Il segretario di Stato, Mike Pompeo, il 16 agosto 2018 ha annunciato la creazione di un «Gruppo d’Azione per l’Iran» (Iran Action Group), incaricato di coordinare la politica degli Stati Uniti dopo il ritiro dall’accordo 5+1 sul nucleare (JCPoA). L’annuncio coincide con la decisione del presidente Donald Trump di soprassedere sine die alla messa in atto del suo piano per il Medio Oriente (the deal of the century). Infatti, in Palestina nulla potrà cambiare senza l’appoggio dell’Iran.

 

Peraltro, ricordiamo che il Trattato JCPoA di Barack Obama non è stato concepito per impedire all’Iran di fabbricare la bomba atomica: questo è stato solo il pretesto. Il vero scopo era privare il Paese di scienziati di alto livello e impedirgli di essere tecnologicamente all’avanguardia [2]. In effetti, l’accordo ha costretto l’Iran a chiudere numerose facoltà.

 

Per i democratici, l’amministrazione Trump vuole riavviare la politica di mutamento di regime in Iran dei neoconservatori, come proverebbe la data scelta per l’annuncio: il 65° anniversario del colpo di Stato anglo-statunitense contro il primo ministro Mohammad Mossadeq. Tuttavia, l’«operazione Ajax» del 1953, che certamente ha ispirato i neoconservatori, è anteriore al loro movimento e non può in alcun modo essere messa in relazione con loro. Inoltre, i neoconservatori sono stati certamente al servizio del Partito Repubblicano, ma anche del Partito Democratico.

 

Durante la campagna elettorale e nei suoi primi giorni alla Casa Bianca, Trump ha continuato a stigmatizzare il pensiero globalista dei neoconservatori e a giurare che mai più gli Stati Uniti avrebbero cercato di cambiare con la forza i regimi di Paesi stranieri. Quanto alla segreteria di Stato, essa afferma che la coincidenza delle date è assolutamente fortuita.

 

fonte: www.voltairenet.org

 

Sono chiamati «neoconservatori» un gruppo d’intellettuali trotskisti, quindi oppositori del concetto Stato-Nazione, militanti del Social Democrats USA, che si avvicinarono alla CIA e all’MI6 per contrastare l’Unione Sovietica. I neoconservatori furono associati al potere da Ronald Reagan e, in seguito, cavalcarono l’onda delle alternanze politiche statunitensi, conservando il potere con Bush padre, Clinton, Bush figlio e Obama. Oggi hanno il controllo di un’agenzia d’intelligence che i «Cinque occhi» (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, USA) condividono: la National Endowment for Democracy (NED). Fautori della «rivoluzione mondiale», hanno divulgato il concetto di «democratizzazione» dei regimi per mezzo di «rivoluzioni colorate», o direttamente con la guerra.

 

Nel 2006, in seno all’amministrazione Bush Jr., crearono il Gruppo per la Politica e le Operazioni in Iran e Siria (Iran Syria Policy and Operations Group), diretto da Elizabeth Cheney, figlia del vicepresidente Dick Cheney. Inizialmente, l’organizzazione fu ospitata dal Dipartimento della Difesa, per essere poi trasferita nei locali del vicepresidente. Si articolava in cinque sezioni:
  Trasferimento di armi in Iran e Siria, attraverso Bahrein, Emirati Arabi e Oman;
  Sostegno a trotskisti e alleati in Iran (i Mujaheddin del Popolo) e in Siria (Riad al-Türk, Georges Sabra e Michel Kilo);
  Sorveglianza delle reti bancarie iraniane e siriane;
  Infiltrazione di gruppi pro-iraniani e pro-siriani del Medio Oriente Allargato;
  Intromissione nei media della regione per instillarvi propaganda USA.

 

Il gruppo fu sciolto ufficialmente nel 2007. In realtà, fu assorbito da una struttura ancora più segreta, incaricata della strategia per la democrazia globale (Global Democracy Strategy), che, guidata dal neoconservatore Elliott Abrams (quello dell’«affare Iran-Contras») e da James Jeffrey, estese la propria competenza ad altre regioni del pianeta. Quest’organismo soprintese alla pianificazione della guerra contro la Siria.

