di Fabrizio Casari

Claudio Ranieri non è più l’allenatore della Roma. Dopo la sconfitta dei giallorossi a Verona, l’allenatore testaccino ha deciso di gettare la spugna “per il bene della Roma”. Un gesto di generosità e, insieme, una resa di fronte ad una situazione che evidentemente non riesciva più a gestire. Non è solo l’ennesima panchina che salta: solo una settimana prima Ranieri aveva chiesto - inutilmente - due anni di contratto alla proprietà (Unicredit), che aveva però fatto orecchie da mercante. Ranieri non controllava più lo spogliatoio e non aveva più la fiducia della società; andarsene è stato un gesto d’onore, che lo mette ben al di sopra di un signore come Benitez, che per tigna e denari aveva atteso di essere dimissionato incurante dei disastri che aveva determinato.

La parte più significativa dell’ultima domenica pallonara è qui. Per il resto il Milan, grazie all’arbitro, porta a casa i tre punti sul campo del Chievo e risponde così all’Inter. Che, grazie all’arbitro, aveva domato il Cagliari la sera prima. E se l’Inter può comunque recriminare un evidente rigore a suo favore non concesso, il Milan nemmeno quello. Ad ogni modo, il distacco tra le due milanesi rimane di cinque punti, pur avendo di fronte un calendario ben diverso (molto più difficile quello rossonero) da qui al derby, quando cioè i tre punti in palio diverranno decisivi per la corsa finale.

Comunque si fa preferire Leonardo che non ricorda a tutti il mancato rigore e non nasconde che il gol vittoria dell’Inter sia irregolare, rispetto ad Allegri che a giustificare la vittoria con il gol irregolare di Robinho sostiene che i brasiliani usano stoppare la palla con il braccio, dunque va bene lo stesso: l’irregolare diventa regolare. A forza di frequentare Galliani il modestissimo Allegri sta diventando un piccolo esempio di cosa non far vedere in fascia protetta.

Semmai, la preoccupazione di Milan e Inter dovrebbe essere quella del calendario di Champions, visto la condizione fisica delle due compagini. Il Milan si è già fatto male da solo, perdendo uno a zero in casa contro il Tottenham e servirà dunque un’impresa a Londra, mentre l’Inter riceverà il Bayern Monaco che avrà molta voglia di vendicare la finale di Champions di Madrid dello scorso Maggio. La speranza di Allegri è che il mago Ibrahimovic tiri fuori, almeno una volta, la capacità di essere decisivo in Europa, mentre quella di Leonardo è che il ritmo da convalescenza con il quale gioca l’Inter sia una scelta non pubblicamente dichiarata di risparmiare energie per l’Europa.

Il Napoli batte il Catania e ciò gli consente di mantenere il secondo posto in classifica. Le vittorie di partenopei, Milan, Inter e Lazio non producono così particolari sussulti nella zona alta della classifica, che vede sostanzialmente delinearsi la corsa per le prime quattro posizioni. Ma se alle vittorie di Milan e Inter si toglie l’aspetto determinante degli errori arbitrali e se alla Lazio non si riconosce altro che l’ottenimento scontato dei tre punti, ospitando sul proprio campo l’ultima in classifica, a caratterizzare la ventiseiesima giornata di campionato sono state soprattutto le sconfitte.

Due le più clamorose: quelle della Roma a Genova e della Juventus a Lecce, cui si aggiunge anche quella del Palermo a Bologna. Nel caso della Juventus si è assistito ad una prova opaca, con gambe molli e testa altrove, condita da una prestazione difensiva imbarazzante. Se la scorsa settimana gli errori di Eto’o sotto porta avevano salvato la Vecchia Signora dall’ennesima sconfitta in casa, stavolta sono stati quelli di tutta la squadra a certificare una qualità complessiva ben al di sotto di quanto necessario.

Forse a Torino dovrebbero occuparsi meno di Calciopoli e più di costruire una compagine complessivamente all’altezza, dalla dirigenza fino ai calciatori. Se il trand della squadra è questo, la Juventus potrà al massimo guadagnarsi un posto in Europa League, dove vengono allocati gli scarti della Champions. Dunque, se Marotta e Del Neri vorranno dimostrare di essere in grado di dirigere un club di prima fascia, faranno bene a mettere il giusto pepe nella squadra.

La Juventus sembra invece solo preoccupata di quanto avviene nel Palazzo, dove sta tentando con ogni mezzo di ottenere la revoca dello scudetto 2006 all’Inter. L’aria in Federcalcio sta nuovamente cambiando e la nostalgia del malaffare e del “tutti sono colpevoli” trova ogni giorno che passa le vedove di Moggi di nuovo pimpanti. La verità storica dice invece cose diverse, e cioè che se tutti parlavano con i designatori, solo uno gli dava ordini e indicazioni e che se le altre società parlavano con gli arbitri nei modi consentiti, solo una lo faceva con schede telefoniche non intercettabili.

