Il partito di governo, il FSLN, e la sua formula presidenziale, sono nel mirino di chi dice che l'attuale modello di governo è sconfitto e che si tratta di una dittatura; si sentono con il diritto e la forza non solo per rovesciarlo, ma per farlo con una rivoluzione che mira a finire e spazzare via tutto ciò che il Sandinismo rappresenta.
 
E’ da poco più di tre mesi fa che il paese è regredito, con l'inizio di un incubo che è iniziato il 18 aprile. Abbiamo visto molti antisandinisti in marcia per le strade, gridando odi che in seguito hanno dato luogo alla vendetta e ha reso il crimine organizzato lo strumento fondamentale per liberare il terrore e quindi sottomettere il paese in nome della "democrazia e libertà" che offre uno stato di morte e paura senza precedenti nella nostra storia.

Come si diceva un tempo i nodi vengono al pettine. E il nodo sono gli opposti interessi tra gli Usa, i partner della Nato e dentro la stessa Alleanza. Ma questa situazione la dobbiamo anche a Londra e Parigi che hanno sostenuto i piani americani in Medio Oriente per favorire Arabia saudita e Israele e distrutto nel 2011 la Libia, la nostra pompa di benzina.

 

Non è un caso che il regno wahabita sia il più importante acquirente di armi americane e francesi, i due maggiori esportatori bellici del mondo: a Bruxelles Trump, per ragioni di equità, avrebbe dovuto chiedere non alla Germania ma ai francesi un aumento delle spese per la Nato perché al momento sono loro, e gli inglesi, che ci guadagnano di più a stare nell’Alleanza.

Mentre alcuni media corporativi hanno ritratto il violento movimento di protesta che intrappola il Nicaragua come un movimento progressista di base, gli stessi studenti del paese hanno dimostrato il contrario. All'inizio di giugno, un piccolo gruppo di attivisti dell'opposizione dal Nicaragua si è recato a Washington, DC, con la testa del gruppo di difesa dello Stato americano di destra, Freedom House.

 

Il gruppo di opposizione, noto come M19, era lì per chiedere aiuto a Donald Trump e ad altri funzionari di destra del governo degli Stati Uniti per aiutarli nella loro lotta contro il presidente nicaraguense Daniel Ortega.

Durante la campagna elettorale per le presidenziali in USA, abbiamo mostrato come la rivalità tra Hillary Clinton e Donald Trump non risiedesse tanto nella differenza di stile quanto nella diversa cultura. L’outsider metteva in discussione il dominio dei puritani e reclamava il ritorno al compromesso originario del 1789 — quello del Bill of Rights — tra i rivoluzionari che si battevano contro re Giorgio e i grandi proprietari terrieri delle 13 colonie.

 

Non proprio così inesperto di politica, Trump già aveva palesato la propria opposizione al sistema il giorno stesso degli attentati dell’11 settembre e, in seguito, nella polemica sul luogo di nascita del presidente Obama.

 

Analogamente, non abbiamo interpretato la ricchezza di Trump come un chiaro indizio del suo schieramento a servizio dei più ricchi, bensì come segno dell’intenzione di difendere il capitalismo produttivo contro il capitalismo speculativo.

 

Abbiamo rimarcato che, sul fronte esterno, i presidenti George W. Bush e Barack Obama hanno intrapreso le guerre di Afghanistan, Iraq, Libia e Siria mettendo in atto la strategia dell’ammiraglio Cebrowski: la distruzione delle strutture statali in tutti i Paesi del «Medio Oriente Allargato» . Abbiamo altresì rilevato come questi stessi presidenti abbiano, sul piano interno, sospeso il Bill of Rights. La combinazione di queste due politiche ha portato allo svilimento e all’impoverimento del ceto medio [«petits blancs»].

 

Trump invece non si è mai stancato di denunciare l’Impero Americano e di annunciare il ritorno ai principi repubblicani, richiamandosi ad Andrew Jackson (1829-37) e ricevendo l’investitura dagli ex collaboratori di Richard Nixon (1969-1974).

