Le recenti iniziative del Nicaragua nello scenario internazionale hanno scosso potenti e impotenti dal torpore dell’ovvio. La difesa coerente del Diritto Internazionale ha previsto, insieme all’atto d’accusa contro i suoi violatori, azioni di risposta che, dignitosamente, non hanno tenuto conto di dimensioni, peso, incidenza e alleanze, bensì tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.

 

Tre sono i passaggi di questa iniziativa diplomatica e politica. La rottura delle relazioni diplomatiche con l’Ecuador a seguito dell’irruzione con la forza nell’ambasciata del Messico a Quito e alla cattura di Jorge Glas, vicepresidente del Paese durante il governo Correa. Glas aveva ottenuto asilo politico dal Messico perché riconosciuto vittima dell’edizione ecuadoriana del lawfare diretto da Washington, e l’irruzione della polizia ecuadoriana ha rappresentato un caso estremo di violazione della Convenzione di Vienna, ovvero il dispositivo giuridico internazionale che regola l’attività diplomatica in tutti i suoi aspetti.

L’abuso di Noboa segue quello del traditore corrotto, Lenin Moreno, che permise l’irruzione della polizia britannica dell’ambasciata dell’Ecuador di Londra per catturare Julian Assange, che aveva ottenuto asilo dal governo di Rafael Correa. A prescindere dunque dalle motivazioni si registra una continuità nella concezione banditesca che l’Ecuador ha della diplomazia e dell’inviolabilità delle sue sedi che meritava l’unica risposta possibile, ovvero la rottura delle relazioni diplomatiche, inutili del resto con chi fa scempio continuato della diplomazia. Dunque non solo la solidarietà concreta con il Messico ma anche una presa di posizione politica a difesa delle norme internazionali che sanciscono ambiti, diritti, doveri e prerogative delle sedi diplomatiche senza il cui rispetto la barbarie s’imporrebbe.

L’altra decisione è quella che ha visto Managua portare Berlino di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja per le sue responsabilità nell’etnocidio dei palestinesi. La Germania è accusata di sostenere Israele con massicci invii di armi e di collaborazione diretta di particolare intensità. Tutta la sua condotta politica esprime un sostegno indiscutibile non solo allo Stato ebraico, possibile prodotto di un senso di colpa storico e di un tentativo di cancellare l’orrore di cui fu responsabile, ma nella circostanze attuali quel sostegno viene dato al criminale di guerra Netanyahu e produce una tragedia immane per un intero popolo.

L’iniziativa del Nicaragua è dettata dall’atrocità senza precedenti dell’etnocidio palestinese perpetrato dal governo israeliano, che ha dichiarato donne e bambini, case e ospedali bersagli della finta guerra ad Hamas e vede nella deportazione totale dei palestinesi la conquista di nuova terra per Israele Una guerra di conquista non lotta al terrorismo. Dunque lo sterminio del popolo palestinese, della cacciata dai suoi territori e del terrorismo verso tutti i vicini, dalla Siria al Libano allo Yemen, non poteva vedere una risposta incardinata nelle consuete azioni diplomatiche. Perché le grida di dolore non possono essere coperte da un titillar di calici e ad una situazione fuori dell’ordinario si reagisce con risposte straordinarie. Rimanere inerti a leggere ogni sera l’aggiornamento del bollettino dell’orrore, a contare vittime e distruzioni, a limitarsi ad assistere alle porcherie diplomatiche statunitensi in sede ONU e nei finti negoziati in Qatar, significava contrassegnare con indifferenza e ignavia il proprio portato politico ed il proprio ruolo nella comunità delle nazioni.

Certo, la solidarietà e la fratellanza tra nicaraguensi e palestinesi, cimentatasi sin dalla fine dagli anni ’70, ha inciso in maniera determinante nella decisione di Managua. Ma la solidarietà ha concorso, non è stato l’unico elemento che ha deciso l’iniziatica di fronte alla Corte delle Nazioni Unite. Al pari c’è stata la scelta di non rimanere inermi di fronte a tanto orrore, perché si considera che sulla pelle dei palestinesi si stia rimodellando - grazie all’indifferenza dei suoi nemici ed anche dei teorici amici - un agire criminale che vuole seppellire una volta per tutte ciò che resta del Diritto Internazionale nato dopo la sconfitta del nazifascismo nel 1945. Come a suggellare questa nuovo secolo di orrore, carta d’identità di questo dominio unipolare, con la storia finta della guerra al terrorismo c’è una nuova dimensione dell’ordine imperiale, asimmetrica e ipocrita, indifferente alla storia e agli eventi, ostile alla democrazia planetaria. Il ricorso di Managua all’Aja è quindi sul piano politico un atto dovuto e su quello simbolico l’estrema difesa del Diritto Internazionale di fronte a chi straccia con inaudita violenza e orrore diffuso ciò che pure in calce porta la sua firma.