Forse otterranno lo sconto sulla sentenza (che per i loro stessi avvocati fu mite) e forse troveranno così la loro vendetta penosa contro chi, stanco di subire furti, decise di reagire per se e per il sistema tutto. Ma siamo in Italia, dove imputati diventano le vittime e i giudici, non chi commette reati, dunque il sistema calcio non può non omologarsi al sistema politico. Se otterranno la revoca dello scudetto all’Inter sarà comunque il loro unico successo negli ultimi 5 anni, perché il campo, invece, li ha condannati e li condanna senza appello esattamente da cinque anni.

Quello della Roma a Genoa è un risultato suicida. Trovarsi in vantaggio per 3 reti a 0 e vedersi superare 4 a 3, ha una sola spiegazione: la Roma è uscita dal campo 40 minuti prima del fischio finale e non ci sono giustificazioni o ragioni per spiegare la debacle. I soliti idioti che hanno scatenato incidenti a Trigoria sanno ora una cosa: instaurare un clima di minaccia costante nell’ambiente non produce maggiore concentrazione e, dunque, migliori risultati. Al contrario, l’ansia e il timore di sbagliare producono smarrimento e incapacità di reazione.

Si tratta ora di capire come attendere l’arrivo dei nuovi proprietari; dal momento che di scudetto non si può certo parlare, tanto vale abbassare il range delle aspirazioni e provare ad entrare nella lotta per un posto in Europa. Il rischio, altrimenti, è che nemmeno gli americani trovino la voglia per sperdere denari nella città eterna. In questo senso, le dimissioni di Ranieri possono costituire un elemento di facilitazione: è noto, infatti, che i rumors della capitale indicavano già dalla scorsa settimana Montella come soluzione ponte per arrivare ad Ancelotti nella prossima stagione. Ma sarà davvero così facile comporre il puzzle?

Per quanto riguarda il Palermo, sconfitto da un gol all’ultimo minuto di gioco, si deve parlare di una squadra in evidente involuzione. Una buona parte di gara passata a difendersi strenuamente dal Bologna (che - non ingannino le maglie - non ha nulla del Barcellona..) porta a due sconfitte nelle ultime due partite e ad un brusco allontanamento dell’area Europa. La Lazio ottiene i tre punti con il minimo sforzo, grazie a un gol di Hernanes, il pezzo pregiato della casa; ma a vederla giocare non si riconosce la squadra d’inizio stagione.

Annotazioni a margine. Perché Lavezzi dovrebbe avere sconti sulla punizione inflittagli per essersi scambiato sputi in campo con Rosi? A che titolo il giocatore del Napoli dovrebbe ricevere un trattamento di favore che non hanno avuto altri? E a che titolo l’Uefa dovrebbe avere la mano leggera con Gattuso, che in preda a una crisi isterica ha aggredito tutti quelli che incontrava in campo e ai bordi del campo? Galliani, che contro il centravanti della Lazio Kozac aveva invocato tribunali speciali, nei confronti del suo fedele randellatore invoca invece scusanti, affermando che non è solito aggredire nessuno.

C’è un’evidente idiozia nell’affermazione: nessuno è “solito” aggredire, ma ciò non toglie che quando lo fa diventi colpevole di averlo fatto, non innocente perché non l’aveva fatto prima. Nel caso di Gattuso, poi, vale la legge Mediaset e Lega Calcio: con la maglia rossonera si possono commettere falli che con altre maglie sarebbero duramente penalizzati. Ma, come accadeva alla Juve di Moggi e al Milan di Galliani, lo strapotere si ferma ai confini nazionali. In Europa si parla un'altra lingua: se ne accorsero alla Juve, se ne accorgeranno anche al Milan.

di Fabrizio Casari

La Juventus batte l’Inter e, forse, toglie ai nerazzurri la spinta decisiva per tentare la scalata alla vetta della classifica. Una Juve molto ben messa in campo e aggressiva contro un’Inter lenta, mai capace di dare le accelerazioni necessarie per mettere in difficoltà i bianconeri, che pure si sono salvati a pochi minuti dalla fine grazie ad una traversa colpita da Eto’o a porta vuota. Il pari sarebbe stato il risultato più giusto e, a conferma di ciò, si ricordano due grandi parate di Buffon e nessuna parata di Julio Cesar. La spiegazione è parte in campo e parte fuori, dal momento che mentre la Juventus poteva schierare la sua migliore squadra, l’Inter ha ben 5 titolari fuori: Lucio, Samuel, Chivu, Stankovic e Milito.

Il primo tempo è stato decisamente a favore della Juve, che invece nell’ultima mezz’ora ha schiacciato i bianconeri nella propria metà campo. Ma la squadra di Del Neri è apparsa concentrata, attenta e, con una buona dose di fortuna, ha portato a casa i tre punti. L’Inter invece dovrà riflettere: mancano ancora 14 partite e tutto é ancora aperto, benché più difficile. Ma non sono certo Karjia o Pandev o Nagatomo che possono guidare la rincorsa della squadra di Leonardo.

Che pure deve tornare, e presto, sulla scelta di schierare Thiago Motta davanti alla difesa: i tempi del brasiliano non sono consoni al contropiede e Cambiasso sulla sinistra toglie copertura alla difesa e rende superfluo il giocatore argentino, che è invece sempre stato il fulcro del gioco dell’Inter. E inserire Pandev al posto di chiunque riduce, invece di aumentare, le possibilità dei nerazzurri di vincere. Detto ciò, a certi livelli non sono sostituibili Lucio e Samuel, pur avendo Ranocchia giocato un’ottima partita. Ma l’area dell’Inter è diventata terra di caccia per troppi attacchi da quando la sua coppia di centrali difensivi é fuori.

