di Michele Paris

Qualche giorno fa, l’amministrazione Obama ha reso noto il nuovo piano quinquennale relativo alle esplorazioni petrolifere e di gas naturale sul territorio americano. Il piano - valido dal 2012 al 2017 - dimostra ancora una volta come a guidare la politica energetica degli Stati Uniti siano pressoché esclusivamente gli interessi dell’industria petrolifera. L’apertura alle trivellazioni in aree ecologicamente molto sensibili giunge inoltre a poco più di un anno dalla fine ufficiale dell’emergenza causata dalla colossale fuoriuscita di petrolio da un pozzo gestito dalla BP nel Golfo del Messico.

Il piano della Casa Bianca, che potrà essere modificato nei prossimi mesi, prevede l’allargamento delle aree estrattive già in fase di lavorazione nel Golfo del Messico, tra cui alcune zone al largo delle coste della Florida, fino ad ora considerate off-limits. Altre aree che suscitano profonde preoccupazioni riguardano poi l‘Alaska, in particolare le regioni nel Mar Glaciale Artico nella parte settentrionale dello stato (North Slope) e nel cosiddetto Cook Inlet a sud.

Un precedente piano ancora più generoso per le compagnie petrolifere era stato realizzato dall’amministrazione Obama proprio alla vigilia del disastro della piattaforma Deepwater Horizon nell’aprile del 2010. Quest’ultimo, ritirato proprio in seguito alla fuoriuscita di petrolio, prevedeva infatti esplorazioni anche al largo delle coste orientale e occidentale - escluse invece dal progetto attuale - nonostante il parere contrario di quasi tutti gli amministratori locali degli stati interessati.

La nuova strategia in ambito energetico del presidente democratico ha già ricevuto le critiche sia delle organizzazioni ambientaliste che delle compagnie petrolifere, secondo le quali non è stato fatto abbastanza per aprire indiscriminatamente le riserve del paese alle esplorazioni. Come ha spiegato alla stampa il presidente dell’American Petroleum Institute, Jack Gerard, si tratterebbe di un’occasione perduta dal governo per creare nuovi posti di lavoro, come se a guidare le scelte e l’attività di lobbying delle compagnie che la sua associazione rappresenta fosse lo scrupolo per il livello di disoccupazione nel paese e non piuttosto la massimizzazione dei loro profitti.

Per gli ambientalisti, al contrario, il piano di Obama mette in serio pericolo gli equilibri di ecosistemi delicati come quello dell’Alaska e del Golfo del Messico, ancora alle prese con il disastro dello scorso anno. Soprattutto in Alaska, inoltre, gli ostacoli nel far fronte ad una eventuale fuoriuscita di petrolio in acque gelide e difficilmente accessibili sarebbero enormi e i danni all’ambiente incalcolabili. Un simile scenario in caso di incidente sembra presagirlo anche il vice-segretario agli Interni, David Hayes, il quale ha ammesso che non esistono infrastrutture adeguate per prevenire o affrontare una fuoriuscita di petrolio nel Mar Glaciale Artico.

Per questo motivo, a poco sono servite le rassicurazioni del titolare del Dipartimento degli Interni, l’ex senatore democratico del Colorado Ken Salazar. Quest’ultimo ha affermato che il disastro provocato dalla BP nel Golfo del Messico è servito da lezione e che le compagnie che otterranno le prossime licenze saranno costrette ad adottare misure di sicurezza più rigide.

Lo stesso Salazar sostiene poi che il piano rappresenta un giusto compromesso tra il necessario sviluppo delle risorse energetiche del paese e la protezione dell’ambiente. Poco importa se anch’egli ha dovuto concedere che le trivellazioni in difficili condizioni come quelle che offrono le acque dell’Alaska - spesso a profondità vicine ai due mila metri - non possono essere prive di rischi.

Lo scrupolo principale della Casa Bianca è d’altra parte la difesa degli interessi delle corporation del petrolio, come dimostra la risposta data al disastro dell’aprile 2010 nel quale morirono 11 operatori della piattaforma Deepwater Horizon e che causò la fuoriuscita di quasi 5 milioni di barili di petrolio nelle acque del Golfo del Messico.

