di Alessandro Iacuelli

Il gestore della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, Tepco, ha ammesso oggi l'avvenuta fusione delle barre di combustibile dei reattori due e tre, oltre a quella già nota del reattore uno, a seguito del sisma e dello tsunami dell'11 marzo scorso. Così, la situazione peggiora. "È assolutamente possibile che la fusione sia avvenuta anche nei reattori due e tre", ha detto un portavoce della Tokyo Electric Power. Ora i reattori "stanno subendo delle operazioni di raffreddamento e la loro condizione è stabile", ha aggiunto.

Il governo e gli esperti nucleari, non solo nipponici, avevano già parlato di probabili fusioni delle barre di combustibile in tre dei sei reattori, ma l'operatore aveva confermato fino ad oggi solo la fusione nel reattore numero uno. Certamente sarebbe stato fondamentale sapere prima, soprattutto in Giappone, di quanto stava avvenendo nei reattori; ma in merito alla tempistica dell'annuncio, un funzionario della Tepco ha detto in conferenza stampa che l'operatore ha recuperato gradualmente tutti i dati da inizio maggio e li ha analizzati prima di giungere ad una conclusione. Con molta calma, evidentemente. Anche troppa.

In un'intervista, Koichi Nakano, professore di scienze politiche all'Università Sophia, ha dichiarato che "nelle prime fasi della crisi la Tepco potrebbe aver voluto evitare il panico. Ora la gente si è abituata alla situazione. Niente è stato risolto ma in città come Tokyo si è tornati alla normale attività". Potrebbe essere questa la strategia politica nascosta dietro il ritardo di Tepco. Peccato che in un frangente gravissimo come la fusione di un reattore, ogni strategia politica dovrebbe essere annullata dal più importante tema della sicurezza nucleare, eppure è stata adottata lo stesso questa strada pericolosa. Così, mentre appena due mesi fa tutto il mondo stava con il fiato sospeso di fronte al rischio di fusione del reattore uno, adesso si assorbe quasi con freddezza e distacco la fusione di tre reattori in totale.

Nakano, infatti, ha anche detto che confermando le fusioni solo ora, la Tepco spera che la notizia abbia un impatto minore. La parola "fusione" è talmente forte che, quando la situazione era più incerta, molta gente avrebbe probabilmente lasciato Tokyo, ha detto il professore. Eppure, da marzo ad oggi, sembra che l'abbiamo assorbita culturalmente, e non ci fa più lo stesso effetto di poche settimane fa. In Giappone, come nel resto del mondo.

A Fuskushima i tecnici stanno ancora combattendo per fermare le perdite radioattive e portare nuovamente l'impianto, che si trova a 240 chilometri a nordest di Tokyo, sotto controllo, a più di due mesi dal terremoto di magnitudo 9.0 e dal conseguente tsunami che hanno devastato un'ampia fascia della costa giapponese e hanno gettato l'economia nella recessione.

Questo significa che la situazione comincia a farsi davvero critica per la centrale nucleare di Fukushima, molto più critica rispetto alla fine di marzo. E' vero che nei giorni successivi allo tsunami gli esperti avevano quasi da subito affermato che almeno tre dei sei reattori della centrale rischiavano la fusione, ma la Tepco ha sempre ribadito che soltanto uno, il primo, poteva davvero fondersi. Ed infatti così è stato, almeno fino ad oggi. Ed è già un danno elevatissimo. Superiore a quello di Chernobyl e talmente grave da rendere tutta l'area incompatibile con ogni forma di vita.

Questo danno gravissimo, il più grande della storia del nucleare sulla Terra, è stato ulteriormente superato. Anzi, triplicato. Neanche le barre di combustibile completamente sommerse in acqua dopo l'arrivo dell'onda di tsunami hanno potuto fermare il processo di fusione che ormai riguarda anche i reattori due e tre.

Un meltdown che pare abbia per ora coinvolto tre reattori, un danno che non è neanche possibile calcolare, in quanto troppo lontano da ogni immaginazione, anche dalla più catastrofica. Non è possibile sperare che la "lava" nucleare originata dalle barre fuse non sia fuoriuscita dai vessel, finendo nei terreni, infiltrandosi nelle acque. Le barre fuse formano al loro interno un materiale chiamato Corio, altamente radioattivo, altamente caldo; implacabile, soprattutto in grado di perforare il vessel che contiene in reattore in circa 7 ore.

