È un paese, l'Honduras, dove si uccide per occultare soprusi e violenze lunghe secoli. Dove si uccide per nascondere la verità. L'assassinio di Berta Cáceres, nella notte tra il due e il tre marzo del 2016, avviene dopo un crescendo di minacce e intimidazioni. Da parte di chi? Di uno Stato diretta filiazione del golpe del 2009. Estromesso, e costretto all'esilio, Manuel Zelaya, che aveva consentito l'ingresso dell'Honduras nell'ALBA, il paese rientra nell'orbita di controllo degli Stati Uniti.

 

Al colpo di stato del 29 giugno del 2009 infatti, è ampiamente documentata la partecipazione attiva di Hilary Clinton, all'epoca Segretario di Stato.

 

L'allontanamento, sancito con un referendum, dagli interessi di Washington, scatena quindi la voracità del potente vicino e quella degli eterni esecutori interni. Banchieri, latifondisti, le solite aristocrazie, insomma tutto l'ordinamento socio-economico che da sempre tiene le redini di un paese eternamente condannato alla povertà, riprende violentemente il controllo.

 

L'ondata repressiva seguita al golpe lascia morti e atrocità, nelle città come nelle campagne. Non si sono ravvisate voci di indignazione e protesta nei tempi sacri della informazione, che invece si sollevano con sorprendente prontezza quando si tratta di alimentare e sostenere campagne di diffamazione nei confronti del Venezuela della Bolivia o del Nicaragua, solo per citarne alcune.

 

In ogni caso, il tentativo di arginare la svendita di risorse umane e naturali del paese ai grandi trattati commerciali, come avvenuto in tante altre realtà del sub-continente, viene frustrato con il sangue. Il Plan Puebla Panama, permette la privatizzazione dei fiumi per la costruzione di dighe.

 

Grandi opere che fanno la felicità delle imprese che le realizzano, che nessun beneficio però portano alla popolazione. Nello specifico, violano l'equilibrio naturale di intere zone nelle quali da secoli risiedono comunità che di quelle ricchezze naturali si nutrono. E che curano e conservano. Un attacco dunque, sferrato alla biodiversità per soddisfare la insaziabilità del capitalismo. Una storia vecchia come la umanità, che in questo angolo di pianeta si ripropone in forma di tragedia.

La comunità Lenca si oppone da subito alla ennesima espropriazione e all'ennesimo saccheggio da parte di multinazionali che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo, ma molto con il profitto.

 

Nasce il COPINH - Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras; Berta ne diventa militante e ben presto leader riconosciuta. “Noi siamo discendenti dei popoli indigeni che hanno compiuto la più grande resistenza alla conquista. Questo non è mai stato riconosciuto, mai compreso, neppure dalla sinistra. L’imperialismo e la destra non si riposano. Li abbiamo sopravalutati e siamo rimasti come in letargo. Nella crisi generale del capitalismo, loro hanno bisogno delle nostre risorse, la biodiversità, il petrolio, la nostra cultura, i nostri saperi ancestrali. Perciò non rinunceranno. Ed è questo il tempo in cui il movimento sociale di sinistra, antimperialista, deve consolidare e rafforzare il suo processo di emancipazione. Deve essere una risposta non solo locale o regionale, ma internazionale, globale, contro il capitalismo”. Questo diceva Berta, questo gli valse nel 2015 il Golden Environmental Prize, considerato un Nobel dell'ambientalismo. Per questo, Berta fu assassinata.

 

La sua lotta contro il patriarcato, il colonialismo, il capitalismo, ha messo a dura prova la sua stessa esistenza, fino alle conseguenze più estreme. Il patto di ferro tra lo stato golpista e la DESA, l'impresa designata per la realizzazione delle dighe, ha perseguitato Berta e il COPINH per seminare morte e paura; per far desistere la popolazione da qualsiasi anelito di resistenza. E lo fa tuttora, a tre anni dall'omicidio, lasciando sostanzialmente impuniti i mandanti e gli autori materiali del delitto.