Per quella che è stata definita come una delle più gravi catastrofi ambientali causate dall’uomo non è stato finora condannato un solo dirigente delle tre compagnie responsabili delle operazioni (BP, Halliburton, Transocean), mentre l’amministrazione Obama si è adoperata da subito per mettere il gigante petrolifero britannico al riparo dalla maggior parte delle richieste di risarcimento da parte di privati e attività commerciali colpiti dall’incidente.

Il Dipartimento degli Interni americano, in ogni caso, intende di iniziare la cessione dei diritti di esplorazione proprio dal Golfo del Messico. Secondo quanto riportato dalla Associated Press, la prima asta prevista dal piano quinquennale si terrà a New Orleans il 14 dicembre prossimo e riguarderà un’area al largo del Texas (Western Gulf Planning Area) di quasi 85 mila km2, nella quale si stimano siano conservati tra i 222 e i 423 milioni di barili di petrolio.

A dare un giudizio complessivo dell’impazienza con cui il governo americano ha risposto alle sollecitazioni delle compagnie del petrolio, nonché sui rischi che si potrebbero correre, ci ha provato Frances Beinecke, presidente del Natural Resources Defense Council, in una nota ufficiale. Per l’associazione ambientalista newyorchese, “il piano per migliorare la sicurezza dell’industria petrolifera, prodotto dalla commissione nominata da Obama per indagare sulla fuoriuscita dell’anno scorso nel Golfo del Messico, non è stato ancora messo in pratica. Il Congresso non è stato in grado di approvare una sola legge per proteggere l’ambiente e i lavoratori di questo settore. Le compagnie non hanno investito a sufficienza nello sviluppo delle tecnologie necessarie a prevenire futuri disastri, mentre il governo ha tuttora bisogno di risorse e supporto scientifico per svolgere la propria funzione regolatrice dell’industria petrolifera”.

di Alessandro Iacuelli 

C'è qualcosa che non va, nella nostra Europa, e si vede soprattutto quando non vengono resi noti i dati su una possibile fuga radioattiva che sta interessando una grossa fetta del continente. La nostra è un'Europa dove non si tace di nucleare solo quando è quello degli altri. Così, dopo mesi di attenzione mediatica su Fukushima, ora si parla di nucleare solo associandolo all'Iran, e calando un pericoloso velo di silenzio su quanto avviene in casa nostra.

Lo scorso 11 novembre, l'IAEA ha distribuito uno scarno comunicato stampa, di poche righe, in cui affermava di avere ricevuto da parte dell'Uffico di Stato per la Sicurezza Nucleare della Repubblica Ceka l'informazione di un aumento di Iodio-131 in atmosfera. Aumento al di sopra delle soglie naturali, quindi causato da un'emissione industriale di materiale radioattivo, ma subito etichettato come "very low".

Cosa ancora più grave, nello stesso comunicato si legge che altri aumenti di concentrazione di Iodio-131 si sono verificate "in other locations across Europe", senza specificare dove. Viene annunciato che c'è stata o c'è una fuga radioattiva, che potrebbe esserci stato o essere in corso un incidente nucleare "in giro per l'Europa", ma senza specificare né dove né tanto meno quale sia la sua possibile dimensione. Viene annunciato che c'è un incremento di concentrazione di Iodio-131, ma non viene assolutamente detto di quanto. Senza valutazione numerica, non viene data alcuna misura di alcun fenomeno.

Piuttosto grave, come evento. Nel caso del nucleare, per evitare inutili rischi - e ben lo sanno a Fukushima come a Chernobyl come a Tricastin - per prima cosa andrebbe data un'informazione corretta e completa. Stavolta invece non c'è alcuna informazione: l'unica risposta al comunicato dell'IAEA è stata da parte dello stesso Ufficio della Repubblica Ceka che ha dato l'allarme, risposta che in definitiva dice soltanto "non siamo stati noi".

Se con la mente torniamo agli anni scorsi, quelli nei quali il nucleare francese, da sempre considerato come un gioiello tecnologico europeo, ha accusato decine e decine di piccoli incidenti nucleari qua e là sul proprio territorio, salta subito all'occhio che in ogni caso l'Agenzia per la Sicurezza Nucleare ha sempre dichiarato immediatamente che c'era stato un incidente o una fuga radioattiva. Certo, nella stragrande maggioranza dei casi si è trattato di comunicazioni volte a minimizzare l'accaduto, ma mai si è verificato che i cugini d'oltralpe abbiano cercato di tenere nascosto un evento. Stavolta invece non si sa da dove sia partita l'emissione di Iodio-131 in atmosfera!