 

La sintesi del suo pensiero in politica interna era lo slogan «Make America Great Again!» [Letteralmente: Facciamo l’America di nuovo grande! ndt]: smettiamo di inseguire la chimera imperiale e facciamo ritorno al «sogno americano» dell’arricchimento personale. E il compendio della sua concezione della politica estera era lo slogan «America First!», che noi abbiamo interpretato, non nel senso attribuitogli durante la seconda guerra mondiale, bensì nel senso originario. Dunque, non abbiamo visto in lui un neo-nazista, ma un politico che rifiuta di mettere il proprio Paese al servizio delle élite transnazionali.

 

Fatto ancora più sconcertante: ritenevamo impossibile che Trump potesse giungere a un accordo culturale con la minoranza messicana e abbiamo preconizzato che, alla fine, avrebbe favorito una separazione in via amichevole: l’indipendenza della California (CalExit).

 

La nostra lettura degli obiettivi e del metodo Trump lasciava tuttavia aperta la questione della capacità di un presidente statunitense di modificare la strategia militare del Paese.

 

Scrivendo per due anni in contrasto con la totalità dei commentatori, siamo stati a torto etichettati partigiani di Trump. Il senso del nostro lavoro è stato travisato. Non siamo elettori statunitensi, quindi non sosteniamo alcun candidato alla Casa Bianca. Siamo analisti politici e ci sforziamo unicamente di comprendere i fatti e di anticiparne le conseguenze.

A che punto siamo oggi?

  • • Dobbiamo concentrarci sui fatti ed eliminare dal nostro modo di ragionare le distorsioni mediatiche della comunicazione del presidente Trump. • Dobbiamo distinguere ciò che è proprio di Trump da ciò che è la continuità con i suoi predecessori e da ciò che appartiene alle tendenze del momento.

Sul piano interno

A Charlottesville Trump ha sostenuto una manifestazione di suprematisti bianchi e il diritto, anche dopo il massacro di Parkland, di portare armi. Posizioni interpretate come un appoggio alle idee di estrema destra e alla violenza. Al contrario, si è trattato per Trump di promuovere i «Diritti dell’uomo» versione USA, quali sono enunciati nei due primi emendamenti del Bill of Rights.

 

Indubbiamente si può dire tutto il male possibile della definizione statunitense dei «Diritti dell’uomo» - e noi non cessiamo di criticarla nella tradizione di Thomas Paine - ma si tratta di tutt’altra questione.

 

Per mancanza di mezzi, il completamento del Muro alla frontiera messicana, costruito dai predecessori di Trump, è lungi dall’essere terminato. È ancora troppo presto per trarne conclusioni. Lo scontro con quegli immigrati ispanici che si rifiutano di parlare inglese e di adeguarsi al compromesso del 1789 non è ancora avvenuto. Donald Trump si è per il momento limitato a sopprimere il servizio in spagnolo dei comunicati della Casa Bianca.

 

Sulla questione delle modificazioni del clima, Trump ha respinto l’Accordo di Parigi non per indifferenza all’ecologia, ma perché quest’accordo impone un regolamento finanziario che avvantaggia unicamente i responsabili delle Borse dei diritti di emissione del CO2.

 

In materia economica Trump non è riuscito a imporre la propria rivoluzione: esentare le esportazioni e tassare le importazioni. Ha tuttavia ritirato gli Stati Uniti dai trattati di libero scambio non ancora ratificati, come l’Accordo di Partenariato Transpacifico. Poiché la Border Tax è stata respinta dal Congresso, Trump sta tentando di aggirare i parlamentari e istituire tasse proibitive sull’importazione di alcuni prodotti, provocando lo stupore degli alleati e la collera della Cina.

Anche il lancio del programma rooseveltiano di costruzione di infrastrutture langue: Trump ha reperito solo il 15% dei finanziamenti. E non ha ancora lanciato il programma per arruolare cervelli stranieri e rilanciare l’industria americana, benché l’abbia annunciato nella Strategia Nazionale per la Sicurezza.

