La pena di morte


di Bianca Cerri

George Bush frequentava ancora l’università di Yale quando Ronald Curtis Chambers, muratore afro americano, entrò nel braccio della morte del Texas. Era appena diventato padre di una bambina ma l’infanzia passata nel ghetto di Dallas, dove prosperavano armi e droga e dove ci si può sentire molto più soli che altrove, avevano già segnato la sua esistenza. Dopo una rapina finita con la morte di un uomo, Chambers ed il suo complice, Clarence Williams, erano stati arrestati e accusati di reato capitale. Per salvarsi la vita, Williams gettò tutta la responsabilità su Chambers ed ottenne una pena mite mentre Chambers venne condannato a morte. In Texas, le giurie non hanno mai speciali riguardi nei confronti dei neri e dopo 45 minuti di dibattito arrivò la sentenza irrevocabile. Da 11.500 giorni all’incirca, Ronald Curtis Chambers vive in un mondo obsoleto, fatto dei pochi metri soffocanti di una cella, di secondini razzisti e di tanti altri mali che la maggior parte della gente non conoscerà fortunatamente mai. Per 11.500 volte ha indossato gli stessi abiti, mangiato lo stesso cibo insapore, dormito nel letto-bunker riservato ai condannati a morte. Ma la vendetta nei suoi confronti non si è ancora esaurita e il 25 gennaio prossimo Chambers verrà giustiziato nel famigerato edificio noto come “The Walls”, che si trova ad Huntsville, dove l’economia si basa interamente sulla pena capitale. I nomi di coloro che gli inietteranno il veleno una volta che sarà legato saldamente ad un lettino non sono stati resi noti l’amministrazione penitenziaria non ha nessun interesse a farli conoscere.

L’ordinamento del braccio della morte del Texas, l’ingiustizia legalizzata, la mancanza di principi morali che dovrebbero ispirare la legge sono più che sufficienti a cambiare l’indole dei detenuti. Tuttavia, Ronald Chambers non ha abbracciato alcuna forma di perversione e non si è mai abbandonato alla violenza per tutti e 31 i lunghi anni sella sua detenzione. Tutti gli riconoscono una certa integrità e la stessa amministrazione ha ammesso che si è sempre distinto per la buona condotta. Si è adattato alla sua condizione forse nella speranza di essere un giorno riammesso nella società libera. Nel 1987, la condanna a morte era stata abrogata ma sette anni più tardi i giudici d’appello avevano avuto un ripensamento e Chambers era tornato nel braccio della morte.

E’ piuttosto sorprendente che, mentre tutto si evolve, lo stato del Texas continui ad amministrare una giustizia ferma all’epoca dei pionieri. Dal giorno in cui Chambers è stato chiuso in una cella l’assetto geo-politico del mondo è cambiato, sono nate le reti telematiche, la guerra ha travolto interi paesi ma il desiderio di vendetta nei suoi confronti non si è attenuato. Persino agli occhi disincantati di un cronista, tanta inerzia e tanta stolidità risultano incomprensibili. Non basta che un uomo abbia tenuto una condotta esemplare per oltre 30 anni affinché si consideri saldato il suo conto con la giustizia, ci vuole la sua morte. Persino i famigliari della vittima hanno affermato che l’esecuzione non servirà a risarcirli della loro perdita, ma lo stato pretende di scavalcare anche il loro parere pur di affermare il suo desiderio di vendetta.

Oggi Ronald Chambers è un uomo di 51 anni, che ha visto precederlo nel cammino dell’ultimo miglio 380 uomini, ad alcuni dei quali era molto legato. Fra pochi giorni, lui stesso si avvierà lungo quel difficile percorso dal quale non c’è ritorno. Gli agenti non avranno bisogno di stanarlo dalla cella né di trascinarlo fuori di peso come è accaduto con tanti altri. In un’intervista ha detto: “Ho avuto tanta pazienza in questi anni o ce l’avrei fatta”. Forse avrà inteso dire che anche nel momento più duro avrà pazienza. Recentemente ha ricevuto la visita della figlia, ormai ultra trentenne, anche lei vittimizzata dalla vicenda del padre nonostante avesse solo pochi giorni quando Chambers venne condannato a morte. Il suo non è un caso unico: perché è scontato che se la legge non protegge la vita dei detenuti significa che non è in grado di proteggere neppure chi è fuori.

Nei 31 anni trascorsi nel braccio della morte, più di qualsiasi altro condannato, Chambers ha resistito ai tentativi di brutalizzazione fatti dalle guardie per infrangere il suo spirito e la sua forza di volontà. Ha fatto da testimone a tante e tali atrocità che ci vorrebbero secoli per descriverle. Ora il sistema giudiziario razzista in vigore in Texas si appresta ad ucciderlo pur sapendo che non sarà la sua esecuzione ad arginare i mali del paese. Servirà solo a dimostrare che nelle disgraziatissime colonie d’America l’oppressione furoreggia trionfante.


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