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Dom
20 Agosto 2017
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La giustizia di Sara

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di Tania Careddu

Sono bastati cinque minuti di lucida determinazione omicida per bruciare i sogni e la libertà di Sara, uccisa, quasi un anno fa, dall’ex fidanzato, Vincenzo Paduano. Condannato all’ergastolo, il 5 maggio scorso. Una pena che arriva come una condanna sociale a una prassi criminale che non può essere confusa con la fatalità. Non è un errore che diventa orrore. Non deriva da una passionalità incontrollata né da un impeto eccessivo: è, piuttosto, l’estremo epilogo di un raggelamento di sé e del mondo, di una desertificazione della realtà circostante. Che la psichiatra e psicoterapeuta, Barbara Pelletti, che ha collaborato alla stesura degli scritti difensivi, spiega così.

Quale è la matrice alla base di questi brutali omicidi?
E’ l’anaffettività e quello di Sara, oltre che brutale, è stato un omicidio agghiacciante: per la lucida premeditazione, per la modalità, per l’idea di bruciare per far sparire, annunciata da un post di Facebook che ha preceduto di poco il passaggio all’atto. Senza dimenticare che il delitto è stato preceduto da una lunga fase, un intero anno, di una persecuzione che aveva evidentemente come scopo la distruzione dell’identità della ragazza. Alcuni frammenti delle conversazioni di Sara con le amiche mostrano bene come perfino la sessualità fosse gestita lucidamente per soggiogare Sara.

Può un uomo, le cui azioni sono state compiute secondo un preciso ordine rigorosamente logico, essere considerato malato di mente?

Assolutamente sì, e la malattia è la schizoidia, la perdita totale degli affetti e con essi della capacità di fare rapporti umani. Quando si avvicinano agli altri, questi soggetti lo fanno senza alcun reale interesse per l’altro, per quanto spesso siano molto seduttivi e sempre capaci di confondere l’altro attraverso comportamenti che sono solo apparentemente amorosi, ma più profondamente privi di reale contenuto. E come ogni malattia, la schizoidia ha delle cause, una sua genesi e una storia. La causa è nell’anaffettività stessa dell’ambiente umano in cui il soggetto è immerso fin dall’inizio della sua vita. La genesi, che è il motore di questo circolo vizioso, è nella pulsione d’annullamento, scoperta da Massimo Fagioli. La storia è la ripetizione di questa dinamica che facendo sparire, annullando, appunto, il rapporto con l’altro fin da tempi molto remoti, i primi mesi e anni di vita, finisce per svuotare completamente il soggetto della sua umanità. L’annullamento del rapporto a quel punto può arrivare fino all’estremo dell’eliminazione e addirittura della totale sparizione fisica dell’altro, come in Paduano che brucia il corpo, ormai privo di vita, di Sara.

E la malattia mentale non lo rende scevro da imputabilità…
E’ importante sottolineare che, per quanto si tratti di malattia e anche gravissima, non inficia la capacità di intendere e volere, perché questa è intesa finora dalla norma giuridica proprio come lucidità, assenza, nel momento in cui il soggetto compie il gesto criminoso, di fattori che ne alternino la consapevolezza cosciente e la libertà di scelta, potremmo dire, di quanto sta facendo. E qui si dovrebbe aprire un grande dibattito…

Qual è il confine tra la cattiveria e la malattia mentale quando si deprivano di senso persino gli affetti più cari?
Nel senso comune la cattiveria rimanda più al sadismo, cioè alla dinamica di mettere in atto comportamenti manifesti - che a loro volta sottendono dinamiche di rapporto più profonde - che fanno soffrire l’altro. Qui c’è ancora, per quanto deteriorata e impoverita, una affettività e, se vogliamo, il rapporto sadomasochistico, l’homo homini lupus, è culturalmente considerato ancora, purtroppo, la norma del rapporto umano. Quando tutto perde senso e valore umano, come nel caso Paduano, siamo molto oltre il sadismo. E le conseguenze di questa disumanizzazione sono le tragedie che le cronache ci raccontano.

