di Emanuela Pessina

La notizia è ufficiale: dopo 75 anni di glorioso matrimonio, la Emi Ltd è costretta a separarsi dagli studi discografici di Abbey Road per raccogliere soldi. I debiti sono altissimi e la società non riesce a far fronte alla situazione. Certo, di questi tempi la notizia potrebbe non sorprendere più di tanto: la recente crisi economica ha abituato a parole come insolvenza, bancarotta e cassa integrazione e ormai nulla sconvolge più, anche quando si parla di case discografiche multinazionali con un giro d'affari immenso come la EMI. Ma il significato artistico di Abbey Road è grandissimo e la sua vendita rischia di acquistare un significato quasi simbolico. Per i grandi appassionati di musica, quasi una cesura con il passato.

Gli Abbey Road Studios sono considerati all'unanimità gli studi discografici più famosi al mondo. Acquistati dalla EMI nel 1929 queste stanze hanno visto la registrazione del primo pezzo rock & roll della storia della musica inglese, "Move it" di Cliff Richards, risalente al 1958; da non dimenticare, tuttavia, i numerosi artisti che ci sono passati ancor prima della nascita del rock inglese, personaggi del calibro di Fred Astaire e Glenn Miller. Ma la consacrazione vera e propria degli studios targati NW8 - dal codice postale dell'aristocratico quartiere londinese di St John's Wood, in cui si trovano - arriva nel 1962, quando i Beatles vi registrano il loro primo successo, Love me do. In queste stanze, i Fab Four hanno registrato il 90% dei loro LP: fino alla pubblicazione dell'LP Abbey Road, nel 1969, che ha strappato la Abbey Road alla storia per consegnarla alla leggenda.

Nel 1969, il fotografo Iain Mcmillian ha ritratto i Beatles sulle strisce pedonali che si trovano appena fuori lo studio. Una foto quasi per caso: tutti in fila, i ragazzi di Liverpool  attraversano la strada sulle striscie pedonali con fare deciso, John Lennon in testa con la sua capigliatura leonina, Paul Mc Cartney a piedi nudi in giacca e cravatta, gli altri vestiti secondo i canoni degli anni 60. La foto è diventata la copertina dell'omonimo album Abbey Road, trasformando la via londinese in una meta di pellegrinaggio per i milioni di appassionati della musica rock.

Ma i tempi sono cambiati e la gloria della major EMI non è più quella dei tempi della leggenda di Abbey Road. Tre anni fa, la EMI Ltd. è stata comprata dal gruppo di private equity Terra Firma Capital Partners Ltd. per 4,8 miliardi di euro. La somma pagata, tuttavia, non è risultata adeguata alle aspettative, tanto che ora Terra Firma ha citato in causa la Citigroup con l'accusa di aver gonfiato il prezzo di vendita. A dicembre, la Emi Group accusava una perdita di 2,8 miliardi di sterline e Terra Firma sta ora tentando l'impossibile per salvarla: dopo aver cercato di recuperare nuovi investitori, ora è il momento deilla vendita dei cimeli di famiglia.

Che le maggiori etichette discografiche stiano vivendo oggi una situazione di profonda crisi e trasformazione non è un mistero: per le “grandi” della musica, il problema è la capillare evoluzione del web 2.0. Se dagli anni '40 agli '80 le major costituivano l'unica via al successo per gli artisti, oggigiorno chiunque ha la possibilitá di diventare famoso grazie alla politica di youtube &co. Il ruolo delle etichette è diventato quasi superfluo e la “dittatura” degli anni passati è finita per lasciare spazio all'era del 'broadcast yourself': il digitale (con la masterizzazione selvaggia dei cd) e la facilità di accesso a internet hanno sconvolto l'assetto elitario della musica, favorendo il proporsi del singolo artista e delle etichette indipendenti.

Certo, sentire che lo studio di Abbey Road, una pietra miliare nella storia del rock che ha avuto l'onore di ospitare, dopo i Beatles, musicisti del calibro di Pink Floyd, Queen, Simple Mind, Sting, Muse, U2 e  Radiohead, può lasciare un sapore amaro in bocca. Soprattutto in considerazione della melancolica foto che sta sulla copertina di Abbey Road, che fa pensare a magici anni lontani ormai scomparsi. Ma i tempi cambiano e, con i tempi, le esigenze. Anche l'impero romano, con le sue meraviglie, sarebbe oggi totalmente fuoriluogo. Che ci piaccia o meno, gli imperatori hanno dovuto cedere il passo alla meno spettacolare democrazia.

 

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