 

“Giustizia per Berta” non è dunque solo uno slogan, un lema per non dimenticare, per combattere l'oblio, questa malattia letale in America Latina come in tutto il pianeta. È un impegno costante per ristabilire in Honduras, ma dall'estrinseco valore universale, imprescindibili principi di democrazia. E lo è ora più che mai, in questi complicati tempi in cui tornano a tuonare i tamburi di guerra e a far mostra  di muscoli per preparare un'aggressione, alle porte di paesi poco graditi alle oligarchie occidentali. Sembrano cronache del secolo passato, eppure raccontano questi nostri giorni. Berta ne è la drammatica testimonianza.

 

I suoi assassini l'hanno sorpresa nel sonno, violentando la sua indifesa intimità come solo la bestia fascista è capace di fare. Avrà avuto il tempo di stampare i suoi occhi negli occhi di chi nella maniera più vile avrebbe messo fine alla sua vita.

 

Per quanto sia stata una esecuzione, e condotta quindi con tutti i “crismi” che una operazione simile richiede, è la paura che ha fatto premere il grilletto.

La paura di trovarsi davanti una donna disarmata che con la sola forza delle parole, dei gesti esemplari, rendeva disarmante la bieca pratica della sopraffazione. L'avrà guardato fisso negli occhi per raccontargli in una frazione di secondo l'atroce inutilità di quel gesto. Come se uccidere e assassinare a sangue freddo fosse una prova di impareggiabile coraggio.

 

Berta, è molto più di un'idea, di un esempio. È molto più di un cuore che smette di battere. È un fiume che scorre tra le montagne, è la montagna che lo accompagna tra le valli sacre che la bestialità del profitto vorrebbe stuprare per insediarcisi con tutto il suo carico di morte e devastazione. È la dignità che prende parola.

Ed è un fiume in piena, proprio come quello che avrebbero voluto distruggere con una sproposito di dighe. E che lei ha tanto strenuamente difeso, fino all'ultimo respiro. L'avevano minacciata di morte più e più volte, per aver commesso l'atroce delitto di denunciare i padroni del vapore. Per aver commesso l'atroce delitto di aver preso la vita sul serio, come Leonel Rugama, crivellato di colpi dalla Guardia Nacional somozista nel Nicaragua della insurrezione sandinista.

 

Gli squadroni della morte non conoscono latitudini e congiunture storiche. Attraversano impunemente qualsiasi società e qualsiasi giusta causa. Svolgono diligentemente il loro lavoro grazie alla compiacenza di governi mascherati da democrazia e al disinteresse dei cosiddetti mezzi d'informazione. Il loro disinteresse però non impiega molto a tramutarsi in complicità. E più precisamente in quella comoda complicità che rende comodi le vite di chi trova conforto nel volgere lo sguardo sempre dall'altra parte. Dove regna il soporifero piacere di trovare nelle disperazioni altrui il proprio benessere.

 

 

All’indomani degli attentati dell’11 Settembre, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, e il suo consigliere Arthur Cebrowski definirono la necessità per il Pentagono di dominare completamente il campo di battaglia mondiale (Full-spectrum dominance), in modo da assicurare l’unipolarità del mondo. È esattamente quanto gli Stati Uniti stanno cercando di fare oggi.

 

Due settimane fa Washington ha incoronato presidente del Venezuela Juan Guaidò, pur non avendo questi neppure partecipato alle elezioni presidenziali, e ha dichiarato illegittimo il presidente Maduro, regolarmente eletto, preannunciando la sua deportazione a Guantanamo.

 

La scorsa settimana ha annunciato la sospensione USA del Trattato INF, attribuendone la responsabilità alla Russia, e ha in tal modo aperto una ancora più pericolosa fase della corsa agli armamenti nucleari.

 

Questa settimana Washington compie un altro passo: domani 6 febbraio, la NATO sotto comando USA si allarga ulteriormente, con la firma del protocollo di adesione della Macedonia del Nord quale 30° membro.