Ovviamente festa grande a Milanello, dove - nonostante le rassicurazioni - la paura dell’Inter era (e forse è tutt’ora) un elemento ben presente nell’ambiente rossonero. Il Milan, comunque, sembra aver ritrovato il passo della vittoria, schiantando per 4 a 0 il Parma al Meazza. Cassano, Ibrahimovic e una doppietta di Robinho vengono portati a dimostrazione di una squadra ritrovata e dall’animo di una schiacciasassi. Ma il Parma è sembrato davvero un bocconcino troppo tenero per le fauci degli attaccanti rossoneri, fuoriclasse senza ombra di dubbio. Però già domenica prossima il Napoli sarà ben altro avversario e, se il giudice sportivo non squalifica Lavezzi per lo scambio di sputi con Rosi, vedremo come la retroguardia milanista se la caverà con un attacco di assoluto valore.

E un piccolo evento si è consumato all’Olimpico, dove il Napoli ha steso la Roma anche più di quanto non dica il 2 a 0 finale. La squadra di Mazzarri ha giocato un’ottima partita, dando la sensazione di sapere sempre come stare in campo, diversamente da una Roma apparsa nervosa e svogliata. Certo, la scelta iniziale di Ranieri di lasciare in panchina Menez, non è risultata la migliore: il francese, infatti, con la sua velocità ed il dribbling stretto sembrava l’attaccante giusto per mettere in difficoltà la retroguardia partenopea, lenta e macchinosa, certo il reparto debole della compagine azzurra. Il timore del centrocampo a cinque di Mazzarri e le assenze in difesa hanno invece spinto Ranieri a fare a meno del tridente, ma non si è rivelata un’idea vincente.

Ma se il Napoli conferma quanto siano legittime le aspirazioni di lotta per lo scudetto di cui ormai nessuno più dubita all’ombra del Vesuvio, l’aspetto che più inquieta è la conferma di come la Roma non riesca ad arrivare agli appuntamenti decisivi con serenità d’animo, saldezza di nervi e forma fisica brillante. Come se tanti campionati ad inseguire senza mai riuscire a vincere avessero fiaccato definitivamente proprio la speranza di riuscire ad imporsi. E questo nonostante un’annata nella quale - fatta eccezione per la partita di Brescia all’andata - la Roma ha goduto di fortuna ed errori arbitrali che certo non possono farla recriminare.

In molti ritengono che in questo contesto di risultati e tenuta psicologica della squadra, non si comprende la richiesta di Ranieri di un contratto di due anni alla nuova proprietà, che invece ne propone al massimo uno. E se da un lato sembra difficile dar torto allo scetticismo circa la capacità dell’allenatore testaccino di tenere in mano i suoi giocatori e sapergli tirare fuori il meglio, forse sarebbe anche il momento di prendere atto che la Roma è questa: 5 - 6 grandi individualità che però non fanno una squadra vincente; almeno non con le avversarie dotate d’individualità altrettanto buone (e spesso ancor di più) e gioco d’insieme di migliore qualità.

Dalla capacità di prendere atto dei limiti e delle risorse presenti, può partire il progetto per la nuova Roma; la partita per la sua acquisizione sembra arrivata in porto, ma presto si scoprirà come questo primo, fondamentale step, sia stato anche il più semplice: il difficile verrà dopo.

La Lazio si ricorda di dover vincere, almeno ogni tanto, e lo fa con un 2 a 0 a spese del Brescia, ormai terzultimo in classifica davanti a Cesena e Bari. Grande colpo della Fiorentina che schianta il Palermo alla Favorita. Dopo essere stata in svantaggio la Viola ha deciso di ricordarsi come si gioca e con quale spirito e la squadra di Delio Rossi si è trovata a patire un 2 a 4 finale. Purtroppo, che vinca, perda o pareggi, ogni dopo partita del Palermo si porta con sé le parole in libertà di Zamparini, con ripercussioni negative sull’udito e sulla pazienza di tutti.

E, sempre in tema di grandi risultati, si deve contemplare la goleada della Sampdoria al Bologna (3 a 1) e quella del Cagliari al Chievo (4 a 1). L’Udinese non smette di vincere nemmeno in trasferta e batte il Cesena 3 a 0 con la solita doppietta del solito Di Natale. Il Bari di Mutti esordisce con un pareggio casalingo contro il Genoa: non cambia niente, ultimo posto era e ultimo resta.

 

di Fabrizio Casari

La sfida per eccellenza del miglior calcio italiano di questi anni è stata fedele alle attese. Grande partita ci si aspettava e grande partita è stata. Le due squadre si sono affrontate a  viso aperto e, a fronte di un sostanziale equilibrio a metà campo, sono state decisive delle grandi giocate dei singoli. I migliori in campo per l’Inter sono stati Thiago Motta, Julio Cesar, Snejider ed Eto’o, mentre nella Roma Vucinic, e nel secondo tempo Julio Sergio, sono stati una spanna sopra gli altri. Sono stati invece insufficienti Cordoba nell’Inter e Perrotta nella Roma.