 

Dopo il lungo colloquio di Abrams con il nuovo inquilino della Casa Bianca, la stampa statunitense, violentemente antagonista di Trump, lo presentò come il politico con le maggiori chance di ricoprire l’incarico di segretario di Stato nella nuova amministrazione. Evidentemente non è andata così. Tuttavia, l’accusa a Trump di voler resuscitare la strategia dei neoconservatori è accreditata dalla nomina dell’ambasciatore Jeffrey come rappresentante speciale per la Siria.

 

Jeffrey è un diplomatico di carriera: in Bosnia-Erzegovina mise in atto l’applicazione degli accordi di Dayton; era in servizio in Kuwait al momento dell’invasione irachena; nel 2004, agli ordini di John Negroponte, supervisionò in Iraq la transizione dall’Autorità Provvisoria della Coalizione (una società privata) al governo iracheno post-Saddam Hussein; fece parte del gabinetto di Condoleezza Rice a Washington e partecipò al Gruppo per la Politica e le Operazioni in Iran e in Siria; fu uno dei teorici del nuovo spiegamento USA in Iraq (the surge), messo in atto dal generale Petraeus. Durante la guerra in Georgia fu vice del consigliere nazionale per la Sicurezza, Stephen Hadely e, in seguito, ambasciatore di Bush Jr. in Turchia, nonché di Obama in Iraq.

 

A un esame più approfondito si constata che, dopo la dissoluzione dell’URSS, tutta la carriera Jeffrey ruota intorno all’Iran, ma non necessariamente per contrastarlo. Per esempio, nella guerra di Bosnia-Erzegovina, agli ordini del Pentagono, si batté a fianco dell’Arabia Saudita. In compenso, in Iraq si oppose all’influenza di Teheran. Quando invece la Georgia attaccò Ossezia e Abkhazia non difese il presidente Saakachvili, sapendo che aveva concesso a Israele l’utilizzo di due aeroporti per attaccare l’Iran.

 

Mike Pompeo ha nominato Brian Hook capo del Gruppo d’Azione per l’Iran. È un interventista che fu assistente di Condoleezza Rice per le organizzazioni internazionali. Fino a oggi è stato incaricato di elaborare le strategie del dipartimento di Stato.

 

Secondo Pompeo, obiettivo di questo nuovo gruppo non è cambiare il regime iraniano, bensì costringere il Paese a cambiare politica. Questa strategia coincide con un periodo di crisi economica e politica importante per la Repubblica Islamica. Mentre il clero, rappresentato sia dallo sceicco presidente sia dall’ayatollah Guida della Rivoluzione, continua ad aggrapparsi al potere, manifestazioni ostili al clero stanno scuotendo il Paese.

 

Diversamente da quel che crede l’Occidente, la rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini non era clericale, bensì antimperialista. Le proteste di oggi possono perciò sfociare in un cambiamento di regime, oppure nella prosecuzione della rivoluzione khomeinista, sbarazzandosi però del clero. Quest’ultima è l’opzione dell’ex presidente Ahmadinejad (oggi agli arresti domiciliari) e del suo vicepresidente Baghaie (condannato a 15 anni al termine di un processo di cui nulla è trapelato).

 

Il 21 marzo scorso Mike Pompeo presentò alla Fondazione Heritage i 12 obiettivi per l’Iran. A prima vista, l’esposizione sembra una lunga lista di pretese impossibili. Tuttavia, a un più attento esame i punti da 1 a 3 sul nucleare si rivelano meno ambiziosi del JCPoA. Il punto 4 sui missili balistici è inaccettabile. I punti da 5 a 12 mirano a convincere l’Iran a rinunciare a esportare la rivoluzione con le armi.

 

Il 15 agosto, ossia la vigilia dell’annuncio di Pompeo, la Guida della Rivoluzione, ayatollah Ali Khamenei, ha riconosciuto di aver commesso un errore autorizzando i collaboratori dello sceicco Rohani a negoziare con l’amministrazione Obama l’accordo JCPoA. Occorre sapere che la Guida aveva autorizzato questi negoziati prima dell’elezione di Rohani e che quest’ultima, al pari dell’evizione del movimento di Ahmadinejad, era stata oggetto di trattative.