 

Non sappiamo quale altro passo farà Washington la settimana prossima, ma sappiamo qual è la direzione: una sempre più rapida successione di atti di forza con cui gli USA e le altre potenze dell’Occidente cercano di mantenere il predominio unipolare in un mondo che sta divenendo multipolare. Tale strategia - espressione non di forza ma di debolezza, tuttavia non meno pericolosa - calpesta le più elementari norme di diritto internazionale.

 

Caso emblematico è il varo di nuove sanzioni USA contro il Venezuela, con il «congelamento» di beni per 7 miliardi di dollari appartenenti alla compagnia petrolifera di Stato, allo scopo dichiarato di impedire al Venezuela, il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo, di esportare petrolio. Il Venezuela, oltre ad essere uno dei sette paesi del mondo con riserve di coltan, è ricco anche di oro, con riserve stimate in oltre 15 mila tonnellate, usato dallo Stato per procurarsi valuta pregiata e acquistare farmaci, prodotti alimentari e altri generi di prima necessità. Per questo il Dipartimento del Tesoro USA, di concerto con i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche Centrali di Unione europea e Giappone, ha condotto una operazione segreta di «esproprio internazionale» (documentata da Il Sole 24 Ore).

 

Ha sequestrato: 31 tonnellate di lingotti d’oro appartenenti allo Stato venezuelano: 14 tonnellate depositate presso la Banca d’Inghilterra, più altre 17 tonnellate trasferite a questa banca dalla tedesca Deutsche Bank che li aveva avuti in pegno a garanzia di un prestito, totalmente rimborsato dal Venezuela in valuta pregiata.

Una vera e propria rapina, sullo stile di quella che nel 2011 ha portato al «congelamento» di 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici (ormai in gran parte spariti), con la differenza che quella contro l’oro venezuelano è stata condotta segretamente. Lo scopo è lo stesso: strangolare economicamente lo Stato-bersaglio per accelerarne il collasso, fomentando l’opposizione interna, e, se ciò non basta, attaccarlo militarmente dall’esterno.

 

Con lo stesso dispregio delle più elementari norme di condotta nei rapporti internazionali, gli Stati uniti e i loro alleati accusano la Russia di violare il Trattato INF, senza portare alcuna prova, mentre ignorano le foto satellitari diffuse da Mosca le quali provano che gli Stati Uniti avevano cominciato a preparare la produzione di missili nucleari proibiti dal Trattato, in un impianto della Raytheon, due anni prima che accusassero la Russia di violare il Trattato.

 

Riguardo infine all’ulteriore allargamento della NATO, che sarà sancito domani, va ricordato che nel 1990, alla vigilia dello scioglimento del Patto di Varsavia, il Segretario di Stato USA James Baker assicurava il Presidente dell’URSS Mikhail Gorbaciov che «la NATO non si estenderà di un solo pollice ad Est». In vent’anni, dopo aver demolito con la guerra la Federazione Jugoslava, la NATO si è estesa da 16 a 30 paesi, espandendosi sempre più ad Est verso la Russia.

 

fonte: voltairenet.org

Una relazione, divisa in due parti, recentemente pubblicata con il titolo “Come la USAID ha favorito un "Golpe Soave" (blando) contro il governo nicaraguense”, ha reso pubblici documenti che rivelano le principali fonti e i destinatari di finanziamenti politici a organismi nicaraguensi che hanno promosso il fallito “Golpe Soave” che, tra aprile e luglio di quest’anno, con una vera e propria danza di milioni di dollari mortiferi, ha causato grandi sofferenze e dolore in Nicaragua.

 

La relazione, pubblicata originariamente in forma di reportage sul sito web Behind Back Doors, rivela che, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID la sigla in inglese), ha somministrato 76 milioni di dollari per preparare il golpe. La relazione evidenzia che la USAID si è disegnata in Nicaragua una strategia a lungo termine, che comprende il periodo 2010-2020, in vista delle elezioni presidenziali del 2021, per la quale ha stanziato 68 milioni 414 mila 563 dollari ai quali, nel 2016, sono stati aggiunti altri 7 milioni 995 mila 22 dollari per un gran totale di 76,4 milioni di dollari.

