Al di là della risposta immediata alla crisi, l’andamento dell’economia italiana nei prossimi anni dipenderà in buona parte da due fattori: la riforma del Patto di Stabilità e l’esito della partita sul Recovery Fund. Sul primo fronte c’è una doppia decisione da prendere. Innanzitutto, l’Europa deve stabilire quando riattivare le regole del Patto (ora sospese per fronteggiare la pandemia): nel 2022, come chiedono i falchi, o nel 2023, come vorrebbero le colombe? L’altro dilemma è ancora più complicato, perché riguarda la correzione delle regole. Se fra due o tre anni tornassero in vigore le vecchie norme, i vari Paesi – Italia in testa – sarebbero costretti ad abbattere i debiti (esplosi a causa del Covid) con una nuova ondata di austerità che impedirebbe la ripresa delle economie.

Per scongiurare questo scenario, nel 2021 il commissario europeo agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, presenterà una proposta di riforma del Patto che conterrà un allentamento dei vincoli. La trattativa si annuncia lunga e complicata, ma l’obiettivo sembra comunque più realistico rispetto alla cancellazione del debito-Covid ventilata dal presidente dell’Europalamento, David Sassoli, in un’intervista a Repubblica.

Non è finita. La riforma del Patto di Stabilità porterà con sé una discussione ancora più ambiziosa: quella sulla possibilità di rendere permanenti gli eurobond. Al momento, le obbligazioni comunitarie servono solo a finanziare il Recovery Fund, per cui il loro orizzonte non va oltre il 2023, anno di scadenza del Fondo da 750 miliardi. Sganciare gli eurobond dallo strumento di emergenza e rendere quindi stabile la condivisione del debito europeo sarebbe la più grande rivoluzione finanziaria dalla nascita della moneta unica. Ma, secondo i Paesi favorevoli, perché la proposta abbia una chance di passare è cruciale che Italia e Spagna usino bene i fondi del Recovery Fund. In questo modo, i falchi del Nord potrebbero convincersi che quelli impiegati per gli eurobond sono soldi ben spesi (attenzione: il condizionale dell’ultima frase è grande come l’Olanda).

È qui che i due temi (Patto di Stabilità e Recovery Fund) si intrecciano. Visto che l’Italia è di gran lunga il primo beneficiario del Recovery Fund (208 miliardi: 127 in prestiti più 81 a fondo perduto) e che gli eurobond sarebbero manna dal cielo soprattutto per il nostro Paese, in molti a Bruxelles si aspettavano che il piano di Roma su come utilizzare gli aiuti fosse il primo ad arrivare. Invece non è stato così.

Per inviare il documento c’è tempo fino alla prima metà di gennaio e il governo italiano smentisce tutte le indiscrezioni su presunti ritardi, ma – conoscendo le capacità di programmazione del nostro Paese – l’ansia è comprensibile. Non solo in relazione ai tempi, ma anche alla sostanza: il vero pericolo è che il piano italiano sia azzoppato dal più classico degli assalti alla diligenza, con il fiume di soldi che si disperde in migliaia di rigagnoli ministeriali.

Intanto, la settimana scorsa Ungheria e Polonia hanno bloccato l’approvazione del Recovery Fund e del bilancio Ue pur di non accettare la “rule of law”, che vincola il trasferimento dei soldi al rispetto delle norme dello Stato di Diritto (indipendenza della magistratura, libertà della stampa…). L’obiettivo delle istituzioni europee è ricomporre la frattura al vertice del 10 dicembre con un’acrobazia diplomatica. Se ci riusciranno, la partenza del Recovery slitterà da gennaio a febbraio-marzo (servono 2-3 mesi per le ratifiche nazionali). Altrimenti, i tempi si allungheranno ancora. E l’Italia, come gli altri Paesi, rischierà di non incassare una serie di miliardi già iscritti a bilancio con l’ultima manovra.

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