Dopo quasi un anno dall’inizio delle operazioni militari in Ucraina si è quasi perso il conto delle sanzioni imposte alla Russia da Stati Uniti e UE. Com’è ormai chiaro a chiunque, gli effetti dei provvedimenti stanno però pesando in grandissima parte su quegli stessi paesi che li hanno decisi. Le conseguenze negative continueranno poi a farsi sentire in futuro, soprattutto nell’ambito energetico, dove le politiche suicide di Bruxelles mettono a rischio la tenuta stessa del tessuto industriale europeo. L’economia russa ha invece mostrato una solidità per molti inaspettata, con gli scambi commerciali in larga misura tornati al periodo pre-bellico e gli introiti dell’export di gas e petrolio virtualmente immutati.

 

I fattori che hanno determinato il sostanziale fallimento delle sanzioni occidentali sono molteplici. Quello principale è la creazione negli ultimi due decenni da parte dell’attuale classe dirigente russa di una base industriale multiforme in parallelo alla disponibilità quasi illimitata di materie prime. Un altro elemento da considerare è ovviamente la formidabile capacità estrattiva di prodotti in grado di alimentare l’economia interna e che, in qualunque condizione, trovano facilmente acquirenti all’estero. Per varie ragioni e con diverse modalità, infine, la Russia è riuscita quasi da subito ad aggirare le sanzioni occidentali.

Ad accorgersi di questa realtà sono ormai anche i media “mainstream”, che faticano sempre più a propagandare la versione ufficiale di una Russia piegata dalle misure punitive imposte dall’Occidente e, di conseguenza, vicina al tracollo anche sul fronte militare in Ucraina. Un dettagliato articolo del New York Times dedicato alla “resilienza” di Mosca è circolato abbondantemente in rete nei giorni scorsi, dando l’impressione di una sorta di resa da parte di Washington per quanto riguarda l’obiettivo di indebolire economicamente la Russia e continuare a coltivare l’illusione di potere così destabilizzare il Cremlino.

La reporter del Times apre raccontando dell’insolita esplosione delle importazioni di smartphone dell’Armenia a partire dalla scorsa estate. Allo stesso tempo, dalla repubblica caucasica sono aumentate vertiginosamente le esportazioni di questi dispostivi verso la Russia. Il collegamento è presto fatto e questo genere di movimenti riguarda molti altri beni, spiega il giornale americano, dalle lavatrici ai microchip. Non solo l’Armenia, ma la Cina, la Turchia, la Georgia, la Bielorussia, il Kazakistan e altri paesi incassano così profitti inaspettati facendo arrivare in Russia prodotti su cui l’Occidente ha teoricamente posto l’embargo.

La tesi del New York Times è che i traffici di questo genere aiutano il governo a limitare il malcontento di una popolazione che stenta a trovare alcuni beni nei negozi russi. Fuori dai circuiti della stampa ufficiale è tuttavia facile verificare che in Russia non c’è in pratica carenza di nessun prodotto di consumo. Infatti, nel paragrafo successivo, l’autrice dell’articolo si smentisce da sé, ammettendo che “gli scambi commerciali della Russia sono in larga misura tornati ai livelli precedenti l’invasione dell’Ucraina”.

Anche la presunta fuga delle compagnie occidentali dalla Russia non si è alla fine concretizzata. Indagini recenti hanno mostrato che meno del 9% delle aziende UE e dei paesi del G-7 hanno deciso di chiudere le loro filiali russe. Inoltre, secondo il Times, si nota una “crescente attività delle flotte marittime” che spingono “l’export energetico russo”, nonostante le sanzioni occidentali.

Proprio questa settimana, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha rivisto nettamente al rialzo le previsioni di crescita dell’economia russa. In precedenza, il Fondo stimava una contrazione del 2,3% per il 2023, mentre ora prevede un +0,3%. Il FMI si aspetta un andamento sostenuto dell’export petrolifero anche con l’entrata in vigore del “tetto” al prezzo del greggio russo deciso da UE e G7. I beni prodotti in Russia continueranno quindi a trovare clienti in paesi che non hanno aderito alle sanzioni occidentali.