È un fatto, non un’analisi né un’opinione: «L’ordine internazionale libero e aperto» che gli Stati Uniti promuovono dal 1945 è costato la vita a 20-30 milioni di persone nel mondo. Nessun presidente, chiunque egli sia, è riuscito a rallentare il ritmo di questa macchina per uccidere.

 

Nel riassunto del suo ultimo documento strategico - 2018 National Defense Strategy of the United States of America (il cui testo integrale è segretato) - il Pentagono sostiene che «dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati uniti e i loro alleati hanno instaurato un ordine internazionale libero e aperto per salvaguardare la libertà e i popoli dall’aggressione e coercizione», ma che «tale ordine viene ora minato dall’interno da Russia e Cina, le quali violano i principi e le regole dei rapporti internazionali». Completo ribaltamento della realtà storica.

 

Il prof. Michel Chossudovsky, direttore del Centre for Research on Globalization, ricorda che questi due paesi, classificati oggi come nemici, sono quelli che, quando erano alleati degli Stati uniti durante la Seconda guerra mondiale, pagarono la vittoria sull’Asse nazi-fascista Berlino-Roma-Tokyo con il più alto prezzo in vite umane: circa 26 milioni l’Unione Sovietica e 20 milioni la Cina, in confronto a poco più di 400 mila degli Stati uniti.

 

Con questa premessa Chossudovsky introduce su Global Research un documentato studio di James A. Lucas sul numero di persone uccise dalla ininterrotta serie di guerre, colpi di stato e altre operazioni sovversive effettuata dagli Stati uniti dalla fine della guerra nel 1945 ad oggi: esso viene stimato in 20-30 milioni [1]. Circa il doppio dei caduti della Prima guerra mondiale, di cui si è appena celebrato a Parigi il centenario della fine con un «Forum della pace».

 

Oltre ai morti ci sono i feriti, che spesso restano menomati: alcuni esperti calcolano che, per ogni persona morta in guerra, altre 10 restino ferite. Ciò significa che i feriti provocati dalle guerre Usa ammontano a centinaia di milioni. A quello stimato nello studio si aggiunge un numero inquantificato di morti, probabilmente centinaia di milioni, provocati dal 1945 ad oggi dagli effetti indiretti delle guerre: carestie, epidemie, migrazioni forzate, schiavismo e sfruttamento, danni ambientali, sottrazione di risorse ai bisogni vitali per coprire le spese militari.

 

Lo studio documenta le guerre e i colpi di stato effettuati dagli Stati uniti in oltre 30 paesi asiatici, africani, europei e latino-americani. Esso rivela che le forze militari Usa sono direttamente responsabili di 10-15 milioni di morti, provocati dalle maggiori guerre: quelle di Corea e del Vietnam e le due contro l’Iraq. Altri 10-14 milioni di morti sono stati provocati dalle guerre per procura condotte da forze alleate armate, addestrate e comandate dagli Usa, in Afghanistan, Angola, Congo, Sudan, Guatemala e altri paesi.

 

La guerra del Vietnam, estesasi a Cambogia e Laos, provocò un numero di morti stimato in 7,8 milioni (più un enorme numero di feriti e danni genetici generazionali dovuti alla diossina sparsa dagli aerei Usa). La guerra per procura negli anni Ottanta in Afghanistan fu organizzata dalla Cia che addestrò e armò, con la collaborazione di Osama bin Laden e del Pakistan, oltre 100 mila mujaidin per combattere le truppe sovietiche cadute nella «trappola afghana» (come dopo la definì Zbigniew Brzezinski, precisando che l’addestramento dei mujaidin era iniziato nel luglio 1979, cinque mesi prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan).

 

Il colpo di stato più sanguinoso fu organizzato nel 1965 in Indonesia dalla Cia: essa fornì agli squadroni della morte indonesiani la lista dei primi 5 mila comunisti e altri da uccidere. Il numero dei trucidati viene stimato tra mezzo milione e 3 milioni. Questo è «l’ordine internazionale libero e aperto» che gli Stati uniti, indipendentemente da chi siede alla Casa Bianca, perseguono per «salvaguardare i popoli dalla aggressione e coercizione».