Quando il MOX contenuto nel reattore fonde, la fusione del materiale fissile e di tutte le parti interne al vessel, che è in acciaio spesso circa 35 centimetri, si liquefa in una magma altamente radioattivo e corrosivo. Questo è il Corio. Materiale anche poco studiato, visto che non è nostra abitudine fondere i noccioli dei reattori. Non tutte le sue proprietà chimiche sono note, non esiste in natura.

Di conseguenza, Fukushima è, secondo molti esperti disseminati in tutto il mondo, un inferno radioattivo oltre che "un'apocalisse nucleare", come l'ha definita il commissario europeo per l'energia Gunther Oettinger. Il più grande incidente nucleare industriale della storia é però paradossalmente quello meno "seguito" sia dalla stampa sia dalla popolazione mondiale che, probabilmente, non riesce a comprendere i danni che porterà alla salute e a tutto l'ecosistema del pianeta Terra.

Quel che trapela da TEPCO, è la fusione probabilmente totale del combustibile nucleare nei reattori, principalmente MOX, una miscela di Uranio e ossidi di Plutonio, senza contare il materiale "esausto" delle piscine di stoccaggio che, almeno in un caso, per il reattore numero 3, sembra sia andata perduta, a giudicare dalle immagini dell'edificio sventrato, completamente distrutto.

Il professor Paolo Scampa, presidente dell'AIPRI (Association Internationale pour la Protection contre les Rayons Ionisants), a proposito di quanto sta avvenendo a Fuskushima racconta: "La fusione dell'uranio provoca la fusione di tutte le strutture di contenimento. Il corio, neologismo russo tratto dalla parola inglese core, è una lava incandescente che raggiunge anche i 2500 gradi centigradi, formata dal carburante sciolto e dagli altri metalli delle strutture. Diciamo che è un brodo denso fatto di tutto quel che c'è sul posto. Secondo rapporti tecnici statunitensi, depositato nel fondo del vessel è in grado di perforarlo in circa 7 ore come è in grado di perforare uno spessore di cemento di 8 metri in 14 ore. E a questo che riferisce l'espressione sindrome cinese. Non è facile fermare il corio, c'è solo da augurare che si fermi da solo...". Probabilmente, non si è fermato affatto, ed è oramai penetrato nel sottosuolo nipponico, inquinando i terreni, contaminando le falde acquifere.

Sul fronte internazionale, è in partenza, secondo la tabella di marcia prevista, la missione inviata dall'Agenzia dell'energia atomica internazionale (Aiea) in Giappone. L'obiettivo è di valutare le condizioni della sicurezza dopo i danni causati dal terremoto. La missione, che durerà fino al 2 giugno e include 20 esperti dell'Aiea ma anche della comunità internazionale, sarà guidata dal capo ispettore degli impianti nucleari in Gran Bretagna, Mike Weightman, che presenterà il suo rapporto alla conferenza ministeriale dell'Aiea sulla sicurezza nucleare, fissata il 20 giugno prossimo a Vienna.

Il compito della missione è quello di effettuare una valutazione preliminare sulle questioni della sicurezza legate all'incidente di Fukushima, identificando poi aree che necessitano di ulteriori analisi. Certamente utile per individuare le aree da recintare e rendere inaccessibili, non per salvare qualcosa. I tecnici della Tepco hanno iniziato in questi giorni i lavori nell'edificio del reattore n.4 della centrale disastrata di Fukushima, dove la priorità è rinforzare la struttura che sorregge la vasca per lo stoccaggio del combustibile nucleare, prima che diventi il quarto reattore a fare danni gravi.

Secondo quanto riferito dal gestore dell'impianto, i tecnici sono entrati al secondo piano dell'edificio, nell'area situata sopra il reattore e sotto la piscina, per liberare il campo dalle macerie lasciate dall'esplosione d’idrogeno avvenuta il 15 marzo. Il piano di rafforzamento prevede, entro luglio, l'installazione di 30 travi di acciaio e la costruzione di nuove pareti in cemento, che vadano a puntellare il fondo della piscina di raffreddamento.

"Allo stesso tempo", ha detto in conferenza stampa Hidehiko Nishiyama, portavoce dell'Agenzia nipponica per la sicurezza nucleare (Nisa), "c'è da attivare il sistema di raffreddamento sostenibile e su questo attendiamo i report della Tepco". A differenza dei primi tre reattori, l'unità numero 4 non era in funzione quando l'11 marzo la centrale è stata colpita dallo tsunami, e le barre di combustibile nucleare erano già state rimosse dal nocciolo del reattore per essere sostituite.