Ciò che è cambiato sono se mai le rotte dei traffici commerciali. Se il porto di San Pietroburgo ha visto ad esempio un evidente calo dei container movimentati, i trasporti su rotaia e su strada li hanno rimpiazzati abbondantemente, consegnando in Russia merci provenienti da paesi come Bielorussia, Cina o Kazakistan. In particolare la Turchia è diventata un punto di riferimento fondamentale per la Russia. Il New York Times spiega a questo proposito che la compagnia di trasporti russa Fesco ha aumentato sensibilmente la propria flotta di mezzi per collegare Istanbul con la città sul Mar Nero di Novorossiysk.

Tornando al mercato degli smartphone, marche come Samsung o Apple avevano abbandonato la Russia subito dopo l’inizio delle operazioni militari, lasciando spazio soprattutto ai produttori cinesi (Xiaomi, Realme, Honor). Negli ultimi mesi, invece, nei negozi russi sono tornati anche i telefoni Apple tramite rotte che passano da paesi che continuano a intrattenere normali relazioni con Mosca. Su un altro fronte cruciale, quello dei semiconduttori, è sempre la Cina a garantire alla Russia la stabilità delle proprie importazioni.

Destinato probabilmente a fallire è inoltre il già ricordato “price cap” applicato da UE e G7 alle esportazioni di petrolio russo. In un’analisi pubblicata lunedì, il sito Energyintel ha scritto che l’export di greggio di Mosca è rimasto sostanzialmente invariato dall’entrata in vigore del “tetto” a inizio dicembre. Le esportazioni via mare tra dicembre e la metà di gennaio sono state in media di 3,1 milioni di barili al giorno, cioè solo 150 mila in meno (5%) rispetto al periodo gennaio-novembre 2022.

A cambiare è stata anche in questo caso la logistica. Le navi cargo soggette alle regole occidentali sono uscite di scena per l’impossibilità di ottenere coperture assicurative in caso di trasporto di greggio venduto al di sopra del “price cap” (60dollari/barile). Imbarcazioni e intermediari “oscuri”, secondo la definizione del Times, si muovono ora “nell’ombra” per assicurare il trasporto del greggio russo. Le navi in questione sono per lo più russe e di proprietà di compagnie pubbliche, ma anche soggetti riconducibili alla Cina, all’India, alla Turchia e agli Emirati Arabi operano in questo ambito senza alcun interesse per il rispetto delle sanzioni occidentali.

Allo stato attuale delle cose, la Russia deve fare tuttavia i conti con la necessità di offrire riduzioni relativamente consistenti del prezzo del greggio dirottato dall’Europa ad altri mercati, prevalentemente in Asia. Il prezzo di vendita è per il momento inferiore a quello stabilito dal “price cap”, ma comunque al di sopra del punto di pareggio generalmente stabilito dall’industria estrattiva russa.

Va inoltre evidenziato che gli effetti più pesanti del “tetto” sono nuovamente a carico dei paesi che lo hanno introdotto, soprattutto quelli europei. Essendosi finalmente “liberata” dalla dipendenza energetica russa, come ha acutamente osservato in questi giorni la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, l’UE importa ora petrolio a prezzi più alti da altri paesi, come appunto India o Cina, che lo dirottano verso il vecchio continente dopo averlo acquistato a bassissimo costo dalla stessa Russia.

L’intera vicenda delle sanzioni occidentali testimonia in definitiva di un flop epocale nel confronto tra Stati Uniti ed Europa da una parte e potenze emergenti come Russia o Cina dall’altra, aprendo la strada al rafforzamento delle dinamiche multipolari già in atto da tempo. Il risultato di queste politiche è determinato in primo luogo da un atteggiamento fatto di presunzione e inettitudine, ma anche, nel caso dell’Europa, di servilismo nei confronti degli Stati Uniti. La strategia delle sanzioni sembra avere così raggiunto il capolinea in seguito alla crisi ucraina, scontrandosi con un paese immenso che possiede ed è in grado di produrre una vastissima gamma di beni e che, allo stesso tempo, ha costruito e consolidato rapporti con un numero crescente di partner in tutto il mondo, per nulla disposti ad andare contro i propri interessi per seguire il percorso auto-distruttivo deciso dall’Occidente.

Pin It

Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy