di Fabrizio Casari

Si avvicinano, perché questo è l’imperativo di chi insegue e anche perché chi dovrebbe allontanarsi non ci riesce del tutto. I Galliani boys subiscono infatti il pareggio a difesa schierata; lo subiscono dall’ultima in classifica che in un’altra occasione prende anche un palo. Squadra stanca, che senza Ibrahimovic non è niente di speciale. Lo svedesone ha realizzato 11 gol in undici partite e qui nasce e muore il primato rossonero. Anche l’arrivo di Cassano, per ora, non pare sufficiente a garantire i sonni tranquilli di Milanello.

La storia del Milan capolista e delle inseguitrici alla fine è tutta qui: i rossoneri hanno ottenuto solo cinque punti nelle ultime quattro partite. Non certo un passo travolgente: negli ultimi 3 turni la squadra di Allegri ha perso dai 3 ai 4 punti nei confronti delle inseguitrici. Lazio, Juventus e Roma prendono i tre punti che gli erano necessari per rimanere in scia contro Sampdoria, Cesena e Bari. La caduta del Palermo a Cagliari, causa arbitro e autoreti e lo stop del Napoli, fermato dalla Fiorentina di Mihajilovic, unitamente alla vittoria dell’Inter contro il Bologna, hanno poi ulteriormente contribuito a smuovere la parte alta della classifica.

Nell’anticipo di sabato, l’Inter ne aveva rifilati 4 al Bologna, che pure arrivava a San Siro in buone condizioni e dopo alcuni risultati utili. La storia della partita non dice niente di particolare, il 4 a 1 finale rispecchia abbastanza quanto visto in campo. Il gol di Stankovic vede l’alluce del piede del serbo di duecentimetri in fuorigioco, ma un rigore grande come una casa in area del Bologna ai danni di Milito non viene fischiato. Ormai sono quattro su quattro le partite vinte dai nerazzurri con Leonardo sulla panchina e quello che appare evidente è la trasformazione della squadra. Il grigiore del caporale di giornata venuto da Liverpool è diventato gioia di giocare al calcio e l’Inter segna a valanga. Detto ciò, Leonardo dovrà lavorare anche sulla parte meno emotiva e dedicare particolare attenzione al posizionamento della squadra nei calci d’angolo. Tutti i gol incassati in queste quattro partite vangono da rimpalli su corner o punizioni al limite dell’area.

Certo, Mancini costruì una delle armi micidiali della sua Inter proprio con l’imbattibilità sulle palle alte; ma non ci sono più Ibrahimovic, Vieira e Balotelli, Materazzi gioca poco e Samuel è fuori per infortunio. Dunque andranno registrati posizionamento e movimenti in uscita, perché comunque i centimetri non mancano e tantomeno la classe.

Nel frattempo, comunque, Eto’o si conferma un fenomeno (23 gol in 26 partite quest’anno), assolutamente superiore ad ogni altro centravanti in giro per l’Europa e anche “el principe” Milito pare aver ritrovato la via del gol. E’ chiaro che i nerazzurri - se dovessero vincere le due partite da recuperare con Cesena in casa e Fiorentina in trasferta - sarebbero secondi in classifica a solo meno 3 dal Milan, che giocherebbe da lì in avanti senza poter permettersi mai un errore, avendo l’alito dei campioni del mondo sul collo.

La Lazio vince a fatica per uno a zero nei minuti finali, grazie ad un gol di Kozac  che sfrutta un bel cross di Ledesma e ad un Curci distratto che si fa sorprendere. All’Olimpico è però andata in scena una partita che certo porta tre punti vitali per mantenersi in solitudine al secondo posto, ma che ripropone ancora una squadra in affanno e con una scarsa propensione realizzativa. E’ possibile che i biancazzurri non dispongano di un ariete d’area, di un centravanti capace di andare in doppia cifra, di uno di quei giocatori che risolve le partite che non si sbloccano, ma la sensazione è che Reja non riesca a trovare la quadra dell’assetto in campo.