 

Ricordare ed esigere

Proprio in questo periodo ricorrono poi 40 anni della sentenza emessa dalla Corte Internazionale dell’Aja che condannava gli atti militari e paramilitari degli Stati Uniti contro il Nicaragua e Washington al risarcimento simbolico di 17 miliardi di Dollari. Gli USA non rispettarono mai la sentenza; ritengono che il loro “eccezionalismo” veda una supremazia del loro codice penale sul Diritto Internazionale e li ponga su un piano dove nessuno possa o debba giudicare le loro azioni, bensì loro  quelle altrui. Ma il contenuto di quella sentenza, definita “storica” da tutte le fonti del Diritto, era un violento atto d’accusa contro l’aggressione, ignobile e feroce, della più grande e ricca potenza del mondo contro uno dei paesi più piccoli e poveri della comunità internazionale.

Gli USA, che non riconoscono la sentenza della Corte, sostengono però che Violeta Chamorro, da presidente, abbia rinunciato alle pretese giuridiche risarcitorie. Ma se non si riconosce la sentenza non si può riconoscere nemmeno la sua rinuncia a perseguirla. Ad ogni modo quanto detto o fatto dalla Chamorro non riveste nessuna importanza e ancor meno inibisce Managua nella sua richiesta. La continuità giuridico-politica degli stati non esiste, per qualcuno e a volte può essere un auspicio, mai un obbligo. Prova ne sia che sono centinaia gli accordi politico-giuridici presi e poi rivisti o annullati, a cominciare da quelli sui trattati internazionali fino a quelli che investono il piano delle relazioni bilaterali. Basterebbe vedere come solo negli ultimi 12 anni gli USA si siano ritirati dagli accordi sul clima (entrati, usciti e poi rientrati) a quelli sui missili balistici a lungo e medio raggio (INF), da quelli sulla protezione dei cieli a quelli con l’Iran.

Al netto di smorfie leguleie, il Nicaragua esige il pagamento (con gli interessi maturati) di quanto previsto dalla sentenza perché ritiene che le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia, organismo delle Nazioni Unite ed unico autentico foro riconosciuto del Diritto Internazionale debbano essere rispettate. Del resto a quale titolo e con quale interesse Managua dovrebbe rinunciare ad un indennizzo il cui volume è significativo per il suo bilancio? La mancanza di una proposta conciliatoria da parte USA, aggiunta alla condotta permanentemente ostile, che colpisce il Paese con politiche aggressive e sanzioni, non dispone Managua verso un condono che, in assenza di un mutamento dello scenario afferente alle relazioni bilaterali (che per esclusiva responsabilità USA non si è mai dato) risulterebbe una resa alla prepotenza.

Un filo rosso e nero

Ecuador, Israele, Usa. Il filo che lega tutta l’iniziativa del Nicaragua Sandinista sul piano diplomatico e giuridico è la risultante della sua concezione politica delle Relazioni Internazionali. Una interpretazione aggiornata ma che rimonta alle radici storiche del Sandinismo, nell’indisponibilità all’accettazione di un sistema internazionale basato solo sulla forza e sulla potenza di chi le agisce. Concepisce ideologicamente e mette in opera politicamente l’iniziativa diretta dei paesi più piccoli, perché assume come diritto fondamentale dell’intera comunità degli stati il dovere e il diritto al pronunciamento. Non accetta la perfidia dei ruoli prestabiliti di vittime e carnefici e non offre sguardi acquiescenti al cinismo realista che fa dell’utilità della convenienza politica delle sue azioni l’esclusivo motore del suo agire.

Pur rispettando la realtà non riconosce la sola logica delle compatibilità, proprio perché ritiene che la politica serva in primo luogo a cambiarla quando questa non corrisponde alla giustizia e che il rispetto del Diritto Internazionale sia la base di partenza per qualunque ipotesi di un mondo diverso, egualitario e partecipato. Con queste azioni il Nicaragua si mette alla testa dei senza voce e rivendica il diritto e persino il dovere di non rimanere inerti di fronte agli abusi flagranti e continuati della legge del più forte che, di per se stessi, minano in profondità l’idea di una comunità internazionale, che se sottoposta solo alla regola del più forte e del più grande, diviene il luogo della prepotenza e dell’arbitrio.

Il messaggio che Managua invia è chiaro: non c’è più tempo per tacere e non agire. Essere piccoli non può comportare essere gli ultimi e lo spazio tra il conveniente e il possibile è delimitato solo dalla distanza che si osserva tra il dire e il fare.

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