In conclusione, il poco che Trump ha già portato a termine è stato sufficiente a rilanciare produzione e lavoro negli Stati Uniti.

 

Sul piano esterno

Per liquidare l’Impero americano, Trump aveva annunciato l’intenzione di cessare il sostegno agli jihadisti, di sciogliere la NATO, di abbandonare la strategia di Cebrowski e di rimpatriare le truppe di occupazione. È evidentemente molto più difficile riformare la prima amministrazione federale, cioè le forze armate, che cambiare per decreto le regole economiche e finanziarie.

 

Il presidente Trump ha prioritariamente piazzato a capo del dipartimento della Difesa e della CIA personaggi fidati, in modo da scongiurare tentativi di ribellione. Ha riformato il Consiglio Nazionale per la Sicurezza, riducendo il ruolo del Pentagono e della CIA. Ha immediatamente messo fine alle “rivoluzioni colorate” e agli altri colpi di Stato che avevano contraddistinto le amministrazioni precedenti.

 

Trump ha poi convinto i Paesi arabi, tra i quali l’Arabia Saudita, a cessare il sostegno agli jihadisti. Le conseguenze non hanno tardato a manifestarsi: la caduta di Daesh in Iraq e in Siria. Contemporaneamente, Trump ha rinviato lo scioglimento della NATO, accontentandosi di annettervi un compito anti-terrorismo. Nel contempo, nello scenario della campagna britannica contro Mosca, l’Alleanza sviluppa alacremente il proprio dispositivo anti-Russia.

 

Trump ha conservato la NATO solo per controllare i vassalli degli Stati Uniti. Ha deliberatamente screditato il G7, costringendo gli smarriti alleati a prendere atto delle proprie responsabilità.

 

Per interrompere la strategia Cebrowski nel Medio Oriente Allargato, Trump sta preparando la riorganizzazione della zona, incentrandola sul ritiro americano dagli accordi con l’Iran (JCPoA e accordo bilaterale segreto) nonché sul suo piano per regolare la questione palestinese. Il progetto, che Francia e Regno Unito stanno tentando di sabotare, ha poche possibilità di riuscire a ristabilire la pace nella regione, tuttavia permetterà di paralizzare le iniziative del Pentagono, i cui ufficiali superiori si preparano peraltro a mettere in atto la strategia Cebrowski nel “bacino dei Caraibi”.

 

L’iniziativa di risoluzione del conflitto coreano, ultimo vestigio della Guerra Fredda, dovrebbe permettere a Trump di mettere in discussione la ragion d’essere della NATO. Gli alleati si sono impegnati in quest’organizzazione solo per prevenire in Europa una situazione analoga a quella della guerra di Corea.

 

Alla fine, le Forze armate USA non dovrebbero più essere utilizzate per schiacciare piccoli Paesi, bensì esclusivamente per isolare la Russia e per impedire alla Cina di sviluppare le “Vie della seta”.

 

Fonte: Voltairenet.org

Questi non toccheranno mai più terra in Italia. La pacchia è stra-finita”. Nel vocabolario di Salvini le Ong (organizzazioni non governative) sono delle “navi da crociera”, “taxi” e persino “vice-scafisti”. Da togliere ovviamente di mezzo. Inutile prendersela solo col leader della Lega e a tempo perso ministro dell’interno, nonché vice-premier. Lui è solo il megafono più sguaiato di una trasformazione oramai avvenuta nel fragile imperialismo continentale guida tedesca.

 

Complice la crisi economica mai finita – dopo quasi 11 anni – aggravata dalle politiche di austerità e ora dall’esplosione di quella che era la camera di compensazione dell’Occidente (il G7, ora affossato da Trump), la direzione di marcia dell’Unione Europea sta velocemente delineandosi.

 

Il caso delle Ong è quasi rivelatore. Queste organizzazioni “umanitarie”, ufficialmente “non governative”, finanziate quasi sempre da potenti strutture finanziarie multinazionali (basta guardare il consiglio di amministrazione di Save the children Italia per farsi un’idea) e solo in minima parte dall’opinione pubblica di buoni sentimenti, sono state spesso, per un quarto di secolo, la “colonna civile” degli eserciti occidentali.

