di Luca Mazzucato

NEW YORK. Sabato notte arriva l'uragano. È l'una e d'un tratto dalla finestra nebbia, tra le luci abbaglianti dei lampioni, una pioggia torrenziale. Arrivano le prime ventate, gli alberi dondolano. Il terrore dell'uragano ha contagiato tutte le istituzioni, attraverso una campagna non-stop su tutti i media, tv, radio, giornali, blogs. Dopo giorni di martellamento continuo, si è creata un'enorme aspettativa, e finalmente le propaggini dell'uragano sono arrivate.

Tutto il giorno, la gente in giro per la strade di Brooklyn l'ha passato con la testa all'insù, e stasera con il collo dolorante finalmente è arrivata la bufera. I quartieri nella famigerata zona A, evacuazione totale, qui sono case di lusso e palazzi di acciaio alti venti piani con piscina coperta e due portieri. Ma in molti non hanno seguito l'ordine di evacuazione. Il parrucchiere "hipsterissimo" su Havemeyer St. prende appuntamenti per domenica mattina, all'apice previsto della tempesta. Scherzando mostra la sua agenda ed effettivamente domenica è un pienone.

Nel resto della costa est, un milione di persone già evacuate, uno sforzo di prevenzione impressionante. Non mi aspettavo che una città scalcagnata e rovinosa come New York si sarebbe dimostrata all'altezza di una evacuazione di massa. Una prova di civiltà commovente in un momento di disperazione economica. Un confronto impietoso con la noncuranza dell'Amministrazione Bush e la seguente scia di morte e distruzione portata dall'uragano Katrina a New Orleans.

Poche auto in giro sabato e il Bedford Cheese Shop a Williamsburg si prepara all'arrivo della punizione divina: sulle vetrate del negozio super chic un commesso alto due metri inchioda tavolone di legno. I turisti del disastro naturale fanno le foto e lui ride. Dice: “Sì, l’ordine di scuderia è di mettere le sbarre alle finestre, ma figurati, che uragano vuoi che sia.” Le solite folle di bella gente dall'aria ironica affollano i bar per il brunch, è sabato dopo tutto! Nessuno si preoccupa dell'uragano, i ragazzi del quartiere sono ricchi e si vogliono divertire.

Rockaway Beach, un enorme quartiere di case sulla spiaggia tra l'aeroporto JFK e l'oceano, è stata evacuata ma folle eccitate di surfisti si gettavano tra i flutti: “È tutta l'estate che aspettiamo un'onda!” I giovani locali prendono l'uragano come un diversivo inusuale, con una scarica di adrenalina e la voglia di raccontare “Ho sconfitto la forza della natura!”

Il sottinteso in tutta questa storia è che tutti a New York City si fidano delle proprie istituzioni, nessuno dubita che la città sopravviverà alla furia degli elementi senza un graffio. Una prova di patriottismo diffuso: “Si tratta di New York dopotutto, abbiamo perso due Torri, non sarà un uragano a farci paura.”

Ora l'uragano, questa presenza minacciosa in agguato, che sabato notte si avvicina dal Delaware alla velocità di tredici miglia orarie, è finalmente tra noi. Il suo centro scivola piano, ma la furia delle correnti che ruotano a cento miglia orarie spazzando ogni ostacolo. Tutti pensano: che ironia se alla fine si avverassero quelle scene da colossal hollywoodiano con onde alte cinquanta metri che si abbattono su Wall Street. Dopo aver affondato l'economia di tutto il pianeta con la truffa dei mutui subprime, la città sprofonderebbe tra i flutti del contrappasso, sommersa da un uragano non più metaforico.

Siamo abituati all'idea che i disastri naturali siano imprevedibili, ma la tempesta tropicale è un'ecatombe deterministica, puoi seguirne le orme di distruzione in tempo reale su internet, prepararti due giorni prima saccheggiando le mensole vuote al supermercato. La scena surreale al supermercato Food Town il sabato pomeriggio è una folla di giovani, ventenni, trentenni, come se fossero in gita al liceo, tra risate e battute sull'uragano, perlustrano i corridoi alla ricerca di scatolette di tonno, patatine, hamburger. Tutti sono eccitati all'idea di assistere a una sorta di Super Storia in diretta. Le stesse immagini fuori dalla finestra e sullo schermo di tutte le emittenti televisive via cavo.

Domenica mattina, la delusione regna sovrana. L'ora prevista per l'arrivo della furia atmosferica è alle otto di mattina. A Manhattan, tra i grattacieli di Times Square, mi guardo attorno ma non c'è un filo di vento. Né pioggia. La gente passeggia per la strada, tutti si aspettavano un'epica storia da raccontare ai nipoti, ma non è successo niente. Al di là dell'East River, a Williamsburg, tutto procede come ogni domenica mattina: bar pieni di hipsters, lunghe file per il brunch nei locali più alla moda, stampata sulla faccia di tutti i passanti un'aria sarcastica come dire “Ma era proprio necessario fermare la metro per due giorni?”

Però in fondo sono tutti orgogliosi di essere newyorchesi, di aver mostrato che quando c'è bisogno di rimboccarsi le maniche e prepararsi al peggio, non c'è problema... non come i loro cugini sul Golfo del Messico, spazzati via da Katrina.

Lunedì mattina in viaggio per Long Island, la lunga striscia di terra che da Brooklyn e Queens si estende per centinaia di chilometri verso Est. Lo spettacolo è completamente diverso. L'occhio del ciclone è passato poco distante da New York, salvando la città, ma portando una scia d’inondazioni e devastazioni su tutto il resto dell'isola. Mezzo milione di persone senza elettricità, i tecnici prevedono di riuscire a riportare la corrente non prima di venerdì. Basta un albero caduto per tagliare la luce a diecimila persone. E di alberi ne sono caduti dappertutto.

Sull'oceano, le ondate hanno aperto nuovi bocche di porto nelle lagune costiere a Fire Island e intere città sono state sommerse sotto un metro di acqua. Ma anche qui, la gente locale, per lo più italo-americani ed immigrati, la prende con filosofia. Si arrangia come può, cerca aiuto dagli amici più fortunati per ricaricare le batterie delle pile e mettere al sicuro il contenuto del freezer.

I danni stimati ammontano a dodici miliardi di dollari, ma grazie al biblico sforzo di prevenzione ed evacuazione, le vittime sono state pochissime. Sicuramente un sollievo e un motivo d'orgoglio per queste due facce della nazione, la Grande Mela e la “real America” di Long Island, ancora nel pieno di una recessione da cui non si vede alcuna via d'uscita.

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