 

Fonte: voltairenet.org

Due sono le principali accuse che la troika economica e le agenzie di rating (entrambe espressione degli interessi dell'oligarchia finanziaria internazionale) rivolgono alla proposta di legge di stabilità del governo italiano.

 

La prima ha a che fare con la scelta di portare al 2,4% il rapporto deficit/Pil, ben sopra al limite (1,6%) ufficiosamente pattuito dalle precedenti leggi di stabilità dei governi Renzi-Gentiloni (che, a fine 2017, è arrivato al 2,3% nel silenzio generale) ma ben al di sotto del limite ufficiale sancito dagli accordi del 1997 che è pari al 3%.


La seconda è che tale obiettivo, comunque, difficilmente potrà essere ottenuto perché le stime di crescita del Pil effettuate dal governo, a seguito della manovra economica (+0,5%), sono considerate sovrastimate. In questa breve nota, ci limitiamo per il momento a discutere del primo punto.


La situazione debitoria europea
La fragilità economica di un paese è certamente legata anche al livello del suo indebitamento. Ma correttezza vuole che si faccia riferimento al debito complessivo di tutti gli agenti economici che operano nel sistema economico (non solo lo Stato, ma anche le famiglie, le imprese e le banche). Se prendiamo in esame il debito complessivo in rapporto al Pil, abbiamo qualche sorpresa.

 

Secondo una recente survey del McKinsey Global Institute, sulla base dei dati della Bank for International Settlements (Banca dei regolamenti internazionali) riferiti al 2017, il paese più indebitato al mondo risulta essere il Lussemburgo per un ammontare pari al 434% del Pil, seguito da Hong Kong (396%), terzo il Giappone (373%). Con riferimento alle nazioni europee, quelle più indebitate sono l'Irlanda e il Belgio (345%), seguite da Portogallo (322%), Francia (304%), Olanda e Grecia (entrambe al 294%), Norvegia, 287%, Gran Bretagna (281%), Svezia e Spagna (275%). L'Italia (265%) si colloca nelle retrovie, con un valore di poco superiore alla Danimarca, Finlandia, Svizzera, Austria e Germania.


Se disaggreghiamo tale dato, l'Italia ha il 151% di debito pubblico (seconda in Europa - dopo la Grecia, e terza al mondo, con il Giappone che detiene il primato di paese con lo Stato più indebitato: 214%). Ma si trova negli ultimi posti in classifica per debito delle famiglie (41%, contro il 127% della Svizzera, il 117% della Danimarca, il 107% dell'Olanda, il 102% della Norvegia, l'87% della Gran Bretagna). Meglio dell'Italia è solo la Polonia (36%). Con riferimento al debito delle imprese, anche in questo caso la situazione italiana è tra le più virtuose. Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Norvegia, Svezia, Francia, Portogallo, Spagna presentano valori doppi rispetto all'Italia e solo Grecia e Germania si trovano in una situazione migliore (seppur di poco).


La solvibilità complessiva dell'Italia non può quindi essere messa in discussione, anche tenendo conto che la quota di debito pubblico detenuta da operatori economici italiani è oggi salita al 68,7%, grazie soprattutto all'incremento dal 5% al 16% effettuata dalla Banca d'Italia grazie al Quantitative Easing della Bce. Occorre notare che il 26% del debito pubblico italiano è, inoltre, detenuto da banche prevalentemente italiane e il 18% è invece detenuto da fondi finanziari e assicurativi, prevalentemente stranieri, quelli più interessati a avviare attività speculative. I piccoli risparmiatori ne detengono solo il 5%.


Per completezza d'analisi, alla situazione debitoria nazionale occorre aggiungere l'eventuale indebitamento estero. Come è noto, l'Italia è il secondo paese, dopo la Germania, a vantare il surplus della bilancia commerciale più elevato d'Europa. I dati relativi a fine 2017 (Fonte: Eurostat), ci dicono che l'avanzo commerciale italiano ha raggiunto la cifra di 47,5 miliardi (pari al 2,8% del Pil), derivante da un surplus di 8,3 miliardi con i paesi della UE e di 39,2 con quelli extra-UE.