 

Ahmadinejad, che fa distinzione fra la politica del presidente Obama e quella del presidente Trump, subito dopo l’elezione di quest’ultimo gli ha scritto, mostrando di condividere la sua analisi del sistema globale di Obama-Clinton e delle dure ripercussioni sia sui cittadini statunitensi sia sul resto del mondo.

 

Quando, a dicembre 2007, iniziarono le manifestazioni, il governo Rohani accusò Ahmadinejad di esserne responsabile. A marzo 2018 l’ex presidente consumò la rottura con la Guida della Rivoluzione rivelando che il suo ufficio aveva sottratto 80 miliardi di rial a fondazioni caritative e religiose. Due settimane prima dell’annuncio di Pompeo Ahmadinejad, benché agli arresti domiciliari, chiese le dimissioni del presidente Rohani.

 

Tutto quindi fa pensare che, se l’amministrazione Obama sosteneva Rohani, quella di Trump sostiene invece il partito di Ahmadinejad, così come accadde che il presidente Carter e il suo consigliere Brzezinski lanciarono l’operazione Eagle Claw contro la Rivoluzione, mentre il presidente Reagan sostenne l’imam Khomeini (October surprise).

 

In altre parole, la Casa Bianca potrebbe accontentarsi di un ritorno al potere del partito di Ahmadinejad, a condizione che questi sia in grado di prendere l’impegno che l’esportazione della Rivoluzione prosegua esclusivamente tramite il dibattito delle idee.

È possibile che il gravissimo incidente del crollo del ponte di Genova diventi occasione per una accelerazione del dialogo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. O, come antipasto, con una parte del Movimento 5 Stelle?

 

Infatti alla Festa dell'Unità che si terrà quest'anno a Ravenna, il prossimo 24 agosto, ci sarà, tra gli ospiti d'onore, Roberto Fico. Ufficialmente è stato invitato nella sua augusta qualità istituzionale di Presidente della Camera dei Deputati, ma è chiaro sia il significato dell'invito, sia quello della sua accettazione. Il primo dei due significati lo ha sottolineato il segretario del PD, Martina, annunciando il "passaggio dall'opposizione all'alternativa".

 

Fuori dal politichese, indica che è finita la fase quasi "aventiniana" del Partito Democratico, che durava dalla tremenda batosta subita nell'elezione del 4 marzo e dalla posizione assunta subito dopo da Matteo Renzi - che era e resta il padrone del PD attuale - : opposizione senza se e senza ma al governo Lega-5 Stelle. Ma cinque mesi sono passati e, in pratica, il PD è rimasto fermo a rimuginare sulle cause della sconfitta e sulle possibili vie di rimonta verso il potere.

 

Il Governo in carica non ha mostrato grandi illuminazioni, ma non è crollato sotto il peso delle profonde differenze che lo dividono. E, dunque, in attesa che qualche cosa accada, magari dall'esterno, che metta a dura prova la tenuta dell'esecutivo (ad esempio un rating negativo delle agenzie internazionali che controllano lo stato del debito pubblico italiano), il vertice, seppure "dimezzato" del PD sta sondando il terreno per verificare se sia possibile utilizzare subito le visibili crepe dentro la coalizione di governo.

 

Roberto Fico ha dato segni, per conto proprio, di muoversi lasciando aperto il dialogo con il Partito Democratico. Lo ha fatto polemizzando apertamente con il capo della Lega, Matteo Salvini in tema di immigrazione. E lo ha fatto in parallelo con inequivocabili dichiarazioni critiche provenienti dal Colle. Lo si è percepito tanto nettamente che qualcuno si è già spinto a parlare di un "partito mattarelliano", ovvero di un qualche centro di aggregazione politica che potrebbe attirare, oltre al PD in blocco, a Liberi e Uguali, anche una parte del gruppo parlamentare del M5S.

 

Ma la tragedia di Genova sembra, al contrario, mostrare segni di rafformzamento della coalizione. La triade Salvini-Di Maio-Toninelli (quest'ultimo ministro dei trasporti) si è mossa in sintonia andando all'attacco della Società Autostrade e annunciando l'avvio delle procedure per il ritiro della concessione. I grandi organi d'informazione si stanno schierando contro questa eventualità, che tuttavia avrebbe sicuramente un grande consenso popolare. Anche perché potrebbe condurre ad altre decisioni governative anti-privatizzazioni.