Lo Iodio-131 è uno dei sottoprodotti della fissione nucleare sia dell'Uranio sia del Plutonio, pertanto c'è poco da scherzare: in un qualche luogo d'Europa, non certo nel lontano Giappone o in quell'Iran tenuto sotto lo sguardo di tutti, c'è stata una fuga di Iodio-131 in atmosfera. Non c'è altra possibilità. Da dove? Cos’è successo? Cosa sta succedendo? Tutte domande che ancora in questo momento non hanno risposta e non è detto che l'avranno.

Secondo alcune fonti giornalistiche gli altri due Paesi europei dove è stato registrato un aumento di Iodio-131 sarebbero l'Ungheria e l'Austria, ma non esiste ancora alcuna conferma o smentita. Fatto sta che l'aumento di sostanza radioattiva riguarda già tre Paesi europei, di cui uno a ridosso dell'Italia. Se c'è una nube radioattiva che si sta espandendo su Ungheria, Austria e Repubblica Ceka, allora è abbastanza ampia da essere un problema per l'intera Europa, o quanto meno meritevole di essere resa di pubblico dominio, invece...

Trattandosi di Paesi dell'Europa centro-orientale, viene in mente l'ipotesi di qualche problema in qualche centrale di un Paese d'area ex-sovietica, ma senza comunicazioni ufficiali, senza un'Agenzia di Stato che annunci un: "Sì, viene dal nostro territorio", c'è il rischio di non riuscire a cavare un ragno dal buco.

Il giorno dopo il comunicato dell'IAEA, siamo quindi al 12 novembre, anche i rilevatori di radioattività in Svezia sono scattati relativamente al superamento delle soglie di Iodio-131. La differenza tra la Svezia e gli altri Paesi è che immediatamente i giornali, Stockholm News in testa, ne hanno dato la notizia. A seguire, nelle ore successive, la stessa sorte è toccata alla Danimarca, alla Polonia, nel pomeriggio, secondo quanto annunciato dalla Reuters, anche in Slovacchia e in Germania. E con questo, la nube di Iodio-131, per "very low" che sia, si è già estesa su mezza Europa.

Per carità, la nube ha intensità "very low", se non fosse che anche a basse concentrazioni, alla lunga lo Iodio-131 provoca il cancro e può contaminare latte e vegetali. Cosa sta succedendo, e perché non ci viene detto?

Interpellato in proposito dalla Reuters, Massimo Sepielli, dell'ENEA, ha giustamente dichiarato che non è detto si tratti di un problema ad una centrale nucleare: "Potrebbe venire dal trasporto di materiale nucleare, oppure da una fabbrica di materiali per la radiologia, o da un sommergibile nucleare e da altre cose più complicate", ma non è possibile, solo misurando la radioattivià, comprenderne la fonte.

Eppure, non può essere un mistero. Dai tempi della guerra fredda, l'intero pianeta è cosparso di rilevatori e sensori che costantemente registrano gli aumenti di radioattività in atmofera e a terra. Nacquero per individuare i test di armi nucleari, oggi esistono ancora e fanno capo al CTBTO, un'organismo internazionale che raccoglie i dati provenienti da tutta la rete mondiale.

Il CTBTO è tenuto al silenzio con la stampa e con il pubblico, ma quotidianamente comunica tutti i dati in suo possesso all'IAEA, all'ONU, a vari organismi internazionali e ai Governi di tutto il mondo. Pertanto, non è possibile che ancora oggi non si sappia da dove arriva lo Iodio-131 che svolazza sull'Europa, e in che quantità. Così come per Fukushima, anche in questi giorni i dati rilevati dalla rete di sensori del CTBTO non sono stati comunicati né alla comunità scientifica internazionale né alla stampa.

Fatto sta che abbiamo una nube radioattiva in piena Europa: mentre pensiamo a cosa altro dire per sugellare che solo l'Iran è un pericolo, fingiamo di non vedere cosa sta succedendo in casa nostra. Nube di Iodio-131 che, dall'Austria alla Svezia, c'è. C'è ma non ne sappiamo nulla, né in termini di intensità, né di estensione. Pertanto non abbiamo informazioni in termini di pericolosità, pur continuando a mangiare insalate quotidianamente. Non ne sappiamo nulla, eppure si sà. Si sà dove si è originata, che dimensione ha e tutto il resto ma, per un motivo che non ci è noto, è stato altrove deciso di non dircelo. Noi però vorremmo saperlo.

