Tra un Dpcm e l’altro, con una mano il governo scrive la legge di Bilancio, mentre con l’altra si occupa della riforma fiscale in agenda per il 2022. Di quest’ultimo capitolo si parla poco: l’argomento è tecnico e il legame con il dramma di queste settimane non risulta immediatamente evidente. Eppure, si tratta di una materia cruciale per il nostro futuro, sia perché la raffica di manovre varate quest’anno ha fatto schizzare il debito oltre il 160% del Pil, sia perché – quando lo tsunami del Covid sarà passato – dovremo trovare i soldi per pagare servizi e prestazioni sociali. È a questo che, in teoria, servono le tasse.

Purtroppo, le riforme fiscali importanti impiegano anni a dispiegare i propri effetti, mentre i politici che le scrivono hanno bisogno di catturare (o mantenere) consensi nel breve periodo. Per questa ragione, di solito, le leggi in questo campo sono sempre lacunose, insufficienti, inefficaci o addirittura dannose per le casse dello Stato.

L’esempio tipico è quello del rapporto fra le maggioranze parlamentari e l’esercito degli evasori italiani. Nel nostro Paese si vincono le elezioni promettendo ai cittadini che le loro scorrettezze contabili saranno ignorate o addirittura favorite: quasi tutti i governi parlano di “lotta all’evasione”, ma nessuno fa sul serio. Questo spiega per quale ragione l’attuale Esecutivo abbia deciso di bloccare – a causa della pandemia – non solo la riscossione delle cartelle esattoriali, ma anche l’attività di controllo e repressione dell’evasione. A prima vista sembra una mossa controintuitiva: proprio ora che il bisogno di risorse è massimo, recuperare i soldi imboscati dai grandi evasori sarebbe vitale. Da noi, però, si ragiona all’inverso, perché l’accondiscendenza verso i criminali del fisco è quasi una forma di folklore.

E quindi la discussione sulla riforma in cantiere si addensa intorno a un solo punto: trovare il modo di abbassare le tasse. Dopo anni di annunci disattesi e di richieste arrivate dall’Ue e dall’Ocse, il governo sembra voler mettere mano alle aliquote Irpef. La gestazione del nuovo sistema (ammesso che arrivi a termine) sarà lunga e faticosa, ma già adesso è chiaro che, se la rimodulazione degli scaglioni comporterà una perdita di gettito, bisognerà allargare la base imponibile.

E sarebbe anche ora, visto che, al momento, l’imposta sui redditi personali non tiene conto di voci fondamentali come le rendite finanziarie, i redditi da capitale, i canoni d’affitto e altro ancora. Questa lacuna mina la progressività del sistema tributario, visto che i regimi speciali previsti per alcune categorie (come le partite Iva) e per alcuni settori (come la cedolare secca nelle locazioni immobiliari) non hanno raggiunto l’obiettivo per cui erano stati pensati, ossia far emergere una fetta della base imponibile nascosta al Fisco.  

Infine, la riforma dovrebbe affrontare a colpi di machete la selva oscura composta da deduzioni e detrazioni. In tutto, il delirio dei bonus all’italiana conta circa 500 agevolazioni, per un valore complessivo che si aggira intorno ai 60 miliardi di euro l’anno. Metterci le mani è davvero un’impresa titanica, che per di più farebbe aumentare la rabbia e calare il consenso nell’elettorato. Ragion per cui, da qualche decina d’anni, tutti i governi che hanno ragionato sul problema si sono posti la stessa domanda: “Chi ce lo fa fare?”.

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