L'edificio, tuttavia, è stato danneggiato dall'esplosione d’idrogeno e poi ulteriormente indebolito dalle forti scosse di assestamento registrate nelle settimane successive, sollevando seri dubbi sulla tenuta della piscina di raffreddamento, che con al suo interno ancora 1.535 barre di combustibile è considerata la più pericolosa della centrale. Almeno su questo reattore, la Tepco ha ora il dovere non solo di fare presto, ma soprattutto di fare bene.

di Cinzia Frassi

Se ci domandiamo cosa ne sarebbe stato del referendum abrogativo qualora il governo non avesse subdolamente negato l'election day, ecco la risposta: una sonora bocciatura. Questo è il verdetto dei sardi sul nucleare nel referendum consultivo avviato lo scorso febbraio, prima della tragica vicenda di Fukushima. Sonora perché il quorum di almeno un terzo degli aventi diritto al voto si è ampiamente superato e soprattutto per il fatto che il 97,64% ha votato si. Il quesito referendario che chiedeva "sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate e preesistenti?"  ha trovato solo uno scarno 2% di voti  a favore della presenza di centrali atomiche nell'isola.

Il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, ha subito dichiarato di essere "orgoglioso e fiero di questa prova dei sardi contro il nucleare". Può sembrare strano che, mentre il governo Berlusconi e il sostegno del PDL lo hanno fatto sedere sulla poltrona che guida l'isola nel 2009, Cappellacci per parte sua non si sia mostrato gran che in linea con i suoi. Questo risultato referendario segna proprio la sua distanza dal governo e dalla strategia subdola per affossare la volontà degli italiani circa il rifiuto per il nucleare.

Va considerato che il presidente della Regione ha sul suo territorio problematiche che lasciano poco spazio alla demagogia. Le emergenze ambientali, e soprattutto sanitarie, sono pregnanti e richiedono a chi amministra il territorio, se vuole continuare a farlo, un apporto concreto nella soluzione dei problemi. Così dovrebbe essere anche per l'inquinamento da uranio impoverito che interessa l'area del poligono militare di Quirra, dove invece non c’è stata un’azione pronta e diretta.

Lo rileva in una nota anche Legambiente, che sottolinea come "laddove hanno potuto esprimersi, i cittadini hanno esercitato il loro diritto dichiarando in modo inequivocabile un secco no all'ipotesi del nucleare. Il governo prenda atto dell'orientamento degli italiani e s'impegni concretamente per un futuro energetico pulito e sicuro. Basta con le sospensioni e i giochetti: il nucleare va cancellato definitivamente". In aggiunta, Vittorio Cogliati Dezza, Presidente di Legambiente, ha dichiarato che “le pause strategiche e i trucchetti mediatici per far calare l’attenzione sui piani energetici del Governo non hanno funzionato. Sarà bene quindi accettare la volontà popolare e smettere di perdere tempo e denaro dietro ad un progetto vecchio e pericoloso per dare invece nuova vitalità al settore più moderno, pulito e conveniente delle energie rinnovabili”.

Resta comunque il fatto che in Sardegna è accaduto ciò che nel resto d'Italia il governo ha scongiurato con il trucchetto di spostare la votazione sui referendum abrogativi a giugno. Il referendum sardo si è trasformato in un test di respiro nazionale, e la risposta dei cittadini segna un no secco al ritorno al nucleare.

Certo, nessuno più parla di nucleare e di referendum. Pare che in Rai sia assolutamente fuori luogo e, diciamo così, caldamente sconsigliato dalla dirigenza. La strategia del silenzio tuttavia si è trasformata pericolosamente in censura. Ad essa hanno reagito i comitati referendari e il richiamo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto il resto. Così la Rai ha adottato un regolamento riguardante appunto gli spot, o meglio le "illustrazioni" sui quesiti referendari. Così dopo lo scherzetto inserito del decreto mille proroghe volto ad evitare proprio che gli italiani vadano alle urne il 12 e il 13 giugno prossimo, ecco che si corregge il tiro.