 

È comunque evidente che il Governo sarà sottoposto a una serie di fortissime pressioni, con particolare riguardo sui temi delle cosiddette "risorse" disponibili per effettuare i cambiamenti annunciati: la flat tax (molto impopolare) e il reddito di cittadinanza (popolare ma ancora non chiaro). E il provveddimento annunciato contro le cosiddette "pensioni d'oro", divide il paese. C'è chi scommette che uno show down sia imminente.

 

fonte: it.sputniknews.com

Pochi minuti dopo il disastro di Genova, il leghista Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato, twittava felice: «Austerità». Individuava cioè nei governi tecnici i colpevoli della strage, additandoli alla sua corte con la bava alla bocca. Sembrava solo la fuga in avanti di un estremista abituale, ma rappresentava l’antipasto del doppio binario che l’intera maggioranza avrebbe percorso a velocità crescente.

 

Poco dopo, intervistato a Radio Rai, il ministro Toninelli faceva propria, orecchiandola, una teoria avanzata da uno studio ben più approfondito di Milena Gabanelli e individuava, tra i problemi, «i Tir polacchi sovraccarichi perché la loro cultura è diversa dalla nostra». Un fricandò giallobruno che partiva da un dato vero - manca, a tutti i livelli, un controllo delle strade e del territorio - identificando un responsabile altro da noi su base etnica. L’invasore.


Pareva chiaro da subito come l’ossessione fosse quella di allontanare sospetti che nessuno dotato di senno poteva covare, ancorché - come sarebbe risultato poi - i grillini serbassero nell’armadio lo scheletro della Gronda autostradale che forse avrebbe allungato la vita al Ponte Morandi. E che combatterono in nome del loro tradizionale "no tutto", tipico di una democrazia condominiale basata su litigiosità e inerzia.

 

Ma col passare delle ore la strategia si raffinava e da difensiva si spostava verso la ricerca del lucro. Ecco allora Salvini procedere dietro al corteo funebre gettando mortaretti sovranisti di bassa propaganda. Pretendere da Bruxelles, sempre a petto e mascella in fuori, poderosi sforamenti del deficit «per mettere in sicurezza le strade con un grandioso Piano Marshall». Ribaltando oltre confine le colpe di un Paese che ogni anno produce 180 miliardi di nero. Soldi che gli italiani (elettori) rubano ad altri italiani. Recuperando un decimo dei quali potremmo farle di platino, le autostrade.


Ecco, soprattutto, Luigi Di Maio. Impegnato da una parte a respingere accuse inesistenti («Se volete dare la colpa al Movimento del ponte crollato… ») e dall’altra a trasformarsi in magistratura inquirente contro i soliti nemici in nome comune: Autostrade per l’Italia (che certo non se la passa bene: ma devono dirlo i giudici) e, naturalmente, i " giornaloni" che le avrebbero protette perché foraggiati dalle medesime.


Dovrebbe esserci un limite all’avvelenamento dei pozzi per scopi di becera speculazione, comodamente protetti dall’immunità parlamentare. Ma siccome l’ansia vendicativa del governo rischia di diventare una slavina, che già sparge la calce viva della bassa politica su decine di vittime, facciamo che ho trovato qualcuno a cui dare la colpa e lo immolerò per tacitare il giochino al massacro.


Sono Stato io. Sono Stato io, che pago le tasse ma non metto le mani addosso a chi non lo fa.

Sono Stato io, che con (almeno) quattro regioni nelle mani delle mafie non sono in piazza tutti i giorni a chiedere giustizia.

Sono Stato io, che appartengo a un’area politica sospesa tra complessi di superiorità e rassegnazione ai "barbari" che arrivano.

Sono Stato io, che ho assistito impotente alla mutazione di parte di quell’area politica nella parodia malriuscita della Casaleggio Associati.
Sono Stato io, che tollero il crollo dei servizi per tutti perché qualcuno posso ancora pagarmelo in privato.

Sono Stato io, che prendo la macchina anche per fare 100 metri e chiedo a gran voce più ferrovie.
Sono Stato io, che d’istinto penso alle linee merci come soluzione, pure quella tra Torino e Lione, ma non mi arrischio a scriverlo per paura di finire nel mirino. È capitato persino a quel brav’uomo di Gian Carlo Caselli.
Sono Stato io, che non ho il coraggio di mettere in relazione, per analizzare il baratro della nostra coscienza civile, le parole degli abitanti di San Luca ieri («La ’ndrangheta non è qui, è a Roma » ) con quelle di Grillo ( « La mafia non strangola, lo Stato sì » ) e di Di Maio ( « Nella terra dei fuochi lo Stato ha fatto più danni della camorra»).


Sono Stato io, che ho camminato di fianco ai Robespierre perché di fronte c’era Berlusconi, e ho permesso loro di diventare giustizieri da palcoscenico nel nome di quelli che Berlusconi l’hanno sempre votato. E ora si sono scelti un altro omino forte. Pure questo spesso in mutande.


Sono Stato io, che mi vergogno di essere rappresentato da certa gente, dalla loro micragna espressiva e intellettuale, dalla speculazione che mettono in atto anche di fronte a tragedie immani, dall’impreparazione patente e aggressiva che grondano da ogni poro, ma non ho la benché minima idea di come si possa uscire da questo sequestro emotivo cui il mio popolo si è consegnato festante.

Sono Stato io.
Adesso mettetevi a cercare chi è stato a Genova. Una volta tanto in silenzio, se vi riesce. Perché siete Stato anche voi.

 

fonte: La Repubblica

L’Unione europea ha appena deciso di triplicare i fondi per la gestione dei migranti: la somma messa a bilancio passerà dagli attuali 13 miliardi di euro (anni 2014-2021) ai futuri 35 miliardi di euro (anni 2021-2027). Prima di compiere l’analisi dei costi preventivati, dove i soldi vanno, per fare cosa, dobbiamo sapere cosa noi prendiamo dall’Africa, e cosa restituiamo all’Africa. Se noi aiutiamo loro oppure se loro, magari, danno una mano a noi.

 

Conviene ripetere e magari ripubblicare. Quindi partire dalle basi, dai luoghi in cui i migranti partono. Roberto Rosso, l’uomo che dai jeans ha ricavato un mondo che ora vale milioni di euro, ha domandato: “Come mai spendiamo 34 euro al giorno per ospitare un migrante se con sei dollari al dì potremmo renderlo felice e sazio a casa sua?” Già, come mai? E perché non li aiutiamo a casa  loro?

 

Casa loro? Andiamoci piano con le parole. Perché la loro casa è in vendita e sta divenendo la nostra. Per dire: il Madagascar ha ceduto alla Corea del Sud la metà dei suoi terreni coltivabili, circa un milione e trecentomila ettari. La Cina ha preso in leasing tre milioni di ettari dall’Ucraina: gli serve il suo grano. In Tanzania acquistati da un emiro 400mila ettari per diritti esclusivi di caccia. L’emiro li ha fatti recintare e poi ha spedito i militari per impedire che le tribù Masai sconfinassero in cerca di pascoli per i loro animali. La loro vita.

 

E gli etiopi che arrivano a Lampedusa, quelli che Salvini considera disgraziati di serie B, non accreditabili come rifugiati, giungono dalla bassa valle dell’Omo, l’area oggetto di un piano di sfruttamento intensivo da parte di capitali stranieri che ha determinato l’evacuazione di circa duecentomila indigeni. E tra i capitali stranieri molta moneta, circa duecento milioni di euro, è di Roma. Il governo autoritario etiope, che rastrella e deporta, è l’interlocutore privilegiato della nostra diplomazia che sostiene e finanzia piani pluriennali di sviluppo. Anche qui la domanda: sviluppo per chi?

 

L’Italia intera conta 31 milioni di ettari. La Banca mondiale ha stimato, ma il dato è fermo al 2009, che nel mondo sono stati acquistati o affittati per un periodo che va dai venti ai 99 anni 46 milioni di ettari, due terzi dei quali nell’Africa subsahariana. In Africa i titoli di proprietà non esistono (la percentuale degli atti certi rogitati varia dal 2 al 10 per cento). Si vende a corpo e si vende con tutto dentro. Vende anche chi non è proprietario. Meglio: vende il governo a nome di tutti. Case, villaggi, pascoli, acqua se c’è.