Di fatto il surplus dei conti con l'estero sarebbe in grado di ripagare più che abbondantemente il deficit interno. La Germania ha maturato un surplus commerciale di 249 miliardi pari al 7,6% del Pil. Ricordiamo che all'interno del patto di stabilità europeo, oltre ai vincoli sul rapporto deficit/pil, occorre prendere in considerazione il limite massimo di avanzo commerciale di un paese membro, che non può superare il 6%. Di fatto, l'unico paese che del corso del 2017 ha compiuto un'infrazione al Patto di Stabilità è stata la Germania ed è prevedibile che tale limite del 6% verrà superato anche nel corso del 2018. E' infatti da più di 5 anni che la Germania supera tale limite. Ma nessun commissario europeo sembra accorgersene.


Di converso, la Francia presenta un deficit commerciale di circa 80 miliardi e la Gran Bretagna addirittura di 176,2 miliardi.


Di fronte a questo quadro, l'accanimento contro il solo debito pubblico per contestare le scelte di politica economica non ha una ragione strettamente economica ma esclusivamente politica e ideologica. Si tratta di impedire che un paese membro possa adottare una politica espansiva basata sul deficit spending in grado, potenzialmente, di evitare lo smantellamento del welfare e la finanziarizzazione privata dei servizi sociali, a partire dalla sanità e dall'istruzione (visto che la previdenza è stata già di fatto finanziarizzata).


Ciò che è in gioco non è l'autonomia economica dell'Italia, come la retorica nazional-sovranista vorrebbe farci credere. Se anche ritornassero la lira o un'Europa di singoli stati sovrani sul piano monetario, la configurazione geopolitica internazionale basata sul confronto tra l'asse boreale Trump-Putin (che vedrebbero con favore la scomparsa dell'Europa) e l'asse australe Cina-India-Sud Africa-Brasile, renderebbero i singoli paesi europei ancor più deboli e in balia delle oligarchie economico-finanziarie.

A chi conviene il debito italiano?
Forse non tutti sanno che a partire dal 1992, con l'unica eccezione del 2009, il saldo primario del bilancio dello Stato (ovvero la differenza tra le entrate e le uscite complessive, al netto della spesa per interesse) è sempre stato abbondantemente positivo. In questi anni, dal 1992 al 2017, lo Stato ha prodotto un risparmio pari a 795 miliardi. Negli ultimi 25 anni, l'ammontare delle spese per interessi ha, invece, raggiunto una cifra pari a 2094 miliardi. Di conseguenza il debito pubblico italiano è cresciuto di 1.299 miliardi.


Appare quindi evidente che la principale causa dell'aumento del debito pubblico italiano dipende dalla spesa per interessi, la cui dinamica negli ultimi anni è stata sempre più condizionata dalla speculazione finanziaria. Approfondiamo questo aspetto, utilizzando i dati del rapporto del Comitato per l'abolizione dei debiti illegittimi (CADTM) che verrà presentato alla stampa il prossimo 27 ottobre 2018, a Roma.


Tre sono state le fasi in cui l'Italia è stato oggetto di attacchi speculativi.


Il primo è il biennio 1992-93 con la crisi valutaria della lira, che ha portato, sul piano sociale, all'abolizione della scala mobile e alla draconiana manovra finanziaria del governo Amato. Nonostante questi interventi (aumento della pressione fiscali in senso non progressivo, smantellamento di parte del servizio pubblico che porterà alla riforma previdenziale del 1996 e alla privatizzazione dell'acqua, dell'energia, del trasporto e delle comunicazioni, riduzione del costo del lavoro e inizio della sua fase di precarizzazione), il rapporto debito pubblico è passato dal 101,6% del 1991 al 111,3% del 1993 e al 127,3% del 1994. Come ricordato è proprio nel 1992 che si realizzerà per la prima volta dagli anni Settanta un avanzo primario positivo che nell'arco del triennio ammonterà a 56,52 miliardi di euro. Di contro, la spesa per interessi ammontò a 303,27 miliardi (con un incremento del 62,7% rispetto al triennio precedente).


Il secondo attacco coincide con l'avvio della crisi dei subprime del 2007-8: il rapporto deficit/Pil passa dal 99,34% del 2007 al 112,2% del 2009, l'unico anno in cui si registra anche un disavanzo primario (al netto degli interessi), con il IV governo Berlusconi. La spesa per interessi risulta pari nel triennio a 229,2 miliardi di euro.
Occorre ricordare che l'entrata nell'Euro aveva, invece, prodotto una diminuzione del rapporto debito/Pil dal 109,1% del 2000 al 105,9% del 2002, grazie soprattutto al calo dei tassi d'interesse.


Pochi anni dopo, arriva il terzo attacco, quello forse più pesante, con lo spread che nel 2011 arriva a quota 575. La crisi aveva portato alla caduta del governo Berlusconi e all'arrivo del governo Monti. L'attacco si fermò quando la Deutsche Bank, che aveva iniziato a febbraio del 2011 la vendita della quota di titoli di Stato in suo possesso per speculare sui derivati italiani, decise a novembre di quell'anno di ricominciare ad acquistarli di nuovo, dopo aver capitalizzato ingenti guadagni.
Nel 2011 e 2012, l'esborso dello Stato per la spese in interessi arriva a toccare i 160 miliardi.


Se sommiamo questi episodi, ricaviamo che la speculazione finanziaria è costata allo Stato italiano (e quindi a noi) la bellezza di 467,3 miliardi, ovvero il 20,6% dell'intero debito pubblico del 2017. E' una cifra che è andata a ingrassare la pancia delle multinazionali della finanza e delle banche e solo in minima parte i risparmiatori italiani, che detengono, come già abbiamo ricordato, solo il 5% del debito complessivo. A tale rendita occorre poi aggiungere le plusvalenze maturate sulla dinamica dei derivati sui titoli di stato, che, nel caso del 2011, hanno consentito guadagni di oltre il 500% in pochi mesi.


Analizziamo ora le entrate fiscali. Esse sono composte da tre grandi voci: le imposte dirette (pari nel 2016 al 35%), le imposte indirette (34%), i contributi sociali (31%). Gli introiti delle imposte dirette derivano nel 2017 per il 58,1% dai redditi da lavoro (salari e pensioni), per il 21,7% dai redditi di impresa (partecipazioni e utili), per il 7,3% dai redditi da capitali (interessi e dividendi), per il 2,6% da redditi fondiari (affitto) e per il 7% da redditi patrimoniali. Ciascuno di questi cespiti è soggetto a una tassazione separata. I redditi da lavori sono soggetti alla progressività delle aliquote. I redditi da imprese solo in parte. Ad esempio le società di capitali pagano un'Ires pari all'aliquota unica del 24%. Lo stesso vale per gli affitti (imposta unica del 21%), per gli interessi sui depositi bancari (26%) e sui titoli di stato (12,5%).


Ne consegue che chi gode di un reddito derivante non solo dal lavoro ma anche da altre attività (affitto, interessi, ecc,) vede ridursi la propria progressività in un contesto di elevati redditi cumulati, con un trattamento a lui/lei più favorevole.


Inoltre negli ultimi anni, le varie riforme fiscali hanno di gran lunga ridotto non solo la progressività delle aliquote sull'Irpef ma anche le aliquote uniche di alcuni redditi. E' il caso dei redditi di impresa: fino al 1995 quelli realizzati da società di capitali erano tassati al 37%. Poi è cominciato un lento declino fino a raggiungere il 24% nel 2017 con il governo Renzi.


