo da Washington. La destra internazionale ha cominciato a dipingerlo come un leader populista già pochi mesi dopo l’inizio della sua presidenza. In giugno lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, scrivendo sul quotidiano spagnolo El País, sosteneva che gli intellettuali messicani avvertono in lui "la presenza del caudillo tradizionale latinoamericano, volontaristico e dispotico che, proprio perché è molto popolare, si crede al disopra delle leggi e delle regole democratiche". Tra le “colpe” di Amlo quella di non aver riconosciuto l'autoproclamato Juan Guaidó come legittimo presidente del Venezuela e di non aver condannato Maduro come un dittatore. E ora possiamo aggiungere l’aver concesso asilo politico a Evo Morales, costretto a dimettersi dopo l’ennesimo golpe in Bolivia.

Sul fronte interno gli ex presidenti Fox e Calderón si sono posti alla testa di un movimento d’opposizione che chiede la rinuncia di López Obrador e che ha portato in piazza a più riprese, peraltro con scarsa partecipazione, persone di classe medio-alta, rigorosamente bianche, sulla base di parole d’ordine razziste e classiste (una replica si è vista anche questo primo dicembre). A tali mobilitazioni, che ricordano i cortei degli antichavisti venezuelani o quelli contro Dilma Rousseff in Brasile prima del colpo di Stato del 2016, si aggiunge la continua diffusione di fake news attraverso i media e nelle reti sociali, con cui si cerca di delegittimare e screditare il governo, secondo un piano già messo in atto con successo in altri paesi.

Più preoccupante il discorso, dai toni apertamente golpisti, pronunciato il 22 ottobre dal generale Carlos Gaytán Ochoa (un militare ora a riposo, che nel suo curriculum ha anche un corso di specializzazione presso la tristemente nota School of Americas). “Viviamo oggi in una società politicamente polarizzata perché l’ideologia dominante, quando non maggioritaria, si sostiene su presunte correnti di sinistra, che durante gli anni hanno accumulato un grande risentimento”, ha affermato Gaytán tra gli applausi degli alti vertici dell’esercito e dell’aviazione. Pur ammettendo che l’attuale presidente rappresenta legittimamente circa trenta milioni di messicani (tanti i voti ottenuti da Amlo il primo luglio 2018), l’oratore ha aggiunto che “i fragili meccanismi di contrappeso esistenti hanno permesso un rafforzamento dell’esecutivo che sta favorendo decisioni strategiche che, per dirla con moderazione, non hanno convinto tutti”. E ancora: “Questo ci preoccupa dal momento che tutti noi qui presenti siamo stati formati con valori che si scontrano con il modo in cui il paese è oggi diretto”.

Un attacco, da parte di un militare alle istituzioni civili, senza precedenti nella storia del Messico postrivoluzionario. Anche se nei giorni successivi altri alti ufficiali (il titolare del Ministero della Difesa Nazionale, generale Luis Cresencio Sandoval,  e quello della Marina, ammiraglio Rafael Ojeda Durán) hanno ribadito la loro lealtà al presidente López Obrador, le dichiarazioni di Gaytán restano un segnale preoccupante dell’esistenza di tendenze eversive all’interno delle forze armate.

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