di Fabrizio Casari

La Juventus asfalta letteralmente il povero Pescara con un punteggio di tipo tennistico e il Napoli riprende e supera con tre gol lo svantaggio iniziale contro il Genoa, l’Inter interrompe la serie di vittorie a Bergamo ma ben altro spessore e valore ha la vittoria della Lazio che vince il derby comunque bellissimo. Una partita ricca di emozioni, colpi di scena e ribaltamenti di fronte a ripetizione, merito tanto delle due squadre quanto - e forse più - di un campo ai limiti della praticabilità.Petkovic si gode così il suo primo derby capitolino.

Dunque Juventus, Napoli, Lazio, Fiorentina: il gruppo di testa del campionato torna protagonista e, in casa o in trasferta, con le piccole o con le grandi, torna alla vittoria. Napoli e Lazio lo fanno addirittura rimontando il passivo. La Juventus ora è a più quattro dell’Inter. La partita di primo piano del turno, però, era il derby. E’ stato vinto dalla Lazio grazie ad una convinzione maggiore e ad una freddezza, chiamatelo anche cinismo se vi pare, più calzante ad una squadra di vertice o, perlomeno, con ambizioni da vertice.

La Roma paga in primo luogo un assetto offensivo che nella prima mezz’ora è scintillante, esteticamente bello e decisivo ma che non tiene lungo i novanta minuti. Sembra che non riesca del tutto ad assumere le qualità dell’impianto di gioco di Zeman e che, invece, ne abbia assimilato i difetti principali, che sono quelli relativi ad un posizionamento in campo nella fase di non possesso palla e nello schieramento difensivo che diventano autostrade per gli avversari. Una partita su due per la Roma finisce con tre gol subìti.

Il clima che si respira intorno ai giallorossi non è eccellente: l’allenatore viene criticato - in parte giustamente, dati i risultati -, lo spogliatoio risente delle polemiche tra alcuni giocatori (De Rossi e Osvaldo, ma non solo) e il tecnico boemo e la società, con quest’ultima che molto ha da farsi perdonare nelle scelte di tecnici e giocatori nei due anni di gestione, non può certo pensare di gestire la situazione a suon di conferenze stampa, peraltro assai poco convincenti. A tutto questo si aggiunge una tensione ed una pressione pazzesca che arriva dalla tifoseria, in particolare quella frangia particolarmente sensibile alle decine di ora di trasmissioni radiofoniche e televisive che nell’etere romano sono ormai una costante.

La Roma gioca quindi con i nervi scoperti e non sono state sufficienti le parole di Totti a sostegno del tecnico romanista. L’espulsione di De Rossi, sacrosanta, è solo l’ultimo degli episodi di nervosismo che in questi ultimi due anni hanno caratterizzato i giallorossi. Andato via Mexes, principe degli isterismi, il quadro non è migliorato e se un professionista come De Rossi perde la testa è perché la tensione e le pressioni con cui la Roma scende in campo sono davvero troppe. Del resto, le voci un giorno confermate e un giorno smentite circa la sua cessione, che ormai si accavallano da un anno, non sono certo un miorilassante per “capitan futuro”.

In realtà c’è molto di costruito proprio da chi vive ogni giorno dovendo inventare cosa dire, polemiche comprese, per giustificare ore e ore di microfoni accesi, perché alla fine la sostanza è questa: la Roma può vendere De Rossi così come la Juventus ha venduto Zidane, l’Inter ha venduto Ibrahimovic ed Eto’o e il Milan Kakà, il Napoli Lavezzi e l’Udinese Sanchez. Nessuno, nemmeno Messi è incedibile sul mercato: si tratta di vedere se l’offerta è congrua e se con il denaro che si ricava si costruisce un rafforzamento della squadra. A Roma pare ci sia una eccessiva attenzione per i giocatori “di Roma” - come se questo fosse un criterio utile a vincere - e una concentrazione fuori misura per i singoli più che per la dimensione collettiva della squadra. Un malinteso senso dell’appartenenza che sembra legare il luogo di nascita con l’attaccamento alla maglia.

E’ proprio in questi momenti, però, che una società, pur se invisibile fisicamente, deve dimostrare di poter governare una nave nel mare in tempesta. La classifica non fa stare tranquilli, anche perché è ancora pendente il ricorso del Cagliari per la partita assegnata a tavolino alla Roma. Dunque non c’è tempo da perdere: De Rossi starà fuori per almeno tre giornate e questo è il momento di vedere quanta presa è rimasta nelle mani della società e dell’allenatore sulla squadra.

La Fiorentina s’incarica di ricordare a tutto il campionato due cose: che i viola lotteranno fino all’ultimo per le prime posizioni e che il Milan è tutt’altro che guarito. I cinque gol al Chievo della scorsa settimana sono stati più una illusione ottica che non la spia di una ripresa. Viene sconfitto in casa, sbaglia un rigore con Pato e, con quattordici punti, continua ad essere nella zona della classifica che precede la zona retrocessione.

L’Inter viene sconfitta dall’Atalanta, che così, dopo aver battuto Napoli e Milan, castiga anche i nerazzurri. La squadra di Colantuono gioca un ottimo calcio, veloce e di buon tasso tecnico. Il rigore per l’Atalanta non c’è, perché nasce da un fuorigioco e si conclude con un intervento non da rigore, ma é un errore di valutazione in buona fede. La chiave della partita è stata la stanchezza fisica dell’Inter e l'impossibilità di cambiare in corsa l’assetto di gioco, viste le assenze numerosissime, difficili da colmare con le seconde linee. Fare a meno di Samuel e Ranocchia insieme non è un dettaglio trascurabile.

L’Udinese si ferma sul pari rocambolesco in casa del Chievo, mentre il Bologna trova un’ennesima sconfitta ad opera del Torino. Ennesima sconfitta anche per la Sampdoria, che però non fa venir meno la fiducia di Garrone nei confronti di Ferrara. Quello del presidente dei blucerchiati è un raro esempio di serietà in un campionato che ha già visto esoneri a cuor leggero per molto meno.

 

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