Perché seppure la mancanza di una punta decisiva si sente, Floccari, Rocchi e Zarate sono giocatori che in gol sanno andare. Urge recarsi al mercato delle occasioni di Gennaio se non si ritiene che la dote in possesso sia sufficiente: un’occasione come quella determinatasi quest’anno, con Inter, Roma e Juve partite con ritardo e indietro nei punti, rispetto al valore oggettivo di cui dispongono, non si presenterà facilmente nei prossimi anni. Spendere ora una decina di milioni di Euro sul mercato, potrebbe voler dire entrare in Champions e riprenderli così con gli interessi.

Anche la Roma a Cesena fatica parecchio ad aver ragione dei romagnoli. Il campo non era dei più favorevoli alla tradizione, visto che nelle ultime dieci partite c’erano stati otto pareggi e due sconfitte per la Roma. I giallorossi hanno raggiunto il gol nei minuti finali grazie ad un fuorigioco di pochi centimetri di Adriano e di una sbadataggine difensiva della difesa del Cesena, che ha sbucciato un pallone verso la propria porta al momento di rinviarlo. Ma la Roma non potrà riprendersi rapidamente senza che la società veda chiudersi in un modo o nell’altro la transizione proprietaria.

La società vera, quella che ci mette i pochi piccioli che si spendono, non appare incline a prendersi responsabilità pertinenti a chi sarà il nuovo proprietario. Ma almeno Unicredit dica con chiarezza chi vuole e chi non vuole nella squadra che ha in mente. Dica per esempio, oltre a declamare l’urgenza di abbassare il monte stipendi e i costi di gestione in generale, se Ranieri dovrà o no vedersi rinnovato il contratto.

Le polemiche in casa giallorossa, Totti, Pizzarro, Doni, Mexes, Vucinic, Borriello; ogni scelta dell’allenatore viene vista come un esclusione e diventa motivo di polemica. Ieri é toccato al montenegrino. Ranieri, che non appare più sostenuto da squadra e tifosi, paga di persona ogni capriccio delle primedonne. Così la Roma non ha nessuna certezza di finire il campionato nelle zone alte della classifica e sarebbe un peccato, dal momento che per organico è inferiore solo all’Inter e al Milan.

La Juventus si riprende dai tre sganassoni presi a Napoli e rimedia - ma anche qui nel finale - superando il Bari, ultimo in classifica. Le assenze di Quagliarella, Toni e Iaquinta vengono risolte dalla capacità balistica di Del Piero, capace di trasformare le punizioni in dardi avvelenati. Poi Aquilani, uno dei pochi giocatori di alto livello della squadra di Del Neri, riesce a indirizzare in rete un gran tiro che somigliava tanto a quello della disperazione e tiene così la Juventus nelle zone alte della classifica.

L’Udinese cambia trasferta ma si ripete: se la precedente partita con il Milan l’aveva vista segnare 4 reti, stavolta ne ha rifilate altre quattro a Genova. Ma se il Milan ne aveva segnate altre 4 (di cui uno, come di prammatica, irregolare) il Genoa riesca a farne solo 2. La quantità di gol che il genoa ha subito nelle ultime due partite (Interin Coppa Italia e Udinese in campionato) non può essere spiegata solo con la partenza, pure importantissima, di Ranocchia. Ballardini, che già aveva inguaiato la Lazio, rischia di fare il bis con la squadra di Preziosi. Che forse dovrebbe riflettere sulla cacciata di Gasperini e fare due operazioni: chiedere scusa e richiamare l’ex tecnico sulla panchina della squadra.

Importantissima la vittoria del Brescia sul Parma, che consente di staccare di due punti l’ultima in classifica. La situazione resta complicata, ma sarà importante giocarsi la salvezza negli scontri diretti con Chievo, Bologna, Lecce e Bari. D’altra parte, l’organico bresciano non può risultare competitivo sul piano della tecnica, ma solo su quello della volontà e dell’agonismo. L’abitudine a navigare nel mare in tempesta delle ultime posizioni, potrebbe dare quell’energia calma di cui c’è bisogno per tenere la rotta.

