La trattativa sul Recovery Fund dimostra che la politica dell’Unione europea è dominata da due forze opposte: la prima, centripeta, tende all’accentramento del potere decisionale in capo alle due principali economie; la seconda, centrifuga, consente ai Paesi più insignificanti di tenere in ostaggio l’intera alleanza. Il 18 maggio Francia e Germania hanno presentato una proposta comune per il Recovery Fund, lo strumento che dovrebbe aiutare l’Europa a riprendersi dai colpi della pandemia. In sostanza, si tratta di 500 miliardi di aiuti a fondo perduto (quindi da non rimborsare), reperiti attraverso bond della Commissione europea (con garanzia di tutti i Paesi Ue) e destinati ai Paesi più colpiti dal Covid-19.

A questo risultato si è arrivati attraverso una serie di manovre d’avvicinamento fra Parigi e Berlino. Nella prima fase della crisi, a condurre le danze è stato Emmanuel Macron, che con otto alleati - tra cui Italia e Spagna - ha firmato una lettera per chiedere il varo degli eurobond, opponendosi al rigore dei nordici. Era però solo una mossa d’apertura, visto che qualche giorno dopo il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha presentato ai partner una proposta di un compromesso. Il Recovery Fund, appunto, che secondo Parigi doveva essere un veicolo finanziario autonomo, con la possibilità di andare sui mercati.

A quel punto il pallino è passato nelle mani di Angela Merkel, che ha riplasmato a sua immagine il progetto francese, legandolo al prossimo bilancio dell’Unione europea (2021-2027). Non solo: con la trovata dei finanziamenti a fondo perduto, la cancelliera evita che gli aiuti gonfino i debiti pubblici dei Paesi destinatari, disinnescando così il rischio di condivisioni degli oneri in caso di default sovrano. Un’altra innovazione con cui Merkel ha convinto i suoi alleati di governo riguarda il fatto che il Recovery Fund non finanzierà gli Stati, ma direttamente le aree più colpite dal virus, attraverso crediti alle aziende e progetti di rilancio.

La proposta francotedesca ha sbloccato lo stallo in cui si trovava la Commissione europea, che sotto la pressione dei Paesi del Nord ha rinviato per tre volte la presentazione del piano sul Recovery Fund, inizialmente prevista per il 6 maggio e poi slittata al 27. Bruxelles lavora su due tavoli: da una parte intende aumentare la portata del Fondo a mille miliardi, creando un cocktail di prestiti e finanziamenti a fondo perduto che si sommeranno agli altri mille miliardi del bilancio Ue; dall’altra punta a trovare una soluzione ponte per far arrivare i primi soldi a settembre, e non a gennaio 2021, come imporrebbe il legame con il bilancio europeo. A giugno il piano sarà discusso fra i governi dell’Unione, ma il via libera potrebbe non arrivare prima di luglio.

Il motivo è da ricercare nell’altra forza dominante in Europa, quella centrifuga. Austria, Danimarca, Svezia e Olanda hanno presentato un documento comune per opporsi “a qualsiasi strumento che porti alla mutualizzazione del debito o a un significativo aumento del bilancio dell’Unione”. I quattro Paesi - battezzati dalla stampa britannica “Frugal Four”, con un richiamo ironico ai Beatles (i “Fab Four”) incompreso in Italia - propongono un Emergency Recovery Fund basato su prestiti “da restituire” e subordinati a “un forte impegno sulle riforme e sul quadro finanziario”. Una ricetta che sa molto di austerità.

Come se ne esce? Innanzitutto, occorre tenere presente che i Quattro Frugali non sono forti come i ragazzi di Liverpool: messi insieme, i loro contributi al bilancio Ue sono inferiori a quelli dell’Italia. In secondo luogo, due su quattro sono politicamente ricattabili.

A cominciare dall’Olanda, che dispensa le sue rampogne moraleggianti mentre ruba miliardi di tasse agli altri i Paesi europei, essendo un paradiso fiscale. Già il documento di Merkel e Macron attaccava il dumping olandese, che ora è finito anche nel mirino della Commissione. Alla fine, è verosimile che il premier Mark Rutte (appeso a un filo in patria) sarà indotto a più miti consigli.

Quanto all’Austria, a cucinare il cancelliere Kurz dovrebbe pensarci ancora una volta Angela Merkel, che ha incaricato i Verdi tedeschi di fare pressione sui loro omologhi viennesi, decisivi per la tenuta del governo.  

Più complicate le partite in Svezia, dove c’è un esecutivo di minoranza ostaggio del Parlamento, e in Danimarca, Paese dominato dall’euroscetticismo.

È facile prevedere che i negoziati saranno lunghi e le concessioni inevitabili. Dal punto di vista dell’Italia, tutto ruota intorno alle condizioni imposte a chi riceverà i fondi. Il rischio è che somiglino a quelle usate otto anni fa per affondare la Grecia.

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