 

di Emanuela Pessina

BERLINO. Nuovi sconcertanti sviluppi nella vicenda di Stuttgart 21, la mega infrastruttura che dovrebbe andare a sostituire la vecchia stazione di Stoccarda, nel Land del Baden-Wuerttember (Germania del Sud). A tre settimane dal referendum che dovrà decidere definitivamente delle sorti del progetto, la stampa tedesca rivela i costi reali previsti per la realizzazione del gigantesco nodo ferroviario, in realtà molto più alti di quelli resi pubblici nel 2009. E i cittadini, che più e più volte hanno espresso il loro dissenso per uno spreco considerato eccessivo e superfluo tanto dal punto di vista economico quanto ambientale, non possono che interpretare la taciuta verità come un ulteriore schiaffo morale da parte dell’allora governo regionale cristianodemocratico.

L’informazione proviene da un conto spese redatto nell’autunno 2009 da funzionari regionali del Baden- Wuerttemberg, oltre che da annotazioni molto dettagliate dell’allora ministero regionale degli Interni. Secondo lo scritto, per Stuttgart 21 è prevista una spesa tra i 5  e i 6,5 miliardi di euro: è quest’ultima cifra ad essere comunque considerata la più probabile. L’allora governatore cristianodemocratico, Guenther Oettinger, si è poi riservato dei nuovi calcoli, ammettendo che già le cifre in questione potevano essere “comunicate con difficoltà all’opinione pubblica”. Cui, in effetti, è stato raccontato tutt’altro.

Perché agli occhi della dieta regionale e dei cittadini del Baden-Wuerttember, il governo cristianodemocratico di Oettinger si era accordato con il gruppo ferroviario tedesco Deutsche Bahn per una spesa massima di 4,5 miliardi di euro. Una reticenza che difficilmente può apparire accidentale, soprattutto in considerazione degli avvenimenti politici che hanno segnato la Germania degli ultimi mesi. La nuova infrastruttura Stuttgart 21, dal nome tedesco della città di Stoccarda, non è mai piaciuta ai cittadini, che protestano regolarmente ormai da quasi due anni, e nella regione del Baden-Wuerttemberg a marzo ci sono state le elezioni: in tempi di campagna elettorale, si sa, è meglio tacere le questioni più spinose.

E gli esiti delle regionali sembravano aver dato voce proprio alle manifestazioni degli oppositori di Stuttgart 21: il governatore cristianodemocratico Stefan Mappus (CDU), resosi impopolare proprio come accanito sostenitore del progetto, ne è uscito sconfitto. Il successo indiscusso è andato ai Verdi e al candidato ambientalista Winfried Kretschmann, ora governatore del Land.

Essendo i Verdi tra i maggiori organizzatori delle proteste, l’elezione di Kretschmann è stata festeggiata come la fine di ogni dibattito, ma i fatti si sono sviluppati in maniera differente. In coalizione con i Socialdemocratici (SPD), i Verdi hanno deciso di indire un referendum, fissato fra tre settimane.

Referendum significherà pure democrazia, ma la mossa del nuovo governo di Kretschmann è stata interpretata come un tradimento dei propositi iniziali. All’opposizione, i Verdi erano contro il progetto a priori e senza compromessi, ora sono al potere per chiedere ai cittadini la loro opinione.

La vittoria degli oppositori non è sicura e il referendum, più che una scelta di alta democrazia, sembra una mezza scelta per appianare i dissensi, o forse per trasformarli in consensi utili a legittimare una eventuale approvazione. Sostenuto fin dall’inizio da cristianodemocratici e liberali, alla luce dei vantaggi nei collegamenti a lunga percorrenza, il progetto dovrebbe regalare alla capitale dello stato federato del Baden-Wuerttemberg una maggiore visibilità a livello europeo, oltre che un volto più moderno.

La tradizionale stazione esterna dovrebbe essere sostituita da un moderno tunnel sotterraneo lungo diversi chilometri e la nuova infrastruttura, tappa fondamentale nel più ampio collegamento Parigi- Bratislava, farebbe guadagnare sulla tratta circa 15 minuti. Che questo risultato giustifichi l’investimento di svariati miliardi di euro, rimane tutto da valutare. I cittadini, da parte loro, preferirebbero un rinnovamento delle comunicazioni metropolitane dell’hinterland di Stoccarda, giudicati insufficienti. L’unico vantaggio certo sono gli interessi della lobby degli investitori: che, a quanto pare, non hanno partito.