 

di Fabrizio Casari

Un Napoli eccellente con un Cavani stellare stende la Juventus nel posticipo. Un 3 a 0 che non offre alibi alla squadra di Del Neri, che mai ha dato l’impressione di poter riprendere in mano la partita. Gli azzurri mantengono così il secondo posto in classifica e ora sono a quattro punti di distanza dal Milan capolista. Il tutto grazie ad una prestazione maiuscola che ha annientato i bianconeri, una reazione decisa alla sconfitta contro l’Inter.

La tripletta di Cavani è la prima notizia, il fatto che Krazic non si è tuffato in area avversaria è la seconda notizia. Per la Juventus si tratta della seconda sconfitta negli ultimi due turni: sette gol incassati in due partite ed un solo gol fatto, spiegano bene quanto le ambizioni della Juve siano destinate ad incontrare più miti consigli. Inutile comprare Toni, per quanto a prezzi di saldo.

Quello del San Paolo è comunque uno dei pochi risultati previsti, ma nel complesso quella di ieri è stata una giornata al cardiopalma, con risultati inattesi. Vittorie come quella del Lecce a Roma contro la Lazio e sconfitte come quella del Brescia che si trovava in vantaggio di due reti sono abbastanza indicative della particolarità del turno di campionato. La reazione dell’Inter che vince dopo essere andata in vantaggio su un campo difficile come quello di Catania e quella della Sampdoria, che batte la Roma dopo esser stata sotto di un gol, come quella della Fiorentina che ha ribaltato la partita contro il Brescia che la vedeva sotto di due reti in casa, hanno messo sufficiente pepe alla classifica; ma addirittura l’Udinese che va a San Siro, sfida il Milan, gli segna quattro gol e però non riesce a vincere, racconta bene la straordinaria storia del pomeriggio pallonaro.

Che la partita di San Siro non sarebbe stata agevole per i rossoneri lo s’immaginava. Il Milan, del resto, arrivava assai rimaneggiato all’appuntamento con la squadra di Guidolin, che non regala niente a nessuno e che ha in Di Natale e Sanchez due gioielli di assoluto valore. Ma non c’è dubbio che se sulla carta i rossoneri avrebbero dovuto approfittare del tonfo di Roma e Lazio e Juventus  per ampliare le distanze, alla fine del match al Meazza a poter recriminare è solo l’Udinese.

Certo che un attacco con Cassano, Ibrahimovic e Pato prima o poi deve segnare, ma la difesa è decisamente tre spanne sotto il livello dell’attacco. Presa in velocità soffre tremendamente. Si può anche vendere Ronaldinho, ma senza l’arrivo di almeno un difensore di livello, si confermerà quanto ormai noto. Se aggredisce, il Milan fa paura; se è aggredito, il Milan ha paura. Gattuso dice che “se non vinciamo quest’anno non vinciamo più e l’Inter che può arrivare a cinque punti preoccupa, perché Leonardo o no, è una grandissima squadra e la rispettiamo moltissimo”.

La Lazio, tronfia e vanitosa, riteneva probabilmente che incontrare una squadra in crisi nera significasse poter passeggiare sul velluto. Invece, il terreno dell’Olimpico di velluto non ha niente e i pugliesi glielo hanno dimostrato. I primi 45 minuti di gioco in campo c’era solo il Lecce. Stavolta non é bastata l’aquila e nemmeno le celebrazioni del centenario hanno dato la spinta vitale alla squadra di Reja. Spinta e concentrazione che, a dire il vero, mancano da qualche partita. La partita di Milano poteva consentire alla Lazio di avvicinarsi sensibilmente alla capolista, ma l’occasione è stata sprecata. Se la Lazio non ritrova il gioco spumeggiante, l’attenzione e l’aggressività fisica che ha caratterizzato il suo eccellente girone d’andata, difficilmente potrà centrare l’obiettivo del quarto posto, considerato dalla società e dagli osservatori alla portata della squadra allenata da Reja.