 

Il costo? Dai due ai dieci dollari ad ettaro, quanto due chili d’uva e uno di melanzane al mercato del Trionfale a Roma. Sono state esaminate 464 acquisizioni, ma sono state ritenute certe le estensioni dei terreni solo in 203 casi. Chi acquista è il “grabbatore”, chi vende è il “grabbato”. La definizione deriva dal fenomeno, che negli ultimi vent’anni ha assunto proporzioni note e purtroppo gigantesche e negli ultimi cinque una progressione pari al mille per cento secondo Oxfam, il network internazionale indipendente che combatte la povertà e l’ingiustizia. Il fenomeno si chiama land grabbing e significa appunto accaparramento della terra.

 

I Paesi ricchi chiedono cibo e biocombustibili ai paesi poveri. In cambio di una mancia comprano ogni cosa. Montagne e colline, pianure, laghi e città. Sono circa cinquanta i Paesi venditori, una dozzina i Paesi compratori, un migliaio i capitali privati (fondi di investimento, di pensione, di rischio) che fanno affari. E’ più facile trasportare una tonnellata di cereali dal Sudan che le mille tonnellate d’acqua necessarie per coltivarle. E allora la domanda: aiutiamoli a casa loro? Siamo proprio sicuri che abbiano ancora una casa? Le cronache sono zeppe di indicazioni su cosa stia divenendo questo neocolonialismo che foraggia guerre e governi dittatoriali pur di sviluppare il suo business.

 

In Uganda 22mila persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni per far posto alle attività di una società che commercia legname, l’inglese New Forest Company. Aveva comprato tutto: terreni e villaggi. I residenti sono divenuti ospiti ed è giunto l’avviso di sfratto… Dove non arriva il capitale pulito si presenta quello sporco. La cosiddetta agromafia. Sempre laggiù, nascosti dai nostri occhi e dai nostri cuori, si sversano i rifiuti tossici che l’Occidente non può smaltire. La puzza a chi puzza…

Chi ha fame vende. Anzi regala. L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. E’ la prima a negoziare cessioni ai prezzi ridicoli che conosciamo.

 

Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”). Comprano i ricchi. Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. E nelle transazioni, la piccola parte visibile e registrata della opaca frontiera coloniale, sono considerate terre inutilizzate quelle coltivate a pascolo.

 

Il presidente del Kenya, volendo un porto sul suo mare, ha ceduto al Qatar, che si è offerto di costruirglielo, 40mila ettari di terreno con tutto dentro. Nel pacco confezionato c’erano circa 150 pastori e pescatori. Che si arrangiassero pure!

 

L’Africa ha bisogno di acqua, di grano, di pascoli anzitutto. Noi paesi ricchi invece abbiamo bisogno di biocombustibile. Olio di palma, oppure jatropha, la pianta che - lavorata - permette di sfamare la sete dei grandi mezzi meccanici. E l’Africa è una riserva meravigliosa. In Africa parecchie società italiane si sono date da fare: il gruppo Tozzi possiede 50mila ettari, altrettanti la Nuova Iniziativa Industriale. 26mila ettari sono della Senathonol, una joint-venture italosenegalese controllata al 51 per cento da un gruppo italiano.

 

Le rose sulle nostre tavole, e quelle che distribuiscono i migranti a mazzetti, vengono dall’Etiopia e si riversano nel mondo intero. Belle e profumate, rosse o bianche. Recise a braccia. Lavoratori diligenti, disponibili a infilarsi nelle serre anche con quaranta gradi. E pure fortunati perchè hanno un lavoro. Il loro salario? Sessanta centesimi al giorno.

 

fonte: raiawadunia.com

Noi siamo noi e voi non siete un… Novello marchese del Grillo, Donald Trump spiega e rispiega in modo diretto e concreto che cosa significhi “America first!”. E se la lezione viaggia con un tweet, poco importa: arriva lo stesso, presto e bene. L’ultima sta nel messaggio inviato al mondo e in particolare all’Europa: “Chiunque farà affari con l’Iran non potrà più farne con gli Stati Uniti”.

