Quello che avrebbe dovuto essere un evento all’insegna dell’unità tra i paesi membri della NATO a 70 anni esatti dalla sua fondazione, si è subito trasformato questa settimana in una nuova dimostrazione delle profonde divisioni che stanno attraversando il Patto Atlantico. Da un lato, la militarizzazione dell’Alleanza appare sempre più intensa, sotto la spinta di spese esorbitanti, mentre dall’altro continuano a emergere contrasti sulle priorità strategiche e sul ruolo degli Stati Uniti di Donald Trump.

Il vertice vero e proprio tra i 29 capi di stato e di governo riuniti nella capitale britannica è andato in scena mercoledì, con una serie di questioni all’ordine del giorno che, anch’esse, vedono i paesi NATO su posizioni spesso contrapposte. Tra di esse c’è la situazione in Siria dove sono in corso le operazioni della Turchia, condannate da svariati governi e al centro di polemiche alla vigilia del vertice. Erdogan aveva chiesto di designare le milizie curde siriane come organizzazione terroristica in cambio del via libera a un piano NATO di “difesa” rivolto ai paesi Baltici in funzione anti-russa.

 

Già gli incontri preliminari di martedì avevano mostrato ampiamente le tensioni tra alleati, primi fra tutti gli Stati Uniti e la Francia. La conferenza stampa congiunta di Trump e Macron ha rappresentato un esempio lampante della situazione odierna tra le potenze occidentali. Il punto di partenza è stata la ormai nota intervista rilasciata a novembre dal presidente francese a The Economist, nella quale aveva definito la NATO in stato di “morte cerebrale”, principalmente per via del disinteresse di Trump per l’Europa e l’assenza di un “coordinamento strategico nei processi decisionali” tra le due sponde dell’Atlantico.

La conclusione di Macron era stata che l’Europa dovrebbe fare molto di più per la propria difesa, promuovendo una “autonomia strategica” dettata non tanto dal disimpegno o presunto tale di Washington, quanto dai percorsi divergenti delle due parti teoricamente unite sotto la bandiera della NATO.

Macron ha in larga misura confermato i giudizi molto critici della NATO e degli USA esposti nell’intervista a The Economist. In particolare, al termine dell’incontro di martedì con il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, l’inquilino dell’Eliseo ha ribadito le proprie perplessità a proposito dei piani strategici che indicano la Russia o la Cina come i principali nemici dell’Europea e dell’Occidente. Macron ha poi sollevato le questioni per lui cruciali della “pace in Europa”, delle relazioni con la Russia, del comportamento della Turchia e della “situazione post-INF”, cioè le conseguenze della recente uscita degli Stati Uniti dal trattato del 1987 con Mosca che metteva al bando i missili nucleari a medio raggio.

La presa di posizione di Macron va al cuore delle divisioni tra l’Europa e gli Stati Uniti. Sostenere che Mosca e Pechino non devono essere al centro dei preparativi bellici della NATO, ma che con entrambe le potenze è necessario costruire rapporti di collaborazione, significa infatti contestare le basi stesse delle politiche strategiche americane o, per meglio dire, di buona parte dell’apparato di potere degli Stati Uniti, peraltro non necessariamente allineato alle posizioni dell’amministrazione Trump.

Le considerazioni di Macron vanno ben al di là delle ambizioni personali a guidare l’Europa in un momento di crisi della leadership di Angela Merkel in Germania. Esse sono da ricondurre piuttosto agli interessi del capitalismo francese che considera pericolose, con ogni probabilità a ragione, le direttive della politica estera di Washington.

Lo scontro tra Stati Uniti e Russia, che rischia di condurre a un conflitto rovinoso, si consumerebbe infatti in primo luogo sul territorio europeo. La cancellazione unilaterale del trattato INF, inoltre, minaccia di riprodurre dal passato la questione degli “euromissili”, legata, ancora una volta, alle potenziali conseguenze per il continente europeo dello scontro USA-Russia. Lo stesso discorso vale anche per i rapporti con la Cina. L’appiattimento dell’Europa sulle posizioni americane mette in sostanza a rischio la possibilità di sfruttare le occasioni di sviluppo offerte da Pechino, sacrificate alle mire egemoniche degli Stati Uniti.