Quando fu introdotta l'Irpef come unica tassa sui redditi di lavoro e di persone nel 1974 (riforma Visentini), gli scaglioni di aliquote erano più di 20, con valori che partivano dal 10% (per i redditi più bassi) sino ad un massimo del 72% (per i redditi superiori ai 300.000 euro l'anno). A partire dalla prima riforma del 1983 sino all'ultima del 2007, tale ventaglio di aliquote è stato drasticamente ridotto sino alle 5 attuali: 23% per i redditi sino a 15 mila euro, 27% tra i 15 mila e i 28 mila, 38% tra i 28 mila e i 55 mila, 41% dai 55 mila ai 75 mila e 43% oltre i 75 mila. Non solo sono state diminuite le aliquote sui redditi più alti e aumentate quelle sui redditi più bassi ma anche la curva della progressività è diventata sempre più elastica, concentrandosi prevalentemente sui redditi medio-bassi, quelli dello scaglione di imponibili lordo (il netto è circa un terzo inferiore) tra i 28 mila e i 55 mila.


Ne è conseguito che: "In virtù delle riforme fiscali operate dal 1983 al 2007, i super ricchi, quelli con redditi superiori a 600.000 euro, nel solo 2016 hanno goduto di un regalo fiscale pari a 1 miliardo di euro. Considerato che il loro numero non va oltre le 10.000 persone, ognuno di loro ha potuto accrescere il proprio patrimonio di 100.000 euro".


Se si considera il mancato gettito dovuto alla ridotta progressività delle riforme fiscali e al mancato cumulo, "otteniamo una perdita per lo Stato, nel [solo] 2116, di 8,3 miliardi di euro, pari al 4,5% del gettito Irpef".


Applicando lo stesso calcolo agli ultimi 34 anni (dal 1974 ad oggi), il mancato gettito complessivo ammonta a 146 miliardi. Tale ammanco di entrate è stato colmato dall'emissione di titoli di Stato che, in virtù degli interessi composti, hanno prodotto un maggior debito pari a 295 miliardi, il 13% di tutto il debito accumulato. Un favore alle classi più ricche che è stato assai costoso per tutta la collettività!


Per una maggior completezza di analisi, dobbiamo anche aggiungere il fenomeno dell'evasione e dell'elusione fiscale, che, secondo le stime pubblicate nel maggio 2017, è stata per il 2014 di 110 miliardi, di cui 11 evasi sotto forma di contributi sociali, 36 come IVA e 63 come imposte dirette.

Quali conclusioni?
La veloce e incompleta panoramica ci porta ad alcune preliminari conclusioni:
1. L'Italia non si trova in una situazione di rischio di insolvenza, come gli allarmismi del gotha finanziario vogliono far credere. La campagna mediatica, orchestrata anche da alcuni siti di informazione compiacenti (a destra come a sinistra), ha come scopo principale attivare campagne speculative, assai lucrose per chi detiene il controllo dei flussi finanziari;


2. Il debito pubblico italiano è stato causato dall'incremento della spesa per interessi (a seguito delle campagne speculative) e da riforme fiscali che hanno favorito un poderoso trasferimento di risorse dalle fasce più povere della popolazioni a quelle più ricche. E' quindi del tutto falsa la narrazione dominante che associa la crescita del debito pubblico all'aumento della spesa pubblica, soprattutto nel periodo degli anni '80 del secolo scorso, quando passò dal 60% a oltre il 120%. Eppure, come correttamente scrive Marco Bersani, "i dati ufficiali sulla spesa pubblica di quel decennio raccontano un'altra verità: infatti, al netto della spesa per interessi, la spesa pubblica italiana è passata dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42,9% nel 1994, mentre, nello stesso periodo, la media europea vedeva un aumento dal 45,5% al 46,6% e quella dell'eurozona dal 46,7% al 47,7%. Ovvero, sia in percentuale assoluta, sia in percentuale di aumento relativo, la spesa pubblica italiana si è costantemente posizionata a livelli inferiori rispetto al resto dell'Ue e dell'eurozona".


3. Il debito pubblico è così un"business": favorisce la rendita finanziaria e coloro che sono già i più ricchi.


4. L'attuale proposta di manovra finanziaria con l'enfasi sulla "flat tax" non fa altro che contribuire ad alimentare tale business. Solo il ripristino di una tassazione unica per tutti i cespiti di reddito e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire non solo ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico.

 

fonte: www.effimera.org

 

 

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