Attacchi straordinari ma difese in difficoltà: questa la storia di una partita con otto gol. Ha vinto la squadra più forte ma chi ha perso non è certo che lo sia meno. L’Inter ha avuto più l’iniziativa ma la Roma, in contropiede, ha messo in apprensione la difesa nerazzurra spesso e volentieri. Quello che sembra fare la differenza è la qualità complessiva dell’organico. A questo punto, la remuntada interista, checchè ne dica Allegri, diventa un fantasma che si aggira per Milanello.

Quando Leonardo arrivò all’Inter i nerazzurri avevano 13 punti in meno del Milan, ora ne hanno 5 e una partita da recuperare. Si può far meglio? Certamente sì. Tredici gol in otto partite spono decisamente troppi. Anche se il dover vincere ad ogni costo sbilancia naturalmente la squadra in avanti, la difesa appare troppo fragile e, senza i miracoli di Julio Cesar, la situazione oggi sarebbe ben peggiore. Non si deve dimenticare, certo, che i tre centrali difensivi migliori dell’Inter (Lucio, Samuel e Chivu) erano fuori per infortuni e squalifiche, ma Ranocchia, pure bravo, non offre sicurezza assoluta, mentre Cordoba è decisamente in calo. E che la differenza nella qualità del gioco la faccia Snejider, è apparso chiaro: bisognerà centellinare le sue assenze e, nel contempo, reinserire gradualmente Milito, che davvero non può, in queste condizioni, togliere spazio a Pazzini.

La Roma lascia la sua ultima grande sfida alla rivale di questi anni con una sconfitta, che segna negativamente anche l’addio della famiglia Sensi alla Roma. Si sentono i nomi di Ancelotti e di altri, ma prima di liberarsi di Ranieri la Roma dovrà pensarci molto bene. Il tecnico testaccino anche in questa occasione ha indovinato i cambi rimettendo la sua squadra in corsa fino a cinque minuti dalla fine della gara. Non può essere colpa sua se Mexes insulta l’assistente dell’arbitro e se Burdisso non ha mai imparato la differenza che c’è tra l’irruenza e la calma. Ora i giallorossi si trovano a meno due dal Napoli, che l’incontreranno nel prossimo turno privi di Mexes e Burdisso. Un pessimo modo di affrontare Cavani e Lavezzi.

Questa volta Ibra non ha segnato, dunque Pato non è bastato e il Milan si è fermato. Due soli punti nelle ultime due partite non sono certo uno score da scudetto e sembra proprio che la pur robusta campagna acquisti, la corsa verso il titolo comincia a farsi molto meno sciolta. I rinforzi arrivati con il mercato (o, meglio sarebbe dire, il supermercato) di Gennaio, saranno anche utilissimi in chiave elettorale per il suo padrone, ma sembrano esserlo molto meno per il Milan. Che dimostra ancora una volta di essere Ibrahimovic e qualcos’altro, ma che conferma, appunto, che quando lo svedesone multi maglie non risolve, la squadra resta monca.

Il Genoa, peraltro, pur sempre temibile tra le mura di casa, non era certo un ostacolo insormontabile, salvo che Floro Flores, appena arrivato nella Lanterna, si dimostra una buona idea di mercato. Il pareggio di ieri tiene comunque i rossoneri a distanza dalle inseguitrici, ma il Napoli, che ha sconfitto il Lecce in casa con un sonoro 4 a 2, si trova ormai a tre punti, cioè con l’alito sul collo della capolista. Lamentarsi delle assenze non basta. Inter, Juventus e Roma ne hanno altrettante e Allegri dovrebbe forse trovare un assetto diverso per una squadra che appare spezzata in due, con scarsa comunicazione tra i diversi reparti e autrice di un solo schema: palla a Ibra e speriamo bene.

La Juventus, invece, torna a vincere e questa, almeno nelle ultime settimane, è una novità. Lo fa con una doppietta del neoacquisto Matri, che sceglie proprio la sua ex-squadra nel suo ex-stadio per ricordare a tutti i tifosi del Cagliari la differenza che passa tra un presidente e Cellino. Del Neri dice che la vittoria e i gol di Matri confermano quanto da lui sostenuto, cioè che la crisi dei bianconeri era dovuta alla mancanza di punte. Vedremo domenica prossima, nella sfida con l’Inter, se Matri ha colmato definitivamente la lacuna e se la Juve riprenderà il suo cammino, che all’inizio del torneo veniva ipotizzato come vittorioso o, almeno con destinazione zona Champions.

Il Napoli batte il Cesena e si porta a tre punti dal Milan. Ancora una volta i suoi giocatori migliori fanno la differenza in una squadra comunque ben messa in campo, veloce e dalla tecnica decisamente superiore alla media. Due a zero senza mai soffrire ai romagnoli. E' stata una buona partita che ha dimostrato come la caduta del turno precedente a Verona sia stata immediatamente metaboilizzata. Il Napoli può davvero rappresentare la novità di quest'anno e a Milanello faranno bene a guardarsi dai partenopei, oltre che dagli interisti.

La Lazio sbatte il muso contro il muro del Chievo, che rimane una delle formazioni minori con maggiore capacità di mettere in difficoltà le squadre più quotate. Una squadra fisica e veloce, tutta sistemata dietro la linea della palla e con Pellissier capace di avventarsi su ogni pallone come un rapace. Ormai pare evidente che la squadra ammirata nella prima parte della stagione abbia perso smalto e, forse, convinzione in se stessa. Molta più la voglia di fare che la lucidità in campo. Reja appare in difficoltà e la sua politica di turn-over, altrove fondamento del successo (vedi Napoli), all’Olimpico miete vittime e soprattutto fischi dei tifosi. Se non vivesse nelle polemiche non sarebbe la Lazio, ma ad ogni modo la posizione in classifica è comunque di tutto rispetto, dal momento che se la zona Champions appare improbabile, la zona Uefa appare invece un obiettivo realistico alla portata. Non male per chi lo scorso anno era con un piede in serie B.

Il Parma pareggia contro la Fiorentina in una partita che vede protagonista il neoacquisto Amauri. Un gol e una traversa nel finale hanno timbrato il via al processo di resurrezione dell’attaccante di origini brasiliane che a Torino era diventato sinonimo d’inutilità. Un rigore un po’ generoso fischiato a favore dei viola ha riportato in parità il risultato, ma al Parma serve a poco. Ha bisogno di ameno tre vittorie nelle prossime sei-sette partite per scacciare definitivamente i rischi di slittamento verso il basso.

E se a Parma si parla di Amauri e di resurrezioni, poco più in basso si parla già di possibili retrocessioni. Il Bologna riesce a cogliere un successo importantissimo contro il Catania, in una partita fortemente caratterizzata da una messe di cartellini gialli e uno rosso, decisivo. La vittoria fa sì che il Bologna vada a pari punti con la Fiorentina e si sganci dalla zona più bassa della classifica, sette punti sopra la zona retrocessione. Il Catania, invece, vi si trova solo ad un punto e dovrà partecipare seriamente alla lotta con Lecce, Cesena, Brescia e Bari per rimanere nella massima serie a fine stagione.

Il Ct azzurro ha diramato le convocazioni per la nazionale che mercoledì a Dortmund affrontarà la Germania. Tornano Buffon, Cassano e Giovinco, mentre Matri e Thiago Motta (che ha festeggiato con una grande prova e un gol la sua prima convocazione) sono le new entry del club azzurro. L’impegno non è certo dei più semplici. La partita è un’amichevole, per quanto possa esserlo un confronto tra Italia e Germania. Nessuno aspetta nuove pagine eroiche, sarebbe sufficiente cominciare a vedere un profilo meno incerto della nuova Italia firmata Prandelli.

di Fabrizio Casari

L’Inter la pazzia ce l’ha nell’inno e nella storia, Pazzini nel suo soprannome. Potevano non trovarsi? L’ultimo acquisto di Moratti ha cambiato la partita e, forse, la storia della rincorsa al Milan capolista. Tra Inter e Palermo si è disputata forse la più bella partita finora vista in questo campionato. L’Inter ha letteralmente assediato la porta di Sirigu, il migliore in campo dei rosanero, ma il Palermo non ha certo demeritato e ad ogni affondo ha sempre procurato mal di testa ai nerazzurri. Un’impresa quella dei nerazzurri, perché battere un ottimo Palermo dopo essere stata sotto di due gol alla fine del primo tempo non è roba da tutti.

E meno che mai per chi deve comunque rinunciare a Samuel e Snejider (infortunati) e a Stankovic, Chivu e Cordoba (squalificati). Decisivi, per Leonardo, tre elementi: l’ingresso del neoacquisto Pazzini, che ha siglato una doppietta straordinaria (il secondo gol - incornata su cross di Maicon - è splendido) e si è procurato il rigore; il rientro di Julio Cesar, che ha parato un rigore a Pastore tenendo così aperta la strada della rimonta e ha compiuto almeno altre due parate eccezionali; un Eto’o che ha attaccato, coperto, suggerito e segnato: un giocatore semplicemente universale. Ottima la partita di Thiago Motta, Maicon e Zanetti, ma Leonardo deve necessariamente intervenire sulla fase difensiva.

Ranocchia e Lucio non sbagliano quasi nulla, ma troppe volte il pallone si trova nella trequarti dell’Inter senza il dovuto contrasto: uno dei due centrali deve uscire e o si scopre il centro della difesa oppure i laterali stringono per coprire ma aprono le fasce da dove arrivano molti dei gol che l’Inter subisce. Dieci gol in sei partite sono troppi e se anche la sua squadra continua a segnare mediamente tre gol a partita, qualcosa deve fare per evitare di prenderne. Per cominciare, invertire i ruoli di Cambiasso e Thiago Motta: l’argentino rende molto di più davanti alla difesa e l’italo-brasiliano è più letale dietro le punte, a maggior ragione in assenza di Snejider.