 

Un mesetto fa era stato Mike Pompeo, il segretario di Stato, a uccidere diplomaticamente le speranze degli europei, che chiedevano di essere esentati dal regime di sanzioni: «Il Presidente - aveva detto Pompeo - ha deciso di ritirarsi dall’accordo con l’Iran perché questo mette a rischio la sicurezza del popolo americano. Quindi non siamo nella posizione di fare eccezioni di sorta».

 

Ma quello che manda a dire Trump con i suoi cinguettii è molto di più. Quello che Trump sta dicendo è: noi siamo l’Impero, siamo noi a decidere e voi dovete adeguarvi. E i politici europei sembrano, di fronte agli attacchi americani, dei pugili un pò suonati, non ancora al tappeto ma alle corde, con i guantoni alzati per difendersi dai colpi.

 

Uno smarrimento evidente a livello nazionale, dalla Germania della Merkel alla Francia di Macron: corsero a Washington a chiedere la grazia, poi mandarono anche una lettera, ottennero solo la risposta di Pompeo. E non meno disperante a livello comunitario. Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza, ha risposto all’ultimo tweet trumpiano ribadendo che la Ue, al contrario degli Usa, è convinta che l’Iran stia rispettando gli obblighi del trattato firmato nel 2015 e che, dunque, l’Unione non solo non possa sposare l’embargo ma debba incoraggiare le proprie aziende a incrementare le relazioni commerciali con l’Iran.

 

Sembra, l’atteggiamento europeo, la risposta del tizio pieno di lividi che pure si vantava: ne ho prese ma gliene ho dette! Le grandi aziende europee, per esempio Total e Peugeot, già fanno i bagagli e ciao ciao all’Iran. Poi è chiaro che le sanzioni (pochi giorni fa varate quelle contro l‘industria dell’auto e il settore minerario, a novembre quelle contro l’export di petrolio e le transazioni bancarie) colpiranno duro ma non piegheranno un Paese come l’Iran, che dal 1979 vive in regime di embargo e avrà comunque il sostegno economico di Russia e Cina. Saranno invece l’occasione perfetta per mettere in riga l’Europa, che nel 2016 ha esportato in Iran merci per 11 miliardi di euro e ne ha importate (soprattutto petrolio) per altrettanti, e contava di incrementare moltissimo.

 

Infine, una divergenza così radicale su una questione così spinosa, che potrebbe anche portare a una nuova guerra militare in Medio Oriente e a una guerra commerciale tra le due rive dell’Atlantico, imporrebbe alla Ue di trarre delle conclusioni politiche. Di chiedersi se gli Usa, oltre che amici, siano ancora nostri alleati.

 

E imporrebbe altresì di darsi una politica estera vera e comune. Ragionamenti che l’Europa non può permettersi: non ne ha la forza né la capacità, e in più è gravata dalla zavorra di una serie di Paesi che prendono gli ordini a Washington e i soldi a Bruxelles. D’altra parte questa è la stessa Europa che nel 2008 si fece mettere in casa (Polonia e Romania) il sistema missilistico anti-Russia prendendo per buone le ridicole argomentazioni Usa-Nato, e cioè che servisse a difenderci dai missili dell’Iran. Quindi, che cosa possiamo pretendere?

 

L’impero ha cercato, anzi, ha costruito con tenacia questa crisi con l’Iran. Con la stessa tenacia, cioè, con cui ha costruito tutte le altre crisi che, in realtà, sono mattoni della nuova politica estera di Washington: gli Usa sono gli Usa e voi… La rinuncia ai trattati commerciali internazionali, dal Nafta (con Messico e Canada) al TPP (con dodici Paesi dell’area pacifica e asiatica) al TTIP (con l’Unione Europa). La guerra dei dazi con la Cina. La questione di “Gerusalemme capitale” che, ancor più che i palestinesi, che ai buon i propositi di Israele ovviamente non credono, mortifica l’intera comunità internazionale, che da decenni definisce “territorio occupato” la parte Est della città.