Il regolamento interviene in un periodo di tempo guarda caso molto a ridosso della campagna di informazione referendaria, rendendo difficile reagire ad esso e a quanto prevedono le sue norme. Poi si gioca a nascondino: si prendono i dati degli ascolti televisivi e quando sono bassi ma propri bassi si programma lo spot. Ecco fatto. E' così che sono stati fissati i passaggi: 7.25 su Rai3, 17.40 su Rai2 e all'una di notte su Rai1. In sostanza gli anziani mattinieri potranno vederlo su Rai3, i bambini già davanti alla tv avranno occasione di vederlo su Rai2 e per i meno dormiglioni e più motivati, non ci saranno problemi a tirare all'una di notte su Rai1.

Qualcuno pare sia riuscito in effetti ad intercettare uno spot su mamma Rai, ma sono pochi. E parliamo solamente di spot circa le indicazioni relative alla procedura corretta di voto e al contenuto dei quesiti. Non parliamo di tribune politiche o comunque appuntamenti televisivi di discussione attorno ai tre referendum come avviene negli spazi autogestiti. Per questi il regolamento prevede che abbiano inizio a partire dal quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione del regolamento stesso in Gazzetta Ufficiale. Geniale no? Si perdono ben 15 giorni di spazi televisivi. Non dimentichiamo che la televisione è il media che in Italia ancora veicola l’informazione di massa.

La norma introdotta inoltre è chiaramente in contrasto con la legge sulla par condicio che sancisce che ''per le consultazioni referendarie la disciplina relativa alla diffusione della comunicazione politica e dei messaggi autogestiti... si applica dalla data d’indizione dei referendum''. Anche qui poi ci sono orari piuttosto subdoli: la trasmissione dei messaggi autogestiti sarebbe fissata alle nove del mattino su Rai3, alle 14.30 su Radio1 e alle 22.25 su Radio2.

Questo atteggiamento, secondo Di Pietro, configura un comportamento omissivo del servizio di informazione pubblica. Ieri, in un intervento alla Camera, il leader del IDV ha denunciato trattarsi proprio di una di “quelle forme di omissione di atti dovuti che richiede l'intervento della magistratura amministrativa e della commissione parlamentare” aggiungendo “credo che ci siano gli estremi per una denuncia penale per omissione di servizio pubblico".

Sarebbe invece da sottolineare come in riferimento agli spazi televisivi e radiofonici la legge fissi un minino garantito di informazione pubblica. Questo significa che tutto ciò che potrebbe essere oltre quel minimo garantito, sarebbe solo buona cosa. Resta da vedere chi in Rai sarà disposto a parlarne in una delle trasmissioni.

di Sara Seganti

La settimana scorsa, ad “Annozero”, è andata in scena l’ennesima discussione sul nucleare. Un esponente del governo cercava di difendere la scelta di annullare il referendum rinunciando, per il momento, a portare avanti la costruzione di nuovi centrali. La tattica è volta unicamente a depotenziare il voto in programma il 12 giugno: il governo ha paura che si raggiunga il quorum e il problema non sembra tanto essere il nucleare, quanto l’altro quesito, quello di rilevanza strategica per la sopravvivenza berlusconiana: il legittimo impedimento.

Serve però qualcuno che sostenga la causa e così, spariti dalla scena in seguito agli eventi giapponesi i più illustri sostenitori dell’atomo come Chicco Testa e Veronesi, si presenta un professore che espone il seguente raffinato concetto: “Le energie alternative sono un truffa! L’energia del sole non può essere usata di notte, quando il sole non splende”. Che tradotto significa: non esiste un metodo per immagazzinare l’energia alternativa in modo che sia accessibile sempre e possa sostituire le attuali forme di produzione e distribuzione dell’energia fondate sui combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale) o sul nucleare. Tutto molto interessante. Peccato che non sia vero.

Il nostro professore dimentica, ad esempio, il solare termodinamico: una nuova tecnologia che da noi sta avendo grande sviluppo e che permette di trasformare l’energia termica in energia elettrica e, soprattutto, di conservare il calore prodotto dal sole in degli appositi serbatoi. Un’altra soluzione su cui in molti stanno puntando si chiama cella a combustibile e funziona a idrogeno. Certo, esistono problemi di costi, ma visto che su questi temi la disinformazione impera, vale la pena approfondire.