A proposito di queste dinamiche, le scintille tra Washington e Parigi potrebbero aumentare la prossima settimana, quando Macron ospiterà un vertice con Germania, Russia e Ucraina per cercare di risolvere la crisi in quest’ultimo paese. Il formato del summit esclude significativamente gli Stati Uniti e, almeno in prospettiva, un eventuale successo potrebbe portare alla sospensione delle sanzioni contro il Cremlino e al ristabilimento delle piene relazioni tra Europa e Russia.

Dopo la riunione dei leader, conclusa con un’apparente intesa sugli obiettivi centrali dell’Alleanza, sono rispuntate le tensioni. Trump e il primo ministro canadese Trudeau sono stati protagonisti di una diatriba seguita a una conversazione di quest’ultimo registrata a sua insaputa durante un ricevimento a Buckingham Palace, nella quale aveva avuto apparentemente parole di scherno per il presidente americano. Lo stesso Trump ha anche disertato la conferenza stampa che lo attendeva dopo l’incontro con i colleghi, annunciando il ritorno immediato a Washington.

Gli sviluppi descritti in precedenza sono dunque alla base delle tensioni interne alla NATO e insidiano le ragioni stesse dell’esistenza dell’Alleanza, poiché mettono in discussione gli obiettivi attribuiti a essa dagli Stati Uniti. Infatti, per quanto si discuta nei vertici ufficiali di interessi e difesa comune, la NATO rappresenta fondamentalmente uno strumento per la promozione degli interessi globali di Washington.

Non è un caso, poi, che lo scontro pubblico tra Trump e Macron sia coinciso con la minaccia del presidente americano di imporre dazi doganali del 100% su una parte dell’export francese. Questa ipotesi allo studio conferma l’intreccio di questioni e interessi economici, commerciali, strategici e militari che alimenta l’atmosfera di ostilità tra alleati, oltretutto non limitato all’asse Washington-Parigi. In sospeso ci sono anche possibili misure punitive che la Casa Bianca sta valutando contro altri paesi europei in risposta ai sussidi destinati a Airbus e recentemente giudicati illegali dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

Alle radici della crisi della NATO c’è in definitiva il venir meno di un nemico comune – l’Unione Sovietica – che fino al 1991 consentiva di superare divisioni e interessi contrastanti. Con il passare degli anni e l’inasprirsi della competizione a livello internazionale, le tensioni tra gli stessi paesi membri del Patto Atlantico sono riesplose progressivamente. Un’anticipazione di quanto sta accadendo oggi si era avuta ad esempio nel 2003, con Francia e Germania fermamente contrarie all’invasione USA dell’Iraq.

Le tendenze centrifughe si sono da allora rafforzate, tanto che oggi è piuttosto comune leggere nelle analisi dei commentatori occidentali gli avvertimenti di una possibile implosione della NATO. Lo stesso impulso al continuo aumento del bilancio dell’Alleanza testimonia di un meccanismo difficilmente sostenibile se non al prezzo di prosciugare o quasi i bilanci di molti paesi, con ricadute drammatiche sulla spesa sociale e, inevitabilmente, sulla tenuta democratica di essi.

I numeri proposti a Londra dal segretario generale Stoltenberg, come se fossero un risultato da ostentare, danno una qualche idea di come si stia alimentando un’assurda corsa alla militarizzazione. Dal 2016 a oggi, le spese complessive dei paesi NATO sono aumentate di ben 130 miliardi di dollari, mentre a questa già incredibile cifra dovrebbero aggiungersi ulteriori 400 miliardi entro l’anno 2024.

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