 

 

di Sara Seganti

I contadini e i piccoli produttori agricoli hanno qualcosa da dire sul futuro dell’agricoltura e sullo stato di crisi alimentare che preoccupa gli osservatori internazionali. E lo hanno ribadito di fronte ai governi di tutto il mondo durante l’ultimo round di negoziati del Comitato per la sicurezza alimentare alla Fao, che si è concluso a Roma. Il coinvolgimento all’incontro di centinaia di associazioni e rappresentanti delle posizioni dei “piccoli” ha segnato una novità nella direzione di un ripensamento dello sviluppo dell’agricoltura, anche se per adesso non è che un passo simbolico privo di ricaschi pratici.

Le “linee guida volontarie sulla gestione responsabile della terra, dei territori di pesca e delle foreste" sono da mesi oggetto di negoziati che attraversano diagonalmente tutti i consessi internazionali: G20, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Organizzazione mondiale del commercio, Il raggiungimento di un accordo definitivo a livello internazionale è stata rimandato a gennaio, e purtroppo si potrebbe aggiungere, vista l’urgenza di regolamentare la questione alimentare su scala mondiale seppure per via volontaria.

Gli Stati nazionali sono portatori di posizioni molto diverse tra loro e, se l’accordo è quasi stato raggiunto su questioni importanti come la decisione di sancire il diritto fondamentale al cibo e i diritti collettivi di usufrutto delle terre e dei mari, altrettanto non è ancora avvenuto, invece, per i punti più spinosi e che pure, però, sono anche quelli che potrebbero fornire una tutela più stringente del diritto di accesso al cibo da parte delle popolazioni più povere.

Le questioni in sospeso sono la definizione concordata di congrui indennizzi per evitare il fenomeno della sottrazione di terre fertili a popolazioni che finiscono per non ricevere nulla in cambio, il diritto all’informazione quale unica garanzia della reale comprensione degli scambi proposti e degli indennizzi offerti, l’accertamento delle violazioni dei diritti umani nei casi di popolazioni cacciate dalle loro terre o minacciate, la tutela del libero accesso all’acqua, al mare per la pesca, alle terre per la pastorizia e, sopra tutto, la regolamentazione del ruolo degli stati e dei privati come le grandi corporazioni e i fondi d’investimento nella produzione agricola. Non sono questioni da poco.

La storia recente racconta di un’accelerazione di processi che erano già in atto, amplificati con la crisi finanziaria iniziata nel 2007 fino a investire il settore agroalimentare come uno tsunami, tra questi speculazione sui mercati finanziari, crollo dei margini di guadagno dei piccoli produttori e la recente tendenza all’accentramento della proprietà di terre nelle mani di pochi giganti privati la cui produzione è destinata all’esportazione.

Quest’ultimo fenomeno chiamato land grabbing (accaparramento di terre ndr) e le tragedie alimentari che ha prodotto di recente hanno contribuito a dare uno scossone alla comunità internazionale. Le sue principali emanazioni, come la Fao e la Banca Mondiale, sono state da sempre tendenzialmente favorevoli, per tradizione liberista, a favorire la modernizzazione del sistema produttivo agricolo puntando su efficienza produttiva, investimenti privati e concentrazione delle terre a discapito dei piccoli produttori e della sovranità alimentare locale, dove con questo termine di intende la capacità di un paese di badare al proprio fabbisogno alimentare, oppure se si tratta del globo, della capacità di produrre, e distribuire, sufficiente cibo per tutti.

Il land grabbing è un’ipoteca sulla sovranità alimentare di molti paesi e, se non è solo una questione africana, è in Africa che si trovano i governi più compiacenti verso la valuta portata da corporation straniere. Il land grabbing, la speculazione sui mercati finanziari, la tendenza all’esportazione massiccia sono tutti fattori determinanti del perché sta aumentando il numero di persone che soffrono la fame (un miliardo di persone oggi circa mentre un altro miliardo è malnutrita), ma non esauriscono il lungo elenco di fattori che contribuiscono a creare questo stato di crisi alimentare.