Tra le note dolenti si registra Milito che sembra non riuscire ad invertire una stagione opaca e un’incidenza relativa di Coutinho, che sembra nascondersi e non trovare il suo spazio in campo. E poi Santon: impacciato, in difficoltà evidente nella fase difensiva e limitato a soli due movimenti nella spinta. Un’involuzione, quella del ragazzo interista, che va affrontata sia per il bene dell’Inter che della Nazionale.

Il Palermo ha pagato la scarsa vena di Pastore, che però se l’è vista con Ranocchia e Lucio, non certo due qualunque. Buona la prova di Miccoli e della difesa, Sirigu sopra tutti. Ma la squadra di Delio Rossi appare sbilanciata in avanti: Miccoli, Pastore ed Ilicic sono tre giocatori di tecnica raffinata, veloci e pericolosissimi, ma il Palermo non dispone di un centrocampo di qualità, capace d’impostare come d’interdire: manca un regista arretrato di spessore tecnico. Le due fasi disegnano quindi un Palermo micidiale quando spinge e in difficoltà quando viene attaccato. I centrali difensivi sono forti di testa, ma non basta arroccarsi. La sensazione è che la squadra vada sempre in affanno quando subisce l’iniziativa degli attaccanti avversari. Rinviata per neve la partita tra Bologna e Roma: meglio per i rossoblu, che erano impazziti per mettere insieme 11 giocatori tra infortunati e squalificati. Ma si doveva attendere il quarto d'ora del primo tempo per capire quello cghe era già chiaro a tutti dal mattino, e cioé che il campo sarebbe stato impraticabile?

Oltre all’Inter e al Palermo, ad impreziosire ulteriormente la 22 giornata ci hanno pensato i partenopei, che hanno rifilato un poker alla Samp, con una tripletta dello straordinario Cavani. Archiviata l’uscita dalla Coppa Italia, il Napoli ha schiantato la Sampdoria. Di Carlo non può farci molto: quando ad una squadra, per buona che sia, togli i due campioni decisivi (Cassano e Pazzini) difficile che si possa recitare un ruolo diverso da quello della vittima sacrificale. Peraltro, il Napoli gioca un ottimo calcio e serve davvero un altro livello di compagine di quella doriana per metterlo alle corde. Ma a Genova dovranno fare attenzione: con altre due partite perse ci si troverebbe in una zona antipatica della classifica.

Chi stà in testa, invece, se la gode: il Milan, infatti, riesce a superare anche il Catania, confermando così le facili previsioni della vigilia. Van Bommel timbra il suo primo cartellino rosso, ma Robinho e Ibra timbrano i tre punti e i rossoneri macinano punti come fossero acquisti: vincono e proseguono la corsa nel ruolo della lepre.

La Lazio è a meno uno dal Milan e questo, comunque sia, è un dato che nemmeno il più tenace supporter biancazzurro avrebbe mai immaginato all’apertura del torneo. La partita con la Fiorentina non ha offerto spunti interessanti, ma riflessioni sì. La Fiorentina è apparsa depressa, come fosse svogliata, come avesse già messo in cantiere l’ennesima sconfitta fuori casa. Se la Viola pensa di proseguire il suo cammino in campionato con la verve dimostrata all’Olimpico, non sarà semplice rimanere nel lato sinistro della classifica.

Difesa molle con Gamberini inadeguato e centrocampo lento, dove D’Agostino non appare nemmeno lontano parente del giocatore ammirato nell’Udinese alcuni anni fa e Montolivo sembra incapace di far cambiare passo alla squadra. Se Brocchi, giocatore da polmoni d’acciaio e piedi di marmo, diventa il centrocampista più molesto per Donadel, D’Agostino e Montolivo (terzetto irriconoscibile) allora c’è poco da fare. E se il centrocampo è questo, normale che Gilardino non prenda mai una palla (tra le pochissime che gli arrivano): non è certo Gilardino il classico centravanti che fa reparto da solo.

La Lazio, dal canto suo, non ha dovuto sfoderare la sua migliore prestazione per battere la Fiorentina, ma alcuni giocatori hanno saputo interpretare bene la partita. Tra tutti un attaccante come  Kozac, che non avrà magari la tecnica pura tra le sue doti principali, ma ha il merito straordinario di vedere la porta e cambiare i risultati per la squadra di Reja.

Un buon centrocampo, quello biancazzurro, con Mauri in spolvero e Ledesma e Brocchi che hanno regolarmente surclassato quello toscano. Ma il test non era particolarmente difficile; sarà dunque necessario vedere le prossime due partite dei biancazzurri per capire se le polemiche interne saranno divenute roba passata per lasciar parlare il campo.

E se la partita di Milano è stata la più bella, quella di Torino è stata la più brutta. La Juventus, in vantaggio con un fantastico gol di Marchisio, si è prima fatta raggiungere e poi superare, nonostante la squadra di Guidolin non abbia disputato certo la sua miglior partita. Ennesima sconfitta e in casa: per la Juventus si fa davvero notte. Già alla vigilia la partita era vista come uno snodo decisivo, con il giovin signore Agnelli che però ribadiva la giustezza delle scelte fin qui operate. Quello della Juventus contro l’Udinese era uno di quei classici match dove una rischia di buttare una stagione, l’altra proprio nulla. L’Udinese gioca un calcio eccellente, sia perché Guidolin fa correre e i giocatori hanno grande confidenza con il pallone, sia perché l’ambiente di Udine è perfetto per chi vuole giocare senza stress.

