Quello che sta accadendo a Gaza in questi giorni sembra essere una nuova aggressione militare israeliana, istigata da Netanyahu, utile ai calcoli politici del primo ministro in un momento cruciale per le sorti del prossimo governo a quasi due mesi dalle inconcludenti elezioni dello scorso mese di settembre. L’ennesima crisi nella striscia era iniziata martedì mattina con la rottura della tregua da parte dello stato ebraico e l’assassinio mirato di uno dei leader dell’organizzazione della resistenza palestinese, Jihad Islamica (JI), nella sua abitazione di Gaza city.

Baha Abu al-Ata era il comandante del gruppo appoggiato dall’Iran per il territorio settentrionale di Gaza. La sua sorte era stata segnata, almeno secondo i media israeliani, dal lancio di missili contro la città di Ashkelon alla vigilia delle elezioni mentre era in corso un comizio di Netanyahu, costretto in quell’occasione a interrompere il suo discorso per trovare un qualche rifugio. Nel bombardamento israeliano di martedì è rimasta uccisa anche la moglie di al-Ata, colpita, secondo alcune ricostruzioni, all’interno di una scuola vicina alla casa del leader di JI. Almeno sette sono stati i feriti, tra cui 4 bambini.

Poco dopo questo attacco, Israele ha con ogni probabilità anche compiuto un blitz in un quartiere di Damasco, in Siria, contro un altro esponente di primo piano di JI, Akram al-Ajouri. L’incursione non ha in questo caso colpito l’obiettivo, ma ha ucciso uno o forse due dei suoi figli. Ajouri era il numero uno dell’ufficio siriano di JI e, secondo il sito Debka File, notoriamente legato alle forze di sicurezza israeliane, curava i rapporti tra la sua organizzazione a Gaza e il comandante delle “brigate al-Quds” iraniane, generale Qassem Soleimani. Per quest’ultima operazione in Siria, in ogni caso, Israele non ha rilasciato conferme né smentite.

I nuovi assassinii decisi da Netanyahu sono stati seguiti dalle promesse di vendetta di Jihad Islamica. Nell’arco di poche ore sono infatti partiti missili diretti contro alcune località nel centro e nel sud di Israele, tra cui Tel Aviv. Alcuni edifici avrebbero subito danni, ma al momento non sono segnalate vittime israeliane. Il sistema difensivo anti-missile dello stato ebraico, noto col nome di “Iron Dome” o “Cupola di Ferro”, ha abbattuto numerosi ordigni prima che raggiungessero i loro obiettivi.

In risposta alla ritorsione di JI, le forze armate israeliane hanno a loro volta bombardato Gaza. Pur avendo l’intera responsabilità del riaccendersi delle tensioni, Israele ha colpito con una durezza nemmeno lontanamente paragonabile a quella dei gruppi palestinesi. Mercoledì il numero dei morti a Gaza ha superato quota venti e le vittime sono state come al solito in maggioranza civili. Secondo le autorità palestinesi, martedì mattina un missile israeliano avrebbe anche colpito l’edificio che ospita la Commissione Indipendente per i Diritti Umani a Gaza city, provocando il ferimento di alcune persone che vi stavano lavorando.

Qualche commentatore ha fatto notare come l’iniziativa israeliana abbia messo in una posizione scomoda Hamas, l’organizzazione rivale ma talvolta alleata di JI che controlla Gaza dal 2006, in un momento nel quale erano emersi segnali di una ritrovata unità palestinese, tanto da fare intravedere la possibilità di tenere elezioni attese da tempo nella striscia.

I leader dell’ala politica di Hamas hanno mostrato un atteggiamento cauto dopo l’assassinio di al-Ata, sia pure condannando Israele e promettendo vendetta. Hamas non ha espresso l’intenzione di unirsi alla rappresaglia di JI, anche se un eventuale intensificarsi dello scontro lascerebbe poche alternative. L’interesse di Netanyahu è evidentemente quello di mantenere e alimentare le divisioni a Gaza e, più in generale, su tutto il fronte palestinese, in modo da impedire una lotta comune contro l’occupazione israeliana.

Sempre per Debka File, i vertici militari di Israele avrebbero anche inviato messaggi alla leadership di Hamas per assicurare che l’operazione contro il comandante di JI non rappresenta un ritorno alla campagna di assassinii mirati contro membri di rilievo della resistenza palestinese. Ciò dovrebbe convincere Hamas a restare fuori dal conflitto e a prendere le distanze da JI, così come a chiarire che Netanyahu non desidera una nuova guerra su vasta scala a Gaza. La contemporanea operazione a Damasco sembra smentire questa notizia, che potrebbe in realtà servire a confondere le acque, con l’obiettivo di allontanare i sospetti circa le motivazioni politiche dell’ultima iniziativa criminale di Tel Aviv.