La Roma paga caro due errori di Juan (che solitamente ne commette pochissimi) e sperpera il vantaggio del solito Vucinic subendo il gol su rigore di Pozzi e l’espulsione di Julio Sergio prima e il gol dell’ex Guberti nel finale. E pensare che il difensore brasiliano era entrato dalla panchina, segno che il destino è maligno o che Ranieri è sfortunato. La Samp, del resto, aveva Pazzini in panca, dunque le unghie dei doriani risultavano spuntate. Nel primo tempo i giallorossi hanno offerto momenti di ottima qualità calcistica, ma nella ripresa la Samp ha deciso che non poteva perdere senza almeno tentare di vendere cara la pelle. E dopo più di mezz’ora di grande intensità, a sei minuti dalla fine un altro errore di Juan mette in condizione Guberti di siglare il vantaggio definitivo. Un’altro paio di espulsioni e il forcing finale non cambiano il risultato. Nel dopo partita Guberti si è detto “felice” di aver segnato alla sua ex-squadra: “Fa piacere segnare ad una squadra che non ha creduto in te”. Meglio il gol delle parole: almeno quando si vince sarebbe però opportuno un minimo di fair play.

L’Inter, vince a Catania limitandosi a controllare la partita e colpendo solo perché finita in svantaggio; probabilmente, se il Catania non avesse segnato per prima, la partita poteva finire zero a zero. Inter lenta e macchinosa, senza cambi di passo. La squadra di Giampaolo era ben schierata in campo, tutti e undici dietro la linea della palla ma con un pressing insistente sui portatori di palla dell’Inter e ripartenze insidiose, anche se raramente pericolose per tutto il primo tempo. Nella ripresa, però, Catellazzi ha dovuto guadagnarsi lo stipendio con almeno due ottimi interventi. Ma alla lunga la classe e la differenza di valori tecnici in campo viene fuori e il Catania esce così immeritatamente sconfitta sul suo campo.

L’Inter accorcia comunque di due punti sul Milan e Palermo, tre su Roma e Lazio. La classifica quindi non solo si muove, ma proietta in neroazzurri di Leonardo (oggi a - 11 dal Milan, ma con due partite non difficilissime da recuperare) ad una possibile situazione di 5 punti di distacco dalla capolista ed al possibile superamento di Palermo, Juventus, Roma e Lazio. Se non per lo scudetto, che solo il Milan può perdere, almeno per le prime tre posizioni l’Inter è seriamente candidata. Le possibili incognite sono solo l’alto numero di partite in breve tempo e, con esse, la statistica e la stanchezza. L'entusiasmo e la voglia di continuare a vincere rappresentano invece gli stimolanti leciti dell'impresa.

La Fiorentina vince in casa contro il Brescia dopo essersi ritrovata sotto di due gol. I fischi - ingenerosi - della curva Fiesole indirizzati alla famiglia Della Valle sono rientrati nella casistica delle idiozie domenicali dopo la realizzazione del terzo gol dei viola che ha ribaltato la partita. I tifosi fiorentini dovrebbero leggere con attenzione l’organico della squadra, poi sottrarre Jovetic e Mutu (per motivi decisamente diversi ma out entrambi) e chiedersi finalmente dove si pensa sia possibile arrivare. Se si chiede ai Della Valle d’investire si deve anche ricordare che di giocatori in grado di cambiare il volto della squadra ne servirebbero almeno quattro. Insomma, servirebbero tra i trenta e i quaranta milioni di euro da mettere nelle mani di Corvino. Nessuna società potrebbe spenderli, meno che mai una comunque non in grado di raggiungere obiettivi che ipotizzino anche solo un parziale ritorno degli investimenti. Forse, allora, è il caso di tarare le ambizioni con le dimensioni e i soldi con il portafogli.

Il Palermo pareggia con il Chievo, ma altre due trasferte diventano imprese: quella del Cagliari che batte il Parma che ne aveva rifilati 4 alla Juve solo tre giorni prima e quella del Bologna, che va a Bari e batte la squadra di Ventura. Il Genoa pareggia a Cesena, ma la differenza è che per i rossoblu di Preziosi cambia poco, mentre per gli emiliani la classifica comincia a non essere più tanto tranquilla; la zona retrocessione si trova ad solo un punto di distanza.

di Fabrizio Casari

L’Inter torna a recitare il ruolo dell’Inter e batte 3 a 1 il Napoli. La classifica vede dunque ridurre alcune delle distanze tra le grandi e, in attesa delle due partite da recuperare, la squadra di Leonardo sembra voler annunciare un suo ritorno da protagonista nel campionato. Il Milan, che ha rischiato di perdere, ha vinto per il rotto della cuffia ad un paio di minuti dalla fine, mantiene inalterato il suo vantaggio in classifica e si laurea campione d’inverno.