Jeremy Rifkin, noto economista e consulente di molte amministrazioni, nel libro “Economia all’idrogeno”, uscito ormai una decina di anni or sono, getta le basi di quella che lui stesso ha definito come la terza rivoluzione industriale, basata sull’idrogeno come soluzione per lo stoccaggio di energie prodotte senza combustibili fossili.

Rifkin, al contrario di molti pensatori filo-terzomondisti, non invoca un cambiamento nel nostro stile di vita né la cultura del risparmio energetico. La sua è una nuova concezione dell’energia diffusa sul modello del funzionamento della rete internet.

In questo Rifkin sembra avere il coraggio di operare un vero e proprio cambio di paradigma, così come lo intendeva Thomas S. Kuhn nella "Struttura delle rivoluzioni scientifiche": quando non si è più in grado di risolvere e ridurre i piccoli problemi rompi-capo all’interno della struttura dominante e si è costretti a fare un salto rivoluzionario.

Rifkin, infatti, identifica l’era dei combustibili fossili con un modello organizzativo verticistico dato dagli ingenti investimenti necessari alla scoperta e allo sfruttamento delle varie forme di energia che hanno favorito la nascita di pochissime e colossali imprese dotate di poteri pressoché illimitati sui destini del mondo. Solo il cambiamento di questo modello produttivo e distributivo può essere fondamento di una nuova democrazia. E questo cambiamento per Rifkin si fonda sull’idrogeno.

I presupposti della sua teoria sono dati difficili da negare: il petrolio e tutte le riserve fossili diventeranno sempre più rari e difficili da estrarre provocando una crisi petrolifera, e questo processo, irreversibile, sarà accelerato dal continuo aumento della popolazione mondiale e della conseguente richiesta di energia.

L’idrogeno può rappresentare una soluzione a patto che si risolva il problema del suo isolamento. Si tratta del più semplice e diffuso elemento chimico presente in natura, ma non esiste in forma libera e deve essere estratto con il processo elettrolitico da fonti naturali.

Procedimento complesso, che oggi si riesce a realizzare con il solo utilizzo delle energie alternative (fotovoltaica, eolica idroelettrica e geotermica), a condizione che i costi di queste energie diminuiscano per renderle competitive. L’immagazzinamento dell’energia alternativa avviene grazie alle celle a combustibile, per l’appunto alimentate a idrogeno, che sono microimpianti energetici installati presso l’utente finale che entrano in funzione solo quando serve e non presentano controindicazioni per l’ambiente.

Oltre all’azzeramento dell’impatto ambientale, l’economia all’idrogeno può fondare un nuovo modello di produzione e distribuzione dell’energia nel quale ogni essere umano diventerà produttore, oltre che consumatore. Nasce così con Rifkin l’idea della generazione distribuita: milioni di microimpianti connessi in un’estesa rete energetica che utilizza i medesimi principi architetturali di progettazione del web, formando una rete in cui le persone condividono e scambiano energia fra loro da pari.

I rischi e le difficoltà sono in agguato: la rete elettrica così com’è stata costruita non prevede la possibilità di immettere un flusso in entrata e non è interattiva; non è in grado cioè di tenere conto delle variazioni della domanda. Inoltre, le multinazionali dell’energia cercheranno di mettere le mani sulla produzione e distribuzione dell’idrogeno per garantirsi maggiori profitti, proprio com’è avvenuto con internet: i centri di potere difficilmente saranno disposti a vedere ridimensionata la loro influenza.

Ma prima ancora di organizzarsi collettivamente per tutelare l’idrogeno dalle speculazioni, bisognerà superare le polemiche sulla sua sicurezza. Secondo Rifkin l’idrogeno non è più pericoloso della benzina, anzi invece di contaminare il terreno, l’idrogeno al contatto con l’atmosfera si disperde nell’aria, ma la questione non è chiusa.

Questa rivoluzione energetica dell’idrogeno diffusa e rispettosa dell’ambiente, unita alla rivoluzione della conoscenza basata su Internet potrebbe minare le basi del capitalismo contemporaneo, restituendo al singolo un potere oggi nelle mani dell’oligarchia energetica.

