I problemi delle banche italiane sono manifesti e noti a tutti, mentre quelli degli istituti francesi e tedeschi rimangono nell’ombra. Nessuno ne parla, neppure la Vigilanza Bce. Eppure, il pericolo in agguato è altrettanto grave. Parliamo dei titoli tossici, o “titoli illiquidi”, per chi preferisce l’eufemismo. Nel linguaggio contabile, comunque, si chiamano “Level2” e “Level3”, L2 e L3.

 

 

Secondo uno studio pubblicato la settimana scorsa dalla Banca d’Italia, nei portafogli degli istituti europei, fra attivi e passivi, questi strumenti valgono ancora 6.800 miliardi di euro, circa 12 volte gli Npl. Si tratta di opzioni, premi o altri strumenti finanziari derivati non quotati. Due terzi sono sparsi tra Francia (45%) e Germania (30%), mentre l’Italia non va oltre il 5-6%, poco meno di quelli che si trovano in Olanda (6%) e in Spagna (7-8%).

 

Questi titoli hanno un potenziale distruttivo notevole. Secondo Bankitalia, basterebbe un calo del 5% del loro valore per ridurre il capitale di migliore qualità (Cet1) delle 18 banche europee più esposte dal 14 all’11%. In media, la flessione sarebbe di 350 punti base, ma nei casi peggiori arriverebbe a 1.470. E non si tratta di simulazioni da fantascienza: “Uno shock di prezzo violento non è un’ipotesi irrealistica”, scrivono gli analisti di Via Nazionale.

 

Il problema di fondo è che i titoli illiquidi non hanno un mercato di riferimento, perciò non è possibile assegnare loro un prezzo certo. Le banche li iscrivono a bilancio come meglio credono, con un esercizio di fantasia arbitrario e molto comodo. Per dirla con Bankitalia, “i principi contabili lasciano alle banche spazio per interpretazioni e per fare scelte discrezionali su questi titoli.

 

Le banche hanno dunque l’incentivo ad usare questa facoltà per distorcere il processo valutativo, con l’obiettivo che può variare da riconoscersi profitti incerti immediati fino a minimizzare gli aggiustamenti sul fair value anche in condizioni di estrema illiquidità”. Insomma, gli istituti “sono incentivati a usare questa discrezionalità a proprio vantaggio - continua Via Nazionale - e i profitti che emergono da certi titoli complessi dovrebbero più propriamente essere catalogati come premi per rischi nascosti”.

 

Ma non conta solo il valore dei titoli. La Banca d’Italia solleva più di un dubbio anche sul metodo con cui questi strumenti vengono iscritti a bilancio. Normalmente, ogni titolo viene registrato singolarmente con il proprio valore, attivo o passivo. Le banche che si occupano di risk management, invece, sono autorizzate a operare diversamente. In sostanza, calcolano la differenza tra le varie posizioni di un pacchetto di titoli e segnano a bilancio solo il valore netto finale. “Sebbene questo approccio abbia solide basi economiche - scrive ancora Via Nazionale - introduce complessità, discrezione e opacità”.

 

L’analisi di Bankitalia si chiude con un appello a “un ulteriore sforzo di supervisione in questo settore” per arrivare a “una visione più profonda e completa sulla valutazione di questi attivi e sul loro rischio sottostante”.

 

Com’è ovvio, l’istituto centrale italiano non chiama direttamente in causa la Bce. Lo studio appena pubblicato, tuttavia, appare come una chiara presa di posizione nel dibattito sulle banche in corso a Francoforte.

 

Lo scorso ottobre l’Eurotower ha proposto di cambiare le regole sulla gestione degli Npl, aumentando le riserve fino al 100% in due anni sui crediti deteriorati non garantiti e in 7 anni su quelli garantiti. Secondo Equita, la stretta potrebbe costare alle banche italiane fino a 1,3 miliardi di euro l'anno, pari a circa 9 miliardi di nuovi accantonamenti nei prossimi sette anni. Soldi che, naturalmente, verrebbero sottratti al credito.

 

Intendiamoci, si può discutere sulle modalità, ma è indubbio che il problema degli Npl vada affrontato. Se le nuove regole immaginate dalla Vigilanza Bce entrassero in vigore farebbero probabilmente più danni che altro, ma questo non basta a rappresentare banche e banchieri italiani come vittime di una congiura franco-tedesca. Alcuni Npl nostrani sono fisiologica conseguenza della crisi, ma molti altri sono figli di una gestione del credito sciagurata.

 

D’altra parte, è indubbio che la Vigilanza della Bce sia da sempre inflessibile sul problema dei crediti deteriorati - tipico dell’Europeriferia - e assai più indulgente sui derivati tossici in pancia alle banche del nord Europa. Perciò l’ultimo studio di Bankitalia va letto in questa luce. Come una specie di invito a cercare il marcio anche altrove.

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