di Mario Braconi

Quando, il 24 novembre del 1994, Charlene Hsu Chi-Ying morì per una particolare forma di anoressia in una strada di Hong Kong, i giornali locali identificarono il disturbo alimentare che l'aveva uccisa con le forme patologiche normalmente diagnosticate nei Paesi Occidentali. I cronisti consultarono un manuale di sintomatologia psichiatrica americano e, una volta trovata una sintomatologia simile a quella di cui Charlene era rimasta vittima, gliela attribuirono.

Questa sciatteria ebbe due conseguenze indirette: inanzitutto privò di ogni utilità scientifica il lavoro fino ad allora svolto dal ricercatore Sing Lee della Chinese University di Hong Kong, il quale stava indagando su una forma di anoressia nervosa endemica caratterizzata dall’assenza nei pazienti della fobia per il grasso (tipica invece delle forme diffuse in Occidente). Inoltre, l'introduzione ad Hong Kong del concetto di anoressia “all'occidentale” fece in modo che la "nuova" malattia si diffondesse in modo incontrollato; Lee racconta infatti che nel 2007 il 90% degli anoressici in cura presso di lui lamentavano della fobia per il grasso.

Il caso dell’anoressia cinese viene citato dal Ethan Watters, giornalista freelance (New York Times e Wired USA) e scrittore nel suo ultimo libro "Crazy like Us" ("Pazzi come noi") quale esempio di una globalizzazione che ormai non si limita al solo commercio dei beni e servizi, ma finisce per avere implicazioni molto più gravi e impreviste. Uno specialista occidentale tenderà normalmente a ricondurre i sintomi che riscontra in un paziente alla casistica del DSM IV, il manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali, compilato da psicologi e psichiatri occidentali. La diffusa convinzione di essere i depositari della verità ultima, l'arroganza e il generico disprezzo per culture diverse, ha spinto gli occidentali ad esportare questa metodologia anche in paesi caratterizzati da culture totalmente diverse ed incompatibili con la nostra, con esiti imprevedibili.

Alla base di questa ennesima declinazione di egemonia culturale americana (poco nota ma non per questo meno pericolosa) sta la convinzione che "i disturbi mentali descritti nelle 844 pagine del manuale dedicate a quelli non sociali, siano malattie relativamente impermeabili alle differenze culturali tra paese e paese." Quello che gli psichiatri americani ed europei sembrano non comprendere è che tutte le malattie mentali, invece - incluse depressione, disturbi da stress post traumatico e perfino la schizofrenia - sono influenzate da credenze ed aspettative di tipo culturale". Ciò non significa che le sofferenze di questi malati non siano autentiche o che i pazienti costruiscano i loro sintomi al fine di riconoscersi in una determinata nicchia patologica. [...]. Ma piuttosto che “la malattia mentale [...] non può essere compresa senza capire anche le idee, le abitudini e le predisposizioni - le trappole culturali idiosincratiche - della mente che la ospita".

Del resto, spiega Watters in un breve saggio sul New York Times, la psichiatria occidentale ha fallito il suo obiettivo di convincere la gente a considerare la malattia mentale alla stregua di un qualsiasi disturbo di tipo fisico. Questa battaglia di civiltà finalizzata a risparmiare al paziente la vergogna e lo stigma sociale in passato associato alla sua condizione, come dimostrano quattro studi condotti in Paesi molto diversi (USA, Germania, Turchia, Russia, Mongolia), é stata persa. Già nel 1997, una ricerca di Sheila Mehta, dell'Università di Montgomery (Alabama), concluse che quando una persona dichiara pubblicamente di essere affetta da una malattia mentale, viene trattata dai "sani di mente" in modo mediamente più aggressivo quando afferma che tale disturbo è dovuto ad un problema congenito o ad una alterazione dell'equilibrio chimico del cervello, piuttosto che quando sostiene che la patologia è stata provocata da un elemento esogeno (ad esempio un trauma). Le persone oggetto dell'esperimento, infatti, sembravano convinte che un cervello reso infermo da cause naturali sia "danneggiato in modo assai più grave ed irreversibile dalle patologie con cause naturali che dagli eventi della vita".

I limiti dei protocolli di cura occidentali sono ben documentati dai risultati di uno studio realizzato dalla OMS negli anni Settanta e che si è concluso trenta anni più tardi: secondo lo studio, i malati di schizofrenia che vivevano in paesi diversi dagli USA o dall'Europa manifestavano una tendenza alle ricadute inferiore di due terzi rispetto agli altri. Per mettere alla prova questa scoperta, l'antropologa americana Juli McGruder ha passato un anno intero a studiare gli schizofrenici e le loro famiglie nel Madascar. In quel Paese la schizofrenia è vista come un effetto dell'influenza di certi spiriti maligni; gli usi locali prevedono che essi vengano affrontati e sconfitti non attaccandoli frontalmente a suon di esorcismi (come si farebbe in un contesto cristiano) quanto piuttosto tentando di ingraziarseli con piccoli atti di gentilezza verso la persona "posseduta".

D'altro canto, l'eventuale guarigione lascia marchi sociali meno indelebili di quanto avvenga in Occidente, semplicemente perché la malattia viene considerata come il brutto tiro di una divinità, cosa che "scagiona" completamente la vittima che lo ha subìto. Certo, spiega a McGruder, "queste credenze non hanno alcun effetto curativo sulla schizofrenia", ma in compenso hanno l’indiscutibile pregio di mantenere il malato all'interno della sua cerchia familiare senza emarginarlo, garantendo nel contempo una calma ed un senso di accettazione del male da noi del tutto sconosciute. Per gli Stati Uniti questa considerazione vale in modo particolare: in un un Paese in cui si professa una fede cieca nella capacità dell'individuo ad essere (o divenire) l'artefice ultimo del suo destino, una devastante malattia mentale non può che rappresentare un elemento di discontinuità irriconciliabile, uno scandalo.

La globalizzazione delle terapie psicologiche, insomma, rischia di diventare un grosso guaio per i "globalizzati": come nota Derek Summerfield dell'Institute of Psychiatry di Londra, il “discorso” sulla salute mentale occidentale contiene al suo interno elementi sostanziali della nostra cultura, inclusi una teoria della natura umana, una definizione di ciò che chiamiamo “persona”, un senso del tempo e della memoria ed una fonte di autorità morale. Niente di tutto ciò, però, è “universale." E in fondo, conclude Watters, non è detto che l'Occidente non stia spendendo miliardi di dollari per sconfiggere la  "malattia mentale" solo perché ha perso fiducia nei sistemi di fede che la contestualizzavano e le davano un "senso”. A prescindere da altre considerazioni morali e culturali, esportare un sistema di credenze basato sulla perdita di significato, non sembra la più brillante e produttiva delle idee.

 

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