I principi della diffusione, dell’accesso, della rete, sono i fondamenti di un nuovo modello che Rifkin intreccia in una teoria affascinante, cui va riconosciuta l’ambizione dei sistemi filosofici, quelli di cui abbiamo tanta nostalgia. Per renderla realtà servirebbero studi, analisi e investimenti. Tutte cose alle quali evidentemente questo governo, che ha appena promulgato il decreto detto ammazza-rinnovabili, preferisce l’esimio professore atomico.

di Alessandro Iacuelli

Il presidente dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), Bernardo De Bernardinis, ha finalmente presentato (con quasi un anno di ritardo) il rapporto 2010 sui rifiuti speciali. Il rapporto sui rifiuti in Italia 2010, infatti, era comparso senza il capitolo più importante: quello dedicato ai rifiuti speciali, lasciando l'Italia nello sconcerto di non avere neanche dati ufficiali a disposizione. In pieno 2011, arriva il rapporto 2010, basato sui dati del 2007 e 2008.

Nel dossier messo a punto dall'Ispra, ricco di dati, si parla della produzione di rifiuti speciali, della loro gestione anche a livello regionale, delle criticità, del trasporto transfrontaliero, delle apparecchiature elettroniche, oltre che dei rifiuti contenenti amianto e di impianti, discariche e inceneritori operanti a livello nazionale.

Il primo dato che salta all'occhio, un po' ingannevolmente, è il calo della produzione di rifiuti speciali pericolosi, molto evidenziata dalla stampa come un grande successo nazionale, probabilmente per bilanciare il notevole aumento della quantità totale di rifiuti speciali prodotti. E' bene quindi evidenziare fin da subito come questo calo, di quasi 70.000 tonnellate, corrisponde appena allo 0.6% in meno rispetto ai rifiuti speciali prodotti nel 2006.

Ben poca cosa, quindi. Ne produciamo milioni di tonnellate, pertanto 70.000 in meno non sono un grosso risultato e corrispondono a meno di una delle navi che settimanalmente mandiamo, cariche di sostanze nocive, vero i Paesi del terzo mondo, meno della quantità di rifiuti tossici extraregionali che ogni mese vengono smaltiti abusivamente sul territorio nazionale.

A fronte di questa scarsa diminuzione, c'è un aumento dei rifiuti speciali dell 1,2% del totale, corrispondenti a ben 1,6 milioni di tonnellate. In più. Pertanto, il risultato positivo a dire il vero non si vede. Tirando le somme, l'Italia nel 2008 ha prodotto un totale di 138,7 milioni di tonnellate di rifiuti specali, di cui 72.4 non pericolosi, 11,3 pericolosi e 55 milioni dal settore costruzioni e demolizioni. Successivamente, probabilmente tra anni, sapremo quanti di questi sono spariti, per mano delle ecomafie.

Il maggior contributo alla produzione di rifiuti pericolosi arriva dalle attività manifatturiere, con quasi 6,1 milioni di tonnellate, il 53,8% circa del totale dei rifiuti speciali pericolosi prodotti nel 2008. Ancora una volta rifiuti industriali, quindi. Dove la maggioranza relativa resta detenuta dall'industria chimica e metallurgica.

Sono questi i principali macroindicatori del Rapporto Rifiuti Speciali dell'ISPRA. Per quanto riguarda il recupero e lo smaltimento, la forma di recupero di materia più diffusa, comunque riservata a meno di un milione di tonnellate, è il cosiddetto "recupero di metalli", seguito dal "recupero di sostanze organiche". Cresce del 22% rispetto al 2007, la quantità totale di rifiuti urbani e speciali esportata all'estero, raggiungendo un totale pari a oltre 2,4 milioni di tonnellate, di cui oltre 1 milione pericolosi e circa 1,4 milioni non pericolosi.

Per quanto riguarda i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, l'ammontare gestito nel 2008 è di circa 409 mila tonnellate: di questi, oltre 177 mila tonnellate rientrano nella categoria RAEE domestici e oltre 231 mila a quella del RAEE professionale. I RAEE esportati sono pari a circa 96 mila tonnellate, in gran parte ancora una volta fuori dell'Unione Europea. Grande mole di numeri e dati ma, come si vede, ben poche le sorprese. Tra queste, il fatto che il nostro Paese ha invece importato, sempre nel 2008, oltre 2,2 milioni di tonnellate, di cui circa 28mila di rifiuti pericolosi.