La Roma si porta avanti in classifica e scavalca la Juventus battendo il Catania per 4 a 2, ma due dei gol dei giallorossi sono un gentile regalo della Befana della terna arbitrale: sul gol del 2 a 2 di Borriello il cross di Riise viene effettuato con la palla già oltre la linea di fondo e il 3 a 2 vede il suo autore - Vucinic - in fuorigioco.

Per quanto riguarda l’Inter, se qualcuno non aveva ancora chiara la decisione di Moratti di lasciar andare Benitez, dovrebbe vedere il film della partita. Niente più passaggi laterali corti all’infinito, niente più una sola punta al centro dell’attacco. La squadra di Leonardo gioca il pallone spesso di prima e raramente all’indietro, per saltare il primo pressing e affondare verso il centro. Verticalizzazioni, pressing, controllo palla e grande dominio del centrocampo: l’Inter di Leonardo è decisamente altra cosa da quella di Benitez.

L’allenatore brasiliano è tornato a San Siro, ma con una maglia diversa e la tifoseria dell’Inter l’ha accolto festante. Idem per i giocatori, che diversamente da quanto accadeva con Benitez, si sono prodigati in abbracci plateali al nuovo allenatore in occasione dei gol. A dire il vero il clima di festa c’era già prima della gara, perché prima dell’inizio della partita il club nerazzurro ha esposto per tutti i suoi tifosi le cinque coppe vinte nel corso del 2010. La vittoria contro il Napoli ha quindi degnamente coronato la serata. Leonardo per primo, nel dopo partita, ha detto che “questa Inter è la più forte di tutti i tempi”. Chissà se Benitez avrà sentito..

Il rientro di molti dei titolari ha ovviamente cambiato la squadra, ma anche contro il Napoli mancavano tre giocatori come Eto’o (squalificato), Sneijder e Julio Cesar infortunati, oltre a Samuel. L’Inter però ha tirato fuori l’anima, la corsa, la tenacia, affrontando un Napoli che ha disputato - a dispetto del punteggio - una buona partita con la calma tipica alla quale aveva abituato l’Inter di Mourinho. Quello che si è visto è un’Inter con voglia di giocare al calcio e fiducia nei propri mezzi, proprio le due componenti che con Benitez erano state messe fuorilegge.

Il Napoli occupa comunque la terza posizione in classifica, semmai è Mazzarri che non mantiene la calma e il senso delle proporzioni nelle sue esternazioni verbose. Nelle ore che hanno preceduto il match del Meazza il tarantolato allenatore del Napoli si era sentito Mourinho, parlando di “nemici”. Peccato però, che Mourinho i nemici li nominava nelle conferenze stampa prima e li sconfiggeva sul campo poi, mentre Mazzarri non ci riesce. Eppure il suo Napoli gioca un grande calcio e il progetto tecnico è di notevole spessore. Il Napoli è terzo in classifica pur disponendo solo di un grande attacco e un buon centrocampo, ma con una difesa su cui il presidente De Laurentis dovrebbe investire denari, non chiacchiere. Dunque conviene che Mazzarri continui a fare il suo lavoro eccellente e De Laurentis pensi a rinforzare gli azzurri.

La Lazio gioca con il freno a mano e il Genoa la blocca sul pari. E’ seconda in classifica grazie alla sconfitta patita dal Napoli. Il Palermo stende la Sampdoria con un 3 a 0 che non lascia dubbi circa i diversi valori in campo, mentre tra Fiorentina e Bologna finisce in parità. Ma se il Bologna deve ancora venire fuori del tutto dalle difficoltà in cui versano società e squadra, la Fiorentina davvero non aveva bisogno dell’ultima grana con Mutu. L’Udinese batte 2 a 0 il Chievo con gol di Sanchez e Di Natale, il Cesena affonda il Brescia e il Bari vince il derby regionale con il Lecce grazie ad un gol del neo arrivato Okaka.