Gli intrecci politici delle operazioni militari in corso a Gaza sono però evidentissimi. Netanyahu ha da qualche settimana rimesso al presidente israeliano, Reuven Rivlin, il mandato per la formazione di un nuovo esecutivo, dopo avere fallito per la seconda volta consecutiva nel tentativo di mettere assieme una maggioranza in parlamento (“Knesset”). La palla è ora nelle mani del leader dell’opposizione, l’ex capo di Stato Maggiore Benny Gantz, la cui coalizione “Blu e Bianca” si era aggiudicata un seggio in più del Likud di Netanyahu nelle elezioni anticipate di settembre.

Anche considerando i loro alleati, nessuno dei due schieramenti è in grado di governare autonomamente. Le ipotesi che si stanno discutendo sono perciò essenzialmente tre. La prima, per la quale spinge il presidente Rivlin, è un governo di “unità nazionale” tra Gantz e Netanyahu, con una rotazione dei due leader nella carica di primo ministro. L’ostacolo principale a questa soluzione è il rifiuto di Gantz e dei suoi alleati ad accettare un accordo con il Likud sotto la guida di un Netanyahu minacciato da svariate indagini per corruzione e abuso di potere che potrebbero portare a breve a una sua incriminazione formale.

La seconda opzione è un governo di minoranza guidato da Gantz. Questa strada sembrava la più percorribile nei giorni scorsi e prevedeva quasi certamente l’appoggio esterno di almeno una parte dei deputati della “Lista Comune” che rappresenta la minoranza araba israeliana. L’ultima ipotesi, infine, è un governo, guidato da Netanyahu oppure Gantz, che riceva l’appoggio del partito dell’estrema destra laica Yisrael Beitenu dell’ex ministro della Difesa, Avigdor Lieberman.

Quest’ultimo, in realtà, aveva come obiettivo un gabinetto formato dal Likud e dalla coalizione “Blu e Bianca” di Gantz. Le condizioni di Lieberman sono state considerate tuttavia inaccettabili da entrambi i partiti. Soprattutto Netanyahu si trova nella posizione di non potere liquidare i partiti ultra-ortodossi con cui ha da tempo un accordo di governo e che, in caso di permanenza al potere, gli garantirebbero l’approvazione dell’immunità necessaria a evitargli i processi che sembrano attenderlo a breve. Nei giorni scorsi, Lieberman ha comunque ammorbidito la sua posizione, quando ha fatto sapere che, nel caso uno dei due leader dovesse nuovamente respingere le sue condizioni, garantirà il suo appoggio all’altro.

Vista la crisi sul fronte interno e la sua posizione sempre più precaria, sono in molti a pensare che Netanyahu abbia creato ancora una volta un’emergenza nazionale per i propri interessi politici. Sostanzialmente, la mossa del premier ha l’obiettivo di consolidare le credenziali sul piano della sicurezza nazionale del suo partito e dei suoi alleati, facendo appello agli elettori della destra e di quelli moderati, messi nuovamente davanti a una minaccia creata a tavolino. A preparare il campo in questo senso era stata la recente nomina a ministro della Difesa di uno dei leader del partito Nuova Destra, Naftali Bennett, noto da sempre per le sue posizioni ultra-radicali riguardo la questione palestinese.

Più precisamente, il messaggio di Netanyahu consiste nel dipingere Benny Gantz come inaffidabile per la sicurezza di Israele perché, nel pieno degli attacchi palestinesi, sta valutando la possibilità di allearsi o di collaborare nella formazione di un nuovo governo con la minoranza araba. Infatti, esponenti del Likud e commentatori di destra stanno già criticando Gantz a questo proposito e, spesso, denunciando i deputati della “Lista Comune” araba come una sorta di quinta colonna dei “terroristi” palestinesi.

L’aggravarsi delle tensioni a Gaza e, possibilmente, con l’Iran potrebbe anche beneficiare in un altro modo Netanyahu, attraverso cioè il compattamento della classe politica israeliana attorno alla necessità di un governo di “unità nazionale”. In un clima di isteria collettiva, le pressioni su Benny Gantz potrebbero alla fine risultare tali da convincere il leader del “centro-sinistra” a rinunciare alla condizione finora imposta per governare con il Likud, aprendo così la strada a un nuovo mandato di Netanyahu alla guida dello stato ebraico.

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