Sì, certo, gli infortuni; ma l’Inter e il Milan ne hanno di più: e allora? Si dice che il modulo sia il disegno dell’identità della squadra, ma il 4-4-2 maniacale di del Neri corrisponde, per paradosso, proprio all’assenza d’identità. La Juventus gioca male, sbaglia le posizioni in campo, è tutto furore agonistico e scarsa tecnica, individuale e di squadra. Cinque anni dopo calciopoli, la Juve sembra dimostrare l’incapacità cronica della sua proprietà e del suo gruppo dirigente di uscire dal ridimensionamento patito a seguito degli imbrogli perpetrati. Alla società si può dare la colpa di non saper scegliere i dirigenti, ma non di aver lesinato sul portafogli.

Quasi 140 milioni di euro in cinque anni sono una cifra importante, ma i suoi dirigenti l’hanno buttata dalla finestra. Giocatori bolliti o franche schiappe trasformati in campioni da dirigenti incapaci. E Deschamps, Ranieri (con Lippi sullo sfondo a togliergli autorità), Ferrara, Zaccheroni e Del Neri non sono riusciti a venire a capo di una squadra e di un ambiente che vivono ormai in preda alla nostalgia del passato truffaldino e all’odio verso il presente dei vincenti. Ma la crisi è nera e alibi non ce ne sono: in cinque anni si formano squadre vincenti e si ammirano titoli in bacheca, non figuracce ripetute ed ogni anno peggiorate.

Il Genoa batte 3 a 1 il Parma, che sembra giù di tono non tanto sul piano fisico, quanto sulla capacità di concludere bene a rete, nonostante il mai finito Hernan Crespo. Avendo solo cinque punti di distanza dalla zona dove si lotta per non retrocedere, il Parma non potrà permettersi altre sconfitte con le squadre di metà classifica, dovendo già preventivare i punti da lasciare a terra nei confronti diretti con le grandi. Bene anche il Chievo compie una scorribanda a Brescia, dove mette sotto le rondinelle, gli rifila tre gol e una montagna d’interrogativi, visto che i bresciani sono alla non invidiabile cifra di cinque sconfitte nelle ultime sei vittorie.

I tifosi contestano, ma Corioni non ha molto di cui scusarsi: quelli sono i giocatori che ha, quelli sono i soldi che ha. Le ambizioni vanno concepite su questi due semplici, maledetti elementi. Magari sostituire Beretta sulla panchina potrà contribuire alla salvezza, si vedrà. Ma se il Bari continua a perdere (ieri 2 a 1 a Cagliari) e il Brescia pure, Lecce e Cesena (che chiudono sul pari il confronto diretto) non approfittano per prendere ulteriori distanze. Eppure sarebbero occasioni d’oro. In pochi punti si trovano sia la via della salvezza che quella della discesa negli inferi

 

di Fabrizio Casari

Non era certo il Cesena l’addetto al ripristino del fascino del campionato. E così non è stato. Il Milan ha strappato con i denti la vittoria, mantenendo le distanze con le inseguitrici e guadagnando punti nei confronti di Lazio, Inter e Juventus. Quanto visto al Meazza dice che i rossoneri avrebbero meritato tutto, ma non di vincere, come spesso succede in questo campionato, dove il lato B e qualche aiutino hanno regalato punti importanti.

Ibrahimovic continua ad essere il 90% del valore complessivo della squadra: un autogol per impedirgli di segnare e un gol (pur se fortunoso) ne fanno il giocatore decisivo per il Milan e per gli avversari. Resta un dato: i rossoneri sono primi in classifica e, il fatto che lo siano con relativo merito, non gli riduce le possibilità di arrivare al titolo. Per il resto gara solita, tutt’altro che entusiasmante, ma i tre punti arrivano lo stesso.

La Roma alza i toni del campionato: batte il Cagliari con un sonoro 3 a 0 e “vendica" il rovescio pesante (5 a 1) subito all’andata al Sant’Elia. Torna così al terzo posto e ricomincia a guardare il campionato con occhio diverso, anche perché l’Inter, che l’aveva raggiunta, sconfitta ad Udine perde l’occasione per tenere il passo. Non incanta la Roma, è vero: ma prende punti. Ha battuto la Lazio quasi distrattamente in coppa Italia e l’ha poi superata in classifica e ha sistemato la pratica Cagliari senza mai rischiare. Se non ricomincia a dedicare più energie ai contrasti nello spogliatoio e mantiene la concentrazione sul campo, con l’organico di cui dispone non può che arrivare fino in fondo a disputarsi il titolo.

Tutt’altro discorso per la Lazio, che sembra non sappia più vincere e, dopo aver perso il derby di coppa Italia, le prende anche a Bologna: tre, per la precisione. La rissa nel finale ad opera di Zarate e Dias non fa certo onore al chiacchierone Lotito che dissemina perle analfabete sui valori del calcio. Quella della squadra di Reja appare ormai come un’evidente involuzione. La Lazio non sembra più nemmeno lontana parente di quella vista scorazzare nella prima parte del campionato.