Il crollo di questo turno è quello della Juventus, che perde 4 a 1 con il Parma e in inferiorità numerica causa solita follia di Felipe Melo, perde anche Quagliarella per un infortunio grave che lo terrà lontano dai campi per almeno un paio di mesi. La squadra di Del Neri dovrà per forza tornare sul mercato, anche se sostituire Quagliarella non sarà semplice. Sembra sia Toni il possibile arrivo; non una grande idea, ma per segnare qualche gol in più di Amauri andrebbe benissimo anche la controfigura del giocatore del Genoa. Se Andrea Agnelli smetterà di fare la voce grossa sui giornali di famiglia per lasciare spazio alla progettazione di acquisti di livello, i risultati miglioreranno. La Juventus, al momento, non appare in grado d’insidiare né il Milan, né la Roma, né la Lazio né il Napoli.

 

di Fabrizio Casari

La vittoria della Roma contro il Milan a Milano e quella del Napoli in casa contro il Lecce, cui si aggiunge la vittoria casalinga della Lazio contro un’Udinese mai doma e castigata solo da un autogol nel finale di partita, agitano sufficientemente la classifica. Solo la Juventus non coglie l’occasione per accorciare le distanze dalla vetta, facendosi fermare sul pari da un Chievo gagliardo.

Stessa sorte per il Palermo, fermato sul pareggio a casa del Bari. Ora Napoli e Lazio sono a tre punti dalla capolista e a tracciare il perimetro di un campionato tutt’altro che chiuso si osserva che in cinque punti si trovano quattro squadre. Il girone di ritorno sarà dunque quello nel quale dovranno arrivare conferme, sorprese e verdetti, dal momento che quello d’andata ha solo sussurrato probabilità. De Laurentiis e Mazzarri sono euforici ma il torneo é lungo. Però se Cavani continua a giocare come nel girone d'andata, con i partenopei dovranno farci i conti tutti.

Il derby tra Genoa e Sampdoria è stato rinviato causa impraticabilità del campo. Marassi sembrava un tappeto di neve. Magari la ripresa vedrà un tempo più clemente. Si tornerà in campo il 6 Gennaio e le vacanze natalizie serviranno alle società per ottimizzare le rose, ai giocatori per riposarsi e ai tifosi per ritemprarsi. E in attesa del recupero delle due partite dell’Inter, assente causa Mondiali ad Abu Dhabi e comunque a 13 punti dal Milan, la testa della classifica non appare quindi più così solida: Ibramilan stavolta non basta e i rossoneri si fermano.

L’ormai consueta incombenza della zona Cesarini (che ha cambiato due risultati, consegnando due punti in più alla Lazio e al Napoli e togliendone due alla Juve (oltre che all’Udinese e al Lecce) sembra voler assegnare uno scudetto alla pervicacia e alla fortuna. La vittoria della Roma a Milano conferma quanto il Meazza sia uno stadio tradizionalmente favorevole ai giallorossi e conferma anche quanto già affermato: il Milan è Ibrahimovic e poco più.

Se lo svedesone chiacchierone si ferma, se si mangia un paio di gol o se, semplicemente, trova la giornata storta, la squadra di Allegri diventa immediatamente una squadra di medio livello. Triste serata per Ibra che perde e vede vincere la squadra che aveva lasciato per vincere tutto; la quale, invece, tutto ha vinto proprio da quando lui è andato via. E triste anche la serata dei tifosi rossoneri: perdore in casa mentre l’Inter diventa campione del mondo per club somiglia ad uno dei peggiori incubi mai temuti.

La Roma, invece, pur in credito con la fortuna e con una difesa che davvero dovrebbe essere registrata nei movimenti, trova la vittoria grazie al gol dell’ex, quel Borriello che è stato ritenuto inutile dagli strateghi di Milanello e che invece si dimostra fondamentale nei successi della squadra di Ranieri.

Per i giallorossi si è trattato della prima vittoria in trasferta di questo campionato (solo il derby era formalmente una trasferta); comunque, pur con 4 punti in meno dello scorso anno, i giallorossi hanno sconfitto alcune pretendenti allo scudetto - Milan, Inter, Lazio - e pareggiato a Torino con la Juve. Ma si deve far notare anche come la Roma sia stata, nel corso dell’anno solare, la squadra che ha ottenuto il maggior numero di punti.

