Con i gas lacrimogeni e la minaccia del piombo, la frontiera tra Messico e Stati Uniti è divenuta il simbolo del regime statunitense. Migliaia e migliaia di esseri umani che sfuggono dai paesi controllati dagli USA, come Honduras e Guatemala, sono accatastati all’interno del recinto che separa l’andare dall’arrivare, gli stenti dal tentativo. Il recinto è fatto di filo spinato, ma a guardarlo bene tra le pieghe si possono notare i volti impressi sui dollari.

 

Quel carcere a cielo aperto è l’applicazione su scala locale della distanza minima che va salvaguardata tra chi ha troppo e chi troppo poco; se quel recinto venisse meno, i dannati della terra potrebbero provare a vivere, sottraendo così risorse a chi vive bene proprio grazie al loro morire. Lo sviluppo di pochi si ottiene col sottosviluppo di tanti. La povertà cresce in pace, la guerra è riservata ai poveri.

 

Il Presidente Trump, che della lotta ai migranti ha fatto la sua fortuna politica, dopo che di quella ai poveri ha fatto quella finanziaria, ben simbolizza la classe cui appartiene. Volgarità mista ad arroganza, narcisismo triviale, esibizione di una factory di famiglia fatta  (e soprattutto rifatta) di esseri squallidi ed ignoranti, hanno preso la chiavi della Casa Bianca e le hanno consegnate, portachiavi compreso, al complesso militar-industriale. Il trattino evidenzia il reciproco ruolo: militari corrotti e guerrafondai che perdono ogni guerra ma ne inventano sempre di nuove, si sposano perfettamente con un’industria incapace di produrre innovazione e qualità.

 

Insieme formano l’essenza di un modello che continua a prosperare solo in virtù di una economia drogata dal saccheggio di paesi terzi e dalla quotidiana emissione di carta moneta oltre ogni limite consentito per i mercati valutari quale che sia la dottrina economica applicata.

 

E’ un sistema allo sfascio, che vede nella guerra e nella destabilizzazione permanente l’unico modo per mantenere una leadership e che ritiene che i poveri, all’interno come all’esterno, siano la vera minaccia al suo ordine prestabilito. Quarantadue milioni di statunitensi che vivono sotto la soglia della povertà si sommano così ai milioni che, ancor più poveri, premono sul recinto che separa gli USA dal resto del mondo, in modo che il secondo sia perennemente  invaso dai primi ma mai viceversa.

 

Dall’altro lato del recinto c’è il Messico, patria di etnie e lingue, imperi e storia che fecero dominanti uomini e donne di piccola statura e grande sapienza, che assiste impotente all’invasione di anime così simili a quelle messicane da rendere impossibile ogni distinzione, offensiva ogni separazione.

 

Del resto in Messico la solidarietà è tra le materie con più alunni. Il suo nuovo Presidente, Manuel Lopez Obrador, s’insedierà tra un paio di settimane al governo e le decisioni sul che fare non arriveranno dunque ad ore. Ma che Trump menta circa un accordo raggiunto con il Messico è stato già scoperto . Difficile che su un tema come i migranti, il paese Azteca, che vive in carne propria la tragedia dell’obbligo di andare, possa sintonizzarsi con il cafone arricchito il cui orizzonte di pensiero risiede comodamente nei 40 caratteri di Twitter con cui si esprime.

 

Nel Paese Azteca, giustamente orgoglioso della sua storia e della sua cultura, albergano tragedie immani e miracoli laici. E’ il Messico dove l’insultante ricchezza di pochi tortura la penosa povertà dei tanti. E’ terra di persone amabili e gentili spaesate dai criminali che lo abitano e lo trasformano in icona dell’orrore. E’ terra dove le istituzioni non colpiscono i criminali ma li comandano o li sostituiscono. Paese dove il bestiame costa più degli umani. Luogo dei desaparecidos e del femminicidio elevato a fenomeno sociale oltre che criminale.

 

Eppure, in questo Messico così straordinariamente affascinante e nel contempo agghiacciante, lembi di dignità in abiti femminili alzano la dignità dei solidali e spostano dalla terra al cielo lo sguardo di chi fugge.  Una umanità antica che non si arrende all’odio trionfante dell’oggi, che si presenta con i tratti evidenti dell’odio di classe, della misoginia e dell’indifferenza di chi spera si salire montando sulle spalle di chi sta subito sotto.

 

Sono le donne che si collocano ai bordi dei binari accarezzando “La Bestia”. Così si chiama il treno che corre per quattromila chilometri dal Sud al Nord dell’immenso paese e che porta ogni giorno il suo carico di dolore, violenza e migranti. Sbuffa di lacrime e paura, bisogna vederlo per capire dove corre la differenza tra l’umanità e l’atrocità.

 

Le donne messicane, povere di tutto ma non di amore per il prossimo, confezionano buste con indumenti e cibo, per rendere meno duro il viaggio che avrà fine con un altro viaggio cui seguirà un altro viaggio ancora. A quel rumore di ferraglia che stride sui binari, le donne fanno caso; si sporgono rischiando di essere travolte per consegnare al volo quello che hanno alle braccia tese di quelli che non hanno.

 

Sette giorni su sette, senza riposo, amore con amor si paga: per quelle buste ricevono sorrisi e benedizioni, ringraziamenti e rimpianti. Nel Messico fatto di orrori ed errori, quelle donne sono diventate famose, rappresentano un santuario movente produttore di energia solidale, confermano agli speranzosi che il modello imperante non sarà eterno. Che “La Bestia”, per quanto corra, può essere raggiunta e domata.

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