Il Napoli di Mazzarri, invece, anche con qualche passo falso, continua comunque la sua corsa e non ci pensa nemmeno a mollare il secondo posto in classifica: Lavezzi segna, offre assist a Cavani e si sbarazza agevolmente anche del Bari di Ventura. Il Milan è a 4 punti e tutto è ancora da giocare. La Juventus, invece, non va oltre il pareggio con la Samp e ottiene solo di dividere la posizione con l’Inter, a sei punti dalla vetta.

La testa di serie della classifica rimane comunque una zona trafficata, con pochi punti e tante squadre in uno spazio stretto, ma fra tre o quattro turni comincerà il rush decisivo e allora, in attesa di ciò, accumulare punti ora è fondamentale, quasi quanto perderne. Come ha fatto l’Inter che vede interrompersi bruscamente la sua rincorsa, avendo lasciato punti allo stadio Friuli, dove l’Udinese ha impartito una lezione di agonismo ad una squadra visibilmente stanca e, soprattutto, lenta. Già contro il Cesena s’erano avvertiti i primi scricchiolii di tenuta fisica per una squadra che sta giocando ogni 3 giorni e più delle altre.

Certo, l’Inter ha numerose scusanti, prima tra tutte quella di avere la sua colonna dorsale assente per infortunio. Quando mancano Julio Cesar, Samuel, Snejider e Milito, si fa fatica a riconoscere la squadra che ha vinto tutto. Nessuna squadra italiana vincerebbe contro nessuno senza quattro titolari, meno che mai contro l’Udinese di queste ultime settimane. Ma, soprattutto, l’Inter ha una panchina priva di campioni - al massimo buoni giocatori - e un paio di titolari non certo all’altezza di una squadra che deve vincere.

Castellazzi tra i pali appare indeciso, confuso, comunque capace di parare solo quello che chiunque facesse il portiere parerebbe, ma non certo in grado di offrire il valore aggiunto che un grande portiere, come un grande attaccante, offrono in dote alle squadre vincenti. Per non parlare di Biabiany, buono davvero solo per squadre che devono salvarsi, non certo per chi deve vincere. E altrettanto chiaro dovrebbe risultare come Pandev sia non solo inutile, ma dannoso, comunque lo si schiera. Esterno fa meno danni, ma non si ricorda un contrasto vinto o un avversario anticipato.

Leonardo qualche responsabilità ce l’ha: magari Motta è uscito per motivi fisici, ma poteva far entrare Mariga  al suo posto o Santon, spostando Chivu a centrocampo. Non certo Biabiany. E Ranocchia non può continuare a vedere le partite dalla panchina per un Cordoba visibilmente non in grado di giocare il pallone. Ma l’Inter di ieri ha soprattutto documentato come nel calcio alcuni aspetti siano decisivi: la squadra più giovane del campionato gioca più veloce di quella più anziana. O Moratti prende atto di questo, o il 2010 resterà un anno straordinario, ma anche l’ultimo di questo ciclo. E non serve andare ad acquistare giovanissimi, ma giocatori che abbiano esperienza pur essendo ancora giovani, gente di 24-26 anni con fame di vittorie. Anche perché a Ibrahimovic prima e a Cassano poi, non si può comunque rispondere con Biabiany e Coutinho.

E’ vero: c’era un rigore netto a favore dell’Inter per un calcione a Cambiasso in area e i due gol dell’Udinese sono riultato di due punizioni discutibili, soprattutto sul secondo la barriera viene spostata da un fallo si sfondamento che le impedisce di saltare a intercettare il tiro (comunque bellissimo e letale) di Di Natale. Detto ciò, l’Udinese è straordinaria. Il suo centrocampo è solidissimo e di ottima qualità, giacché Inler, Asamoah e Isla sono di assoluto livello e Pinzi, il meno dotato, riesce comunque a giocare in modo utile.

L’attacco è straordinario, una gara di bravura continua tra Di Natale e Sanchez, un giocatore che solo vale il prezzo del biglietto. Il fatto che la difesa abbia invece solo Zapata e Handanovic ad un livello alto, viene compensato da una squadra che in fase difensiva vede 9 giocatori dietro la linea della palla e si dimostra capace di coprire adeguatamente ogni zona del campo. Pressing alto, ripartenze veloci e ottimo controllo palla completano il profilo di una squadra ottimamente allenata da Guidolin, maestro di calcio. Nelle ultime 17 gare, l'Udinese ha fatto 8 punti più di quanti ne abbia fatti l'Inter e nelle ultime due gare ha rifilato 7 gol a Milan e Inter.

Il Genoa, come la Samp, prende solo un punto contro il Chievo e il povero Bari, sconfitto, si trova davvero in una situazione di classifica ormai drammatica. E, per restare nelle Puglie, il Lecce, che pure s’era illuso, non va oltre un pari a Firenze, ma probabilmente alla vigilia i salentini avrebbero firmato per un punto a Firenze. Se non altro, serve a staccare il Cesena e il Brescia dalle ultime tre.

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