Bisognerebbe citare anche il continuo aumento della popolazione mondiale, la riconversione delle terre per le colture destinate ai biocarburanti, il disboscamento delle foreste, l’overfishing, la tendenza a pescare più di quanto il mare sia in grado di sostenere e via di seguito. Come al solito, è un problema di sostenibilità, di rispetto ambientale, di redistribuzione delle risorse, di argini alla speculazione. E’ un problema di modelli di sviluppo. O di “sviluppo” tout court. E non é estranea a questo quadro la tendenza imperante del sistema capitalista alla formazione di concentrazioni monopolistiche che contano con il possesso di risorse, le tecnologie e i capitali necessari per piegare ai loro interessi l'economia globalizzata.

Tant’è che con la crisi del sistema capitalista diventa evidente la relazione che lega la volatilità dei prezzi delle materie prime alimentari al più generale sistema finanziario. La volatilità dei prezzi rende incerto ogni margine di guadagno anche per i piccoli produttori europei, oggi in difficoltà e non più in grado di affrontare la fluttuazione dei prezzi distorti dal gioco speculativo che si è riversato sulle commodities dopo il 2007. L’associazione italiana Crocevia ha portato all’attenzione i dati Istat che registrano nel periodo 2000-2010, anche in Italia, la sparizione di 700.00 aziende agricole con dimensioni inferiori ai 30 ettari a favore di aziende sempre più grosse.

Esiste una nuova via per ripensare la produzione agricola e la sovranità alimentare e “La via campesina” ne è uno degli interpreti più autorevoli. Si tratta di un movimento internazionale che rappresenta circa 150 associazioni di contadini, piccoli produttori e lavoratori agricoli di tutto il mondo e sostiene che la storia ha dato torto a tutti coloro, governi nazionali e istituzioni internazionali compresi, che sono rimasti convinti troppo a lungo che l’aumento della produttività e la concentrazione di terre in grandi imprese agricole avrebbe sconfitto la fame e la povertà.

“La via campesina” ci ricorda che le politiche alimentari messe in atto negli ultimi 20 anni sono sempre state sfavorevoli all’agricolutra contadina che, nonostante tutto, continua a nutrire il 70% della popolazione mondiale. Inoltre, dato che il 75% di chi vive in estrema povertà vive in campagna, favorire attraverso politiche miopi l’espropriazione delle terre aumenta la povertà delle popolazioni già povere innescando un’ulteriore spinta all’urbanizzazione e ancora più povertà.

Puntare alla sovranità alimentare, per “La via campesina”, significa difendere ovunque l’agricoltura su piccola scala, l’agroecologia e le produzioni locali. Per questo servono paesi in grado di garantire accesso all’acqua, alla terra, ai semi, al credito e all’educazione. Oltre alla protezione dall’importazione a basso costo che altera le piccole realtà locali. Valorizzare la produzione alimentare locale su piccola o media scala e la vendita diretta permetterebbe di intaccare nel profondo la fame, come in parte è riuscito a fare il Brasile di Lula.

Se “La via campesina”, insieme a tanti altri movimenti, è entrata strutturalmente a fare parte degli interlocutori Fao è una probabile conseguenza dell’elezione alla presidenza di Graziano Da Silva, proprio lui, l’uomo del programma brasiliano “Fome Zero” che può vantare parecchi successi raggiunti con il precedente governo Lula. Graziano si insedierà ufficialmente nel mese di gennaio, quando riprenderanno le discussioni del Comitato sulla sicurezza alimentare. Se dentro la Fao sarà davvero cambiata l’aria si capirà se si inizieranno a vedere risultati concreti, a partire dall’adozione di linee guida sulla sicurezza alimentare all’altezza dei problemi che devono aiutare a risolvere.

di Sara Seganti

Fin dove si spinge la responsabilità oggettiva di un’azienda nell’era della delocalizzazione? La morte di Steve Jobs ha riportato in auge questo tema vecchio quanto la globalizzazione: la Apple, in linea con il comportamento in voga tra le grandi aziende che hanno distaccato parte del processo produttivo in paesi con mano d’opera a basso costo, non ha mostrato attenzione particolare alle condizioni di vita dei lavoratori nelle aziende coinvolte nella produzione dei suoi ritrovati tecnologici. Celebre in proposito, la catena di suicidi negli stabilimenti della taiwanese Foxconn.