Ben poco di consolante, in definitiva. I rifiuti solidi urbani nel 2008 non hanno superato i 32 milioni di tonnellate, a fronte dei quasi 140 di speciali, pertanto la gestione dei rifiuti speciali sta diventando, nella disattenzione generale, l'emergenza nazionale di domani. Ci troviamo dinanzi ad una gestione arretrata dei rifiuti del mondo produttivo, dotato di processi industriali già di per se arretrati, basati sul massimo profitto immediato e sui minori costi da sostenere, senza alcuna valutazione dei costi ambientali e sanitari.

In assenza di impianti di smaltimento che bastino per tutti, e considerando che si tratta di forme di smaltimento particolarmente costose, che hanno alla base la messa in sicurezza delle sostanze pericolose, da sempre ogni Paese adotta forme proprie e particolari per disfarsi degli scarti delle attività  produttive. Il nostro Paese ha scelto la strada della vendita a Paesi asiatici, quando si tratta di materiali recuperabili, e dello smaltimento illecito di ciò che non è recuperabile.

Verso la Nigeria ed il golfo di Guinea, quando si tratta di grandi quantità , sul nostro stesso territorio quando si tratta di moli che non rendono conveniente l'imbarco via mare. Così, se fino a qualche anno fa i fenomeni di smaltimento illecito erano propri solo delle regioni a tradizionale presenza mafiosa, tra le quali la Campania è sempre stata in testa, oggi leggiamo simili casi riferiti a tutta l’Italia.

Le prospettive per il futuro? Come ha dichiarato De Bernardinis alla presentazione del rapporto Ispra "questi dati sono particolarmente importanti perché numeri ufficiali e validati sui quali si può costruire una pianificazione nel Paese”. Pianificazione che arriva in ritardo, se nel 2011 abbiamo appena i dati del 2007 e 2008. De Bernardinis ha però assicurato che "avremo la possibilità di accedere a dati in tempo reale grazie al sistema di tracciabilità Sistri che ci consentirà di superare questi tempi lunghi di studio e monitoraggio". Staremo a vedere.

 

di Alessandro Iacuelli

Stavolta a quanto pare non ci saranno proroghe o ulteriori ritardi. Dal primo giugno parte a pieno regime il Sistri, il sistema elettronico di controllo che consente la tracciabilità dei rifiuti speciali su tutto il territorio nazionale e di quelli solidi urbani nella regione Campania. Non ancora operativo a pieno titolo, soprattutto a causa dei freni posti dal mondo industriale, non si sa ancora se sarà, come promette il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, "una rivoluzione di legalità e di efficienza nel settore dei rifiuti, uno strumento serio ed efficace per contrastare le ecomafie, una sfida che il Governo ha lanciato a chi ha massacrato il territorio, soprattutto in Campania e al Sud facendolo diventare una immensa discarica di veleni".

Di sicuro, è un passo in avanti, visto che in realtà la cattiva gestione, soprattutto illecita, dei rifiuti speciali ha massacrato oltre mezza Italia. Non è la soluzione, ma è almeno un possibile giro di vite, l'occasione di un’inversione di rotta che promette maggiore trasparenza e controllo della movimentazione dei rifiuti, con la possibilità di monitorare tutti i dati in tempo reale.

Non è solo con il Sistri che si può affrontare il problema: prima di tutto occorre conoscerlo e studiarlo. Invece in Italia le ultime informazioni complete relative ai rifiuti speciali al 2006, e stiamo ancora attendendo dati più recenti. Anche su questo il Sistri, sostituendo l'attuale sistema cartaceo ed informatizzando tutti i processi di conteggio, potrebbe assicurare, se funzionerà, i dati in tempo reale.

Per ora sappiano che la quantità di rifiuti speciali prodotta in Italia nel 2006 è stata di 134,7 milioni di tonnellate. Di questi, 125,5 milioni di tonnellate erano rifiuti speciali non pericolosi e 9,2 milioni di tonnellate rifiuti speciali pericolosi. Il sistema Sistri prevede un dispositivo elettronico Usb per accedere al sistema, trasmettere i dati e memorizzare informazioni. In pratica, una "scatola nera" da installare su ciascun veicolo che trasporta rifiuti speciali e che ha la funzione di monitorare il percorso del carico dal produttore al centro di smaltimento; infine, apparecchiature di videosorveglianza negli impianti di discarica, di incenerimento e di coincenerimento per controllare l'ingresso e l'uscita degli automezzi.