Il Catania batte il Brescia, ormai altra squadra da quella delle prime giornate, mentre il Cesena espugna Cagliari e tra Parma e Bologna non si è andati oltre un pareggio. La coda della classifica vede anch’essa quattro squadre in cinque punti: Bari, Lecce, Cesena e Brescia. Il girone di ritorno sarà, per tre di esse, una sentenza senz’appello.

 

di Fabrizio Casari

Campioni d’Italia, d’Europa e del mondo. Come se vincere tutto in Italia e la Champions in Europa non fosse stato abbastanza, quarantacinque anni dopo il trionfo del 1965, l’Inter si regala anche il tetto del mondo. Lo fa battendo i coreani in semifinale e gli africani in finale, con identico punteggio: 3 a 0. La trasferta di Abu Dhabi si rivela la ciliegina sulla torta: il 2010 è diventato l’anno della squadra di Massimo Moratti, che ha raccolto ben cinque trofei su sei disponibili nell’anno solare.

Dulcis in fundo, l’Inter ha vinto anche il premio FIFA World Player (di solito difficilmente assegnato ai vincitori) e Samuel Eto’o ha vinto il premio di miglior calciatore del torneo. Un altro piccolo Triplete, insomma. E nel Guinnes entra anche Esteban Cambiasso: da ieri è il giocatore argentino che ha vinto più trofei (22) superando persino il grande Alfredo di Stefano.

Adesso i detrattori e gli antipatizzanti mediatici annidati tra le vedovelle di Luciano Moggi, spiegheranno in ogni salsa che il torneo FIFA ha avuto una qualità scarsa, che il Membete non era avversario degno come lo sarebbero stati i brasiliani (che però proprio dalla squadra africana sono stati eliminati in semifinale). Ma sono chiacchiere da Bar sport, riedizioni calcistiche della favola di Fedro sulla volpe e l’uva.

E a sottolineare come ad essere con il naso all’insù nell’arte poco nobile dell’invidia nascosta dal disinteresse ci siano soprattutto quelli che, carichi d’invidia, avrebbero pagato qualunque cifra per esserci, sarebbe bene ammettere che, quali che siano gli avversari - che non ha certo scelto l’Inter - per vincere questa finale bisogna arrivarci e che il cammino nerazzurro non è certo robina da tutti i giorni.

Bisogna infatti vincere prima la Champions League e, vincerla nel modo in cui l’ha vinta l’Inter, ha rappresentato una manifestazione di forza cui è difficile replicare. I nerazzurri, infatti, hanno battuto le squadre che avevano vinto i loro rispettivi campionati: dal Rubin Kazan al Chelsea, dal Barcellona al Bayern Monaco. In un solo torneo, ha messo al tappeto i campioni di Russia, d’Inghilterra, di Spagna e di Germania; appare dunque capzioso dire ora che la squadra in finale di Coppa del Mondo era africana.

La partita non ha avuto storia, come del resto non l’aveva avuta la semifinale contro i sudcoreani. L’Inter, recuperati i suoi giocatori vittime della più incredibile catena d’infortuni del calcio italiano, ha giocato da Inter. Difesa solida, controllo della partita a centrocampo, pressing alto e ripartenze, finalizzazioni micidiali. Stankovic, Zanetti, Milito, Eto’o (dodicesimo gol in una finale), Pandev e Biabiany hanno messo la firma sui gol, ma il gioco visto in campo era il gioco dell’Inter del Triplete.

Benitez, che ha inspiegabilmente tenuto fuori Stankovic per buona parte della partita (il giocatore serbo era furioso prima e triste poi) e se il match non avesse subito preso la piega migliore le polemiche non sarebbero mancate, visto che Dejan Stankovic era certamente tra i più in forma. E siccome l’Inter è sempre l’Inter, è inevitabile che nei momenti dove dovrebbe trovare posto solo la gioia, s’inneschino polemiche sbagliate per la scelta del testo e del contesto.