La figura di Steve Jobs, a metà tra il visionario condottiero tecnologico e il direttore generale ossessivo contabile, non è esente da ombre ma, ciò nonostante, l’identificazione del fondatore con l’azienda ha aiutato la Apple a uscire quasi indenne da questi scandali. Chissà se con la fine di questa simbiosi la reputazione liberal dell’azienda di Cupertino rimarrà intatta ancora a lungo.

Nel mezzo del dibattito sull’identità morale di Steve Jobs, in questi giorni si è discusso diffusamente in rete sui limiti della responsabilità dei grandi marchi aldilà dei confini nazionali. La Apple, in questo dibattito, non è che un attore come tanti altri: tutti inseriti in un contesto internazionale che sfrutta lo squilibrio esistente nel mondo tra diversi livelli di salario e di tutela garantiti da legislazioni del lavoro molto distanti tra loro. In un impeto di pragmatismo, la crescente unione di consumatori globalizzati concentrati su battaglie che promettono di nuocere all’immagine e al volume di vendita dei grandi marchi sembra una delle poche opzioni in grado di agire su questo stato di cose.

E così, di recente, nella tv generalista italiana è apparsa la campagna Abiti puliti che è riuscita, grazie anche a un servizio de Le iene ad attirare l’attenzione sui danni irriversibili alla salute dei lavoratori impiegati nel processo della sabbiatura (una tecnica con cui si scoloriscono i jeans) e a indurre quasi tutte le grandi aziende italiane produttrici del capo d’abbigliamento più venduto al mondo a rinunciare, per lo meno ufficialmente, a questa pratica. Inutile dire che l’unico motivo per cui questi marchi hanno deciso di occuparsi della questione sembra essere l’eccessiva visibilità che la campagna è riuscita a sollevare sulla questione.

La sabbiatura è nota da tempo per la sua elevata dannosità: gli operai spruzzano con un compressore acqua e sabbia a elevata potenza, disperdendo nell’aria grandi quantità di silice. Molti si ammalano in breve tempo di silicosi, la malattia dei minatori, che riduce la capacità respiratoria dei polmoni fino a portare alla morte. La sabbiatura dei jeans sembra essere anche più dannosa del lavoro in miniera: se in questo caso servono tra i dieci e i vent’anni per sviluppare forme croniche di danni alle vie respiratorie, inalando polvere di silice, bastano da uno a due anni per ammalarsi gravemente.

Questa volta sembra che lo scandalo mediatico sia servito a indurre i grandi marchi a riconoscere una forma di responsabilità diretta nei confronti dei comportamenti delle imprese alle quali appaltano le loro commesse e a impegnarsi a scolorire i jeans usando altri procedimenti meno rischiosi per la salute. Resta certo da vedere quali tipo di controlli saranno veramente messi in atto per assicurarsi che la tecnica della sabbiatura smetta di mietere vittime, ma ciò deve far comunque riflettere.

Le proporzioni degli interessi economici in gioco registrano e amplificano ogni piccola variazione nel grande mercato mondiale delle compravendite. Proprio qui sta il paradosso che i consumatori stanno sfruttando: il potere delle multinazionali si fonda sul potere del consumo che è in grado, quando si coalizza, di mettere in scacco aziende e grandi marchi molto sensibili alla loro reputazione. Il ricorso alla minaccia del consumo è poco poetico forse, politicamente debole di sicuro, ma efficace.

Guardando al mercato dei jeans, nel libro “Vestiti che fanno male”, Rita Dalla Rosa racconta il lungo viaggio dei jeans che, come tutti gli abiti globalizzati, prima di arrivare sullo scaffale di un negozio attraversano più di un continente. A causa del particolare procedimento necessario a realizzare la tintura color indaco e dell’elevato numero di risciaqui, i jeans sono una delle produzioni tessili più inquinanti: per produrre un paio di jeans e rifinirlo servono più di 13.000 litri d’acqua, buona parte dei quali servono alla coltivazione del cotone. Negli Stati Uniti se ne acquistano 450 milioni l’anno. In Messico, in una sola città chiamata Torréon, se ne producono 6 milioni alla settimana.

Con questi numeri non stupisce che le grandi aziende abbiano tutto l’interesse nell’accontentare una campagna per l’acquisto responsabile, purché si continui a discutere dentro all’orbita del dio consumo. L’importante è che non si diffonda quel tremendo virus che intacca il sistema del desiderio e induce le persone a consumare di meno.

 

 

 

 

 

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