Dal prossimo primo giugno quindi l'iscrizione al Sistri diventerà obbligatoria per tutti i produttori di rifiuti speciali. Il ministero spiega che la consegna dei dispositivi è ormai quasi ultimata: al 28 febbraio sono stati distribuiti 476.150 dispositivi Usb alle imprese, sono state consegnate 85.985 black box di cui 58.674 risultano già installate sui veicoli per il trasporto rifiuti. Sono stati selezionati oltre 500 impianti e discariche di smaltimento rifiuti su cui installare le apparecchiature di video sorveglianza e su 402 impianti il sistema è già attivo.

Il Sistri dovrebbe comportare anche un risparmio significativo per le aziende. Il ministero della Pubblica amministrazione e dell'Innovazione ha valutato nel "Primo rapporto 2007-2008: misurazione e riduzione onere amministrativi" una spesa di 671 milioni di euro a carico delle imprese piccole e medie (quelle fino a 249 addetti) per la predisposizione del sistema cartaceo ambientale e un costo medio che varia da 1.183 euro l'anno per le imprese da 5 a 249 addetti a 464 euro l'anno per le imprese da uno a 4 addetti. Il Sistri ha ridotto questi costi abbattendoli dal 50% all'80 per cento.

Il sistema funziona in modo apparentemente semplice. L'azienda che produce rifiuti speciali inserisce in rete i dati sul tipo e la quantità di rifiuti da smaltire. La società di trasporto prescelta indica i mezzi utilizzati, le generalità degli autisti e il percorso. Le aziende di stoccaggio e smaltimento infine forniscono i dati relativi alla immondizia ricevuta. In tal modo, tutta la filiera dei rifiuti speciali dovrebbe essere controllata. Il sistema, poi, segnala automaticamente ogni sosta particolare o deviazione dal percorso dei camion che trasportano rifiuti.

Secondo l'ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie, in Italia il giro d'affari legato alla gestione criminale dell'ambiente è di circa 20 miliardi di euro. Nel 2009, dice il rapporto, sono cresciute di oltre il 33%, a 5.217, le infrazioni accertate relative allo smaltimento dei rifiuti. All'aprile 2010, poi erano 151 le inchieste in corso su traffici illeciti di rifiuti, coinvolgendo oltre 600 inchieste.

A metà maggio però si svolgerà la prima udienza davanti al Tar del Lazio per discutere il ricorso presentato da una serie di aziende che contestano l'assegnazione del Sistri alla Selex senza gara d'appalto. E dunque il Sistri rischia di essere bloccato ancora prima del suo avvio ufficiale. L'assegnazione del lavoro era avvenuta sotto segreto di Stato e sotto il diretto controllo dell'Arma dei Carabinieri. Procedura alquanto strana.

"La procedura segreta doveva scongiurare il fatto che eventuali imprese criminali interessate potessero partecipare", ha dichiarato tempo fa il ministro, difendendo la scelta operata dal precedente governo di centrosinistra di Romano Prodi, a cui si deve il progetto. Prestigiacomo ha reso noto che il ministero ha già trasmesso i dati secretati al Tar, e ha annunciato di aver chiesto alla presidenza del Consiglio di desecretare gli atti relativi al Sistri "per eliminare qualsiasi dubbio".

Non mancano, sull'altro fronte, le "resistenze" da parte delle aziende, soprattutto di trasporto, a essere controllate. A nessuno fa piacere essere sorvegliato 24 ore al giorni, ma i rifiuti pericolosi sono un problema di tutti, un problema nazionale. Le operazioni e i trasporti vengono monitorati da una sala controllo presso la Selex a Roma e dai carabinieri. Inoltre, secondo quanto riferito da un dirigente del Ministero, presto i dati saranno disponibili per tutte le forze di polizia.

Tramonta l'era della documentazione cartacea. Tutti i produttori di rifiuti speciali, pericolosi e non, con più di dieci dipendenti, le imprese e gli enti che effettuano operazioni di recupero e smaltimento di rifiuti speciali dovranno presentare il modello unico di dichiarazione dei rifiuti prodotti e/o smaltiti nel 2010, il vecchio documento cartaceo in pratica, entro il prossimo 30 aprile.

Soddisfatto il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che ha parlato di rivoluzione nella gestione dei rifiuti avvisando tutte le imprese che producono rifiuti speciali, per le quali l'adesione al sistema sarà obbligatoria: "Non ci saranno più sconti per nessuno e non saranno concesse proproghe". Staremo a vedere, augurandoci che stavolta si faccia sul serio.

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