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26 Giugno 2016
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Libertà di stampa: 1835 giornalisti minacciati

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di Tania Careddu

Cosa comporta riferire i contenuti di un’assemblea dei soci della Fondazione della Banca popolare di Spoleto, da cui è emersa una situazione che ha portato al dissesto della Banca? Querela per diffamazione a mezzo stampa e applicazione della 684, ossia pubblicazione arbitraria di dati coperti da segreto istruttorio. Raccontare che nella carriera politica del figlio di un esponente politico c’erano degli aspetti poco chiari e aver riportato un dato poco preciso? Pignoramento della testata. Documentare fatti e misfatti di una classe politica locale che, improvvisamente negli anni ottanta, è diventata una classe politica a livello nazionale? Citazione civile e risarcimento danni.

Questi sono tre dei 1835 casi di giornalisti che, per il fatto di aver esercitato il dovere di cronaca, si sono ritrovati vittime di violenza, abusi, intimidazioni allo scopo di limitare la libertà di informazione. “In questo Paese, dicono i dati di OSSIGENO per l’informazione (l’osservatorio FNSI-Ordine dei giornalisti sui cronisti sotto scorta e le notizie oscurate in Italia, ndr), il clima di intolleranza contro le attività di informazione volte al pubblico interesse sta crescendo”.

Parola del suo presidente, Giovanni Spampinato. Dal 2006 (anno di costituzione dell’osservatorio) a oggi si nota una non episodicità e solo nel 2014 sono stati censiti centocinquantuno casi: tre ogni due giorni, con un incremento del 50 per cento rispetto alla media degli ultimi tre anni.

Con queste modalità: minacce e avvertimenti, aggressioni e danneggiamenti, abusi del diritto, fra i quali le querele pretestuose e le richieste di risarcimento poco motivate e altre azioni legali strumentali. A questo si aggiungono ostacoli all’informazione che si realizzano senza commettere reati o illeciti previsti dai codici ma con comportamenti che impediscono l’esercizio della libertà di espressione e di parola previsti dall’articolo 21 della Costituzione.

Una sorta di censura camuffata. “L’Italia - dichiara Spampinato - è il Paese simbolo di come si possano affermare forme di censura estese pur avendo delle leggi che le vietano”. Ma che difendono molto debolmente i giornalisti e il diritto di espressione. Dando l’occasione al fenomeno di diventare sempre più sommerso (se si conosce solo un caso su dieci).

Come conferma il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), Giovanni Rossi: “Un fenomeno che non sempre riceve la giusta attenzione anche dalla categoria, dalle istituzioni e dalla pubblica opinione”. E continua: “Siamo di fronte a un collasso della democrazia che apre la strada a una maggiore aggressività nei confronti del mondo dell’informazione”. Quella che “scava, informa, denuncia”.

Fondamentale, ed essenza, in un Paese democratico che, quando manca, diventa miope. “La democrazia - sostiene il vicesegretario FNSI, Daniela Stigliano - ha bisogno di un giornalismo indipendente: tanto più i giornalisti vengono minacciati, tanto meno si può parlare di una democrazia piena”.

Come fare? “Le norme devono essere più tutelanti, c’è una cultura da modificare e un sindacato che deve essere più presente, ripensare i servizi che offre, che siano capaci di dare risposte specifiche per ogni gruppo di soggetti, anche per i free lance e per quelli che lavorano nell’online”, dice Stigliano.

Per il segretario di OSSIGENO per l’informazione, Giuseppe Mennella, qualche passo potrebbe essere fatto: “Una buona legge sarebbe quella che rispetterebbe gli standard europei e internazionali e della Corte di Strasburgo per i diritti dell’uomo, che raccomanda come la pena pecuniaria per i reati di diffamazione debba essere comminata in proporzione alla reale consistenza patrimoniale ed economica dell’autore dell’articolo e dell’editore”.

Si, perché le pene in Italia sono decisamente sproporzionate alla condanna: molto alte rispetto al danno e alle capacità finanziarie del soggetto coinvolto. Per far si che la libertà di informazione dia seguito a quanto sostenuto da Arthur Schopenhauer nel 1851: “la libertà di stampa dovrebbe essere condizionata dal più rigoroso divieto dell’anonimato”. Senza paura.

 

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