Ma che, forse, questa pena adeguata e giusta, stando a quanto dichiara l’avvocato Stefania Iasonna, difensore della mamma di Sara, potrà scoraggiare.

Che cosa ha indotto il giudice a infliggere il massimo della pena, nonostante il rito abbreviato che prevede, in caso di condanna, lo sconto di un terzo di questa?
Vincenzo Paduano è stato condannato alla pena dell’ergastolo perché il GIP, Gaspare Sturzo, lo ha dichiarato colpevole del reato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dalla minorata difesa, dai futili motivi e dallo stalking, ed anche di tutti gli altri reati a lui contestati, che gravitavano intorno a quello di omicidio, e, cioè, lo stalking, il danneggiamento della autovettura di Alessandro Giorgi e la distruzione di cadavere. Il nostro ordinamento prevede che, nel caso in cui l’imputato debba essere punito per un delitto come l’omicidio pluiriaggravato, che comporta la pena dell’ergastolo, e per altri reati collegati al reato principale e uniti a questo dal vincolo della continuazione, che comportino nel complesso pene detentive superiori a cinque anni, si possa applicare la pena dell'ergastolo con l'isolamento diurno per un periodo di tempo da due a diciotto mesi. Il Magistrato, in questo caso, alla pena così determinata, ha applicato la riduzione di un terzo secco della pena per la scelta del rito abbreviato da parte dell'imputato, per cui, partendo dall' ergastolo con isolamento diurno, ha comminato la pena dell'ergastolo senza isolamento.

Era una sentenza attesa ma non scontata. Perché?
Non era certamente una sentenza scontata perché, oltre al fatto che l'imputato ha tentato di fare escludere le aggravanti e l'imputazione dei reati di atti persecutori e distruzione di cadavere, il magistrato aveva una certa discrezionalità nel comminare le pene dei reati satellite e nella valutazione e nel bilanciamento delle circostanze. Nella maggior parte dei casi di questo genere, in cui l’imputato sceglie di essere giudicato con il rito abbreviato, la condanna raggiunge al massimo la pena di trent’anni di reclusione. Devo dire che nel corso del processo è stato molto difficile spiegare alla mamma di Sara che, anche per fatti come questi, che comportano imputazioni per reati così gravi, efferati e conclamati, l'imputato può accedere ad un rito "premiale", ottenendo uno sconto di pena importante, solo perché evita allo Stato il carico processuale necessario per la celebrazione di un processo ordinario. Ritengo che, nel nostro caso per giungere alla pena comminata, il Giudice abbia valutato con rigore tutti gli elementi che emergevano dalle risultanze processuali, quali la gravità dei fatti, la modalità dell’azione, l’intensità del dolo, le circostanze aggravanti e la personalità dell’imputato il quale, ad esempio, a differenza di quanto si è erroneamente detto, non ha mai reso una piena confessione, ma si è limitato ad ammettere solo alcune delle circostanze provate dagli inquirenti, senza mai contribuire minimamente, sino alla fine, alla ricostruzione della verità e non ha mai mostrato alcun segno di pentimento.

Ed è una sentenza storica per vari motivi…
Per rispondere nel merito a questa domanda, dal punto di vista prettamente giuridico, si dovranno leggere le motivazioni della sentenza, però ritengo che l’aver riconosciuto Vincenzo Paduano colpevole del reato di stalking nella nostra vicenda, in cui una giovane ragazza, Sara Di Pietrantonio, come capita a tantissime altre donne, non ha avuto una reazione immediata alle persecuzioni che subiva da tanto tempo, è un chiaro segno del fatto che si incomincia a comprendere che esiste anche un tipo di violenza sottile e subdola, che, a causa della giovane età, della inesperienza e dei condizionamenti socio-culturali, spesso non si riesce a cogliere, e che nella complicità di quella che viene chiamata “ vittima attiva” si deve ravvisare, invece, il grave pregiudizio alla psiche della persona offesa dal reato.


 

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