 

Intervenivano dopo una guerra o poco prima dell’attacco occidentale, inevitabilmente giustificato con “ragioni umanitarie” e la “difesa dei diritti umani”. Non tutte le Ong appartengono alla piccola galassia delle “milizie civili” occidentali; alcune sono effettivamente dei piccoli miracoli della solidarietà organizzata (Emergency è probabilmente la migliore espressione di questo sentimento).

 

Ma l’epoca in cui le Ong in generale erano benedette anche dai governi occidentali sembra decisamente finita. Il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, parla da tempo in modo pesantissimo di quelle impegnate nei salvataggi in mare nel Canale di Sicilia. “Fanno parte di un sistema profondamente sbagliato, che affida la porta d’accesso all’Europa a trafficanti che sono criminali senza scrupolo“.

 

Lo affianca una voce giudiziariamente autorevole come il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho: “quello che rende difficile il contrasto alle organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti è il ‘disordine’ negli interventi. Questo determina l’impossibilità di avere appartenenti alla polizia giudiziaria sulle navi che vanno a recuperare i migranti“.

 

Il discorso di questi due alti magistrati è la versione “beneducata” del ciarpame salviniano, ma non se ne discosta di un millimetro per quanto riguarda l’obiettivo: in mare, d’ora in poi, ci devono essere soltanto i militari. Meglio ancora se “europei” e non solo italiani.

 

Se alziamo gli occhi dal nostro miserabile teatrino politico e guardiamo a quel che avviene a livello della Ue - fin qui considerata, erroneamente, in parte anche nella cosiddetta “sinistra radicale”, una sorta di bastiona della civiltà contro i rischi di riprecipitare nel fascismo (prima con Berlusconi, ora con Salvini) - la situazione appare assai chiara. Lungi dal considerare un barbaro senza scrupoli il mattatore leghista, i suoi metodi e i suoi obiettivi appaiono integralmente condivisi ai piani alti di Bruxelles.


Intervistato sull’argomento, il capogruppo del Partito Popolare Europeo (quello di Merkel, Rajoy e Berlusconi), Manfred Weber, non fa neppure finta di essere meno drastico: “Mi piace il fatto che con la sua dura decisione sull’Aquarius Salvini abbia fatto chiaramente capire che l’Italia non ne può più, che ha raggiunto il colmo. Un dato positivo. Sono pienamente d’accordo con lui. E lo ero anche con i muri eretti in Bulgaria e in Spagna. Finché ci saranno confini aperti per i migranti illegali questi continueranno ad arrivare”.

 

Non dice questo perché abbia qualche lontana nostalgia paranazista, ma per un motivo squisitamente economico: “i migranti africani non hanno le competenze lavorative che servono a paesi come Germania e Olanda. E la loro formazione sarebbe troppo costosa per l’Europa”. Quei paesi non hanno neanche pomodori da raccogliere, dunque vanno respinti e riportati nei paesi di provenienza, aumentando il numero dei militari europei impiegati in Frontex.

 

Di fronte a questa linea europea - Salvini la spiega a suo modo, per specularci meglio sopra, ma non è affatto una sua esclusiva “conflittuale” con la Ue - a nulla vale l’obiezione sollevata ad esempio dalla presidente di Msf Italia, Claudia Lodesani: “le navi delle Ong effettuano i soccorsi sempre in coordinamento con la Guardia Costiera. Ed infatti a bordo dell’Aquarius c’erano 400 persone precedentemente soccorse dalla Guardia Costiera italiana“.

 

E’ ovviamente verissimo. Ma non conta più nulla. Prima le Ong servivano, ora si devono togliere dai piedi, la parola passa ai militari. Perché? E’ meglio non avere civili tra i piedi, quando si devono fare certe operazioni. Ne potrebbe risentire tutta la narrazione che descrive l’Unione Europea come un paradiso “umanitario”, dove si fanno rispettare i “diritti civili” anche a costo di bombardare qualcun altro.

 

Fonte: Contropiano

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