 

L’ambizione dichiarata a ridisegnare per la milionesima volta il Medio Oriente a immagine e somiglianza dell’interesse americano. Le sgridate al G7, disconosciuto nelle sue conclusioni. Le bastonate alla timida e ricca Europa, esortata a consegnarsi alla Nato guidata dagli Usa e a pagarne pure le spese, proprio come il Messico dovrebbe pagare per il muro Usa alla sua frontiera. E l’ipotesi di dialogo diretto con la Russia di Vladimir Putin, tanto per ribadire il ruolo subalterno dell’Europa rispetto alle cose dei “grandi”.

 

Il mondo, ma soprattutto l’Europa, che dalla fine della seconda guerra mondiale si culla nell’idea della relazione particolare con gli Usa, segue piuttosto attonito un progetto che, con evidenza, punta a ridurre ogni altro Paese al ruolo di vassallo. Nel frattempo, la strategia dell’Impero produce conseguenze. La prima è che ora tutti assaggiano la straordinaria potenza di un Paese come gli Usa, che spende per la Difesa più di quanto spendano gli altri dieci Paesi che lo seguono in graduatoria messi insieme.

 

È l’Impero che avanza e non guarda in faccia nessuno. Le alleanze tradizionali, se non rispondono al dogma di “America first!”, possono essere tranquillamente archiviate. Donald Trump sembra tormentato da una domanda: a che mi serve essere così potente se poi devo dar retta a questo e a quello? Il mondo, ma soprattutto l’Europa, che dalla fine della seconda guerra mondiale si culla nell’idea della relazione particolare con gli Usa, segue piuttosto attonito un progetto che, con evidenza, punta a ridurre ogni altro Paese al ruolo di vassallo. Nel frattempo, la strategia dell’Impero produce conseguenze.

 

La prima è che ora tutti assaggiano la straordinaria potenza di un Paese come gli Usa, che spende per la Difesa più di quanto spendano gli altri dieci Paesi che lo seguono in graduatoria messi insieme, che nei soli servizi di intelligence investe più di quanto investa la Russia per l’intera Difesa, che ha il record mondiale dei nuovi brevetti, dei miliardari, delle migliori università, dei premi Nobel, degli studenti stranieri, dei soldati di stanza all’estero. È una lezione durissima, ancor più severa per gli “amici” di ieri che per i “nemici” (Russia, Cina, Cuba, Iran…) di sempre. Quelli che all’apparire di Trump coprivano la Casa Bianca di ironie ora osservano intimiditi.

 

La seconda conseguenza è che il trumpismo già si delinea come un fenomeno tutt’altro che transitorio. Che detti in prima persona la linea (frenato dalle residue opposizioni democratiche e repubblicane che gli hanno buttato tra i piedi il Russiagate) o che, come pare più probabile, sia solo il frontman di una canzone scritta da altri, Donald Trump non è un accidente della storia. Al contrario, è il prodotto di una storia, quella recente, che ha sofferto i contraccolpi inattesi della globalizzazione. È brutto dirlo ma ripetere come un mantra che tot centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà grazie alla globalizzazione serve a pochissimo, se poi tot decine di milioni di persone, sempre per la globalizzazione, sono entrate nella povertà nei Paesi dove davvero si decidono le sorti del mondo.

 

Il trumpismo è il figlio legittimo di questo fenomeno, come l’ha vissuto il Paese più potente del pianeta. I molti che, fuori dagli Usa, lo detestano ora sperano che le elezioni di medio termine, che a novembre dovranno rinnovare l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato, restituiscano la maggioranza del Congresso ai democratici e trasformino Trump nella classica “anatra zoppa”. Succede però che l’economia Usa corra come un treno, il gradimento di Trump salga e il suo elettorato si rafforzi. Ce la faranno i democratici a sventare la consacrazione del nuovo ordine imperiale trumpiano?

 

Forse sì, perché il voto locale è sempre diverso da quello presidenziale. E forse no. Ma chi ci dice che, una volta praticata senza tante remore l’ebbrezza di “America first!” e verificato che può funzionare, l’Impero faccia marcia indietro? E se ci aspettasse solo un trumpismo senza Trump?

 

fonte: www.Linkiesta.it

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