Se a Madrid, dopo la vittoria in Champions, Milito aveva avuto la pessima idea di mettere in discussione la sua permanenza all’Inter, ad alzarle questa volta è Benitez, che dopo essersi sentito sulla graticola (se non avesse vinto il torneo avrebbe preso un'altra direzione da Milano) ha deciso di lanciare ultimatum fuori luogo. Con le bollicine dello champagne che ancora frizzavano, nella conferenza stampa post-partita ha infatti minacciato di lasciare l’Inter "se a Gennaio non arriveranno quattro rinforzi".

Forse era nervoso perché l'Inter ha giocato le due partite in Arabia Saudita con lo schema con il quale giocava con Mourinho. Niente difesa alta, ma chisura e ripartenze rapide, pressing alto e verticalizzazione rapida. L'Inter, insomma, ha lasciato le teorie di Benitez nella panchina ed ha giocato come ha sempre giocato quando ha dovuto vincere.

E forse Benitez era nervoso anche per le parole di Mourinho, che si era detto pronto a vedere la partita dell’Inter (“la mia squadra”) con la maglietta nerazzurra addosso e che aveva chiesto con forza di vincere, dopo un cammino durato 57 partite. O forse lo era per aver visto Moratti parlare con Capello ad Abu Dhabi. Ma davvero l’allenatore spagnolo poteva scegliere un altro momento.

Ma lasciando da parte per un attimo l’opportunità di sporcare una vittoria straordinaria con una polemica, proviamo ad entrare nel merito. Giocatori da Inter, sul mercato, non ce ne sono. I due acquisti che proponeva Benitez l’estate scorsa costavano cifre di molto superiori al loro valore e uno di questi è stabilmente riserva nella sua squadra. Ad ogni modo acquistare fuoriclasse in giro per il mondo prevede una forte disponibilità di denaro, una trattativa in corso ed un allenatore che non gridi il suo interesse per l’operazione che, a questo punto, diventa solo più onerosa e complessa.

Benitez sapeva che l’Inter avrebbe acquistato giocatori importanti solo davanti ad occasioni di mercato; il fair play finanziario e la consapevolezza di un mercato stretto non consentivano esborsi che sarebbero risultati inutili. Poteva benissimo, stando così le cose, non accettare di venire a guidare i campioni d’Europa.

Forse Moratti è eccessivamente ottimista quando dice che la squadra non ha bisogno di rinforzi, ma il rientro dei titolari infortunati ha prodotto due vittorie con sei gol fatti in tre partite e nessuno subito. Se i metodi d’allenamento di Benitez, che hanno falcidiato i bicipiti femorali di tutta l’Inter (ultimo Snejider al Mondiale), non fossero stati prima applicati e poi reiterati e difesi ad onta di ogni logica, proprio la squadra avrebbe dato una risposta diversa. Non a caso, nelle ultime settimane nessun giocatore forzava fisicamente, proprio nel timore di giocarsi il Mondiale di Abu Dhabi.

Non solo: Benitez, in un impeto di superbia, ha anche chiesto “pieni poteri” e “gestione totale” della squadra, affermando che, in caso contrario, l’Inter dovrà parlare con il suo agente. Francamente, il mister spagnolo deve aver visto il suo lavoro all’Inter con le lenti deformate del suo ego.

La squadra in mano sua ha perso la Supercoppa europea ed è a tredici punti di distanza dalla capolista in campionato. In campo ha mostrato scarsa tenuta atletica, scarsissima concentrazione e zero grinta. Ad essere precisi, non è Benitez ad aver fatto vincere l’Inter, semmai il contrario. Quelle di Benitez sembrano dunque parole destinate ad una lettera di dimissioni, non ad un rilancio della squadra. Come pensa possa andare a finire dando ultimatum al Presidente e ai giocatori?

E’ probabile quindi che Moratti incaricherà Branca di liberarsi del problema. Sono diverse le opzioni che sono a disposizione per la panchina dell’Inter. Per venire ad allenare i campioni d’Italia, d’Europa e del Mondo, c’è la fila e non serve un fenomeno. L’unico che c’è, Mourinho, provvisoriamente allena altrove.

 

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