La destabilizzazione della Siria a causa delle mire strategiche americane ha scatenato negli ultimi giorni una serie di violentissimi scontri nelle province nord-orientali controllate dallo stesso contingente militare di occupazione illegale degli Stati Uniti e dai loro alleati locali. Quello che è iniziato come un regolamento di conti si è rapidamente trasformato in una battaglia tra le milizie curde e le formazioni armate delle varie tribù arabe della regione, teoricamente alleate sotto la supervisione di Washington. Nel fine settimana, una certa calma sembra essere stata ristabilita nell’area, ma le tensioni che minacciano di riesplodere rischiano di far crollare i piani USA per continuare a manovrare contro il governo di Damasco.

La giornalista britannica, Vanessa Beeley, ha proposto una cronologia dettagliata dei fatti di settimana scorsa sul suo blog ospitato dalla piattaforma Substack.

 

In breve, i vertici curdi delle cosiddette Forze Democratiche Siriane (SDF) avevano convocato presso il loro quartier generale il comandante del Consiglio Militare di Deir-ez-Zor, composto da milizie arabe, Ahmed al-Khabil, meglio noto come Abu Khawla. Il comandante curdo, Mazloum Abdi, intendeva chiedere il ristabilimento della propria autorità nella provincia di Deir-ez-Zor e la fine dei focolai di rivolta arabi contro la leadership curda.

Di fronte al rifiuto opposto da Abu Khawla, quest’ultimo è stato arrestato assieme ad altri membri di vertice del Consiglio Militare di Deir-ez-Zor. Per tutta risposta, il Consiglio ha deliberato lo sganciamento dalle SDF e incoraggiato la mobilitazione araba per liberare la regione dalla “occupazione curda”. Lo scontro ha rapidamente assunto i contorni di una guerra tra curdi e arabi nel nord-est della Siria, dove i primi vengono visti con estrema diffidenza dalla maggioranza araba.

Le SDF sono appunto dominate dai combattenti curdi siriani delle Unità di Protezione Popolare (YPG), affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Su queste forze si basa la presenza militare americana nella Siria nord-orientale. Qui sono presenti, almeno a livello ufficiale, poco meno di mille soldati USA, impegnati nel furto puro e semplice delle risorse energetiche e alimentari, contrabbandate oltre i confini siriani. La continua presenza militare americana in Siria, giustificata inizialmente con la lotta all’ISIS ma in realtà priva di qualsiasi fondamento dal punto di vista del diritto internazionale, ha come obiettivo anche quello di influenzare un’eventuale futuro processo diplomatico e, ancora di più, di ostacolare le relazioni tra Teheran e Damasco, ovvero il consolidamento dell’asse della “Resistenza” anti-americana e anti-israeliana.

Per alcuni giorni, gli scontri sono dunque dilagati. Le milizie arabe hanno a loro volta eseguito arresti di guerriglieri curdi in varie località, mentre si sono registrati numerosi attacchi armati contro checkpoint delle SDF. Al conflitto hanno partecipato anche centinaia di appartenenti ad altri clan arabi non affiliati alle SDF. Gli eventi sono stati sfruttati dagli stessi leader delle milizie arabe per rivendicare la propria autonomia dall’autorità curda.

Ad approfittare della situazione di caos sarebbero stati inoltre gruppi armati appoggiati dalla Turchia, infiltratisi nelle province controllate dalle SDF per combattere contro le milizie curde. In questi scontri sono stati coinvolti anche i militari dell’esercito regolare siriano, dispiegati nelle aree settentrionali del paese grazie a un accordo mediato dalla Russia nel 2019 in cambio della sospensione dell’offensiva di Ankara contro le forze curde. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, di stanza in Gran Bretagna, 18 combattenti delle milizie pro-turche e 5 soldati siriani avrebbero perso la vita in questi scontri. Il bilancio del conflitto tra arabi e curdi nel nord-est della Siria sarebbe invece di 23 morti tra le SDF, di 39 tra i gruppi armati arabi e di 9 tra la popolazione civile.

Nella mattinata di lunedì è circolata la notizia del raggiungimento di un accordo per la de-escalation dello scontro in seguito alla visita nella provincia di Deir-ez-Zor di due ufficiali americani. Questi ultimi hanno incontrato i rappresentanti delle due parti che avrebbero acconsentito a ristabilire la calma nell’area. L’intervento degli Stati Uniti è il risultato delle preoccupazioni per l’evolversi di una situazione che poteva e potrebbe tuttora sfuggire pericolosamente di mano.

La crescente insofferenza nei confronti delle formazioni curde testimonia d’altra parte il fallimento americano nell’unificare la lotta contro il governo del presidente Assad nelle aree della Siria occupate dagli USA e dai loro alleati. La già ricordata giornalista britannica Vanessa Beeley ha spiegato che la leadership curda delle SDF riteneva di poter piegare la resistenza araba con l’arresto del comandante Abu Khawla. Al contrario, la mossa curda ha alimentato ancora di più le tensioni con il rischio di un’esplosione generalizzata della rabbia araba. A quel punto i vertici delle milizie curde non hanno potuto che invocare l’intervento di Washington.

Gli scontri dei giorni scorsi sono avvenuti in un frangente particolarmente delicato per l’amministrazione Biden. Il contingente di occupazione in Siria è sempre più sotto pressione da parte di Damasco, così come di Iran e Russia, per lasciare il paese mediorientale e consentire al governo legittimo di tornare a controllare una porzione cruciale del proprio territorio.

Non solo, gli Stati Uniti e gli altri paesi che continuano a manovrare contro il governo di Assad stanno anche gettando benzina sul fuoco di un movimento di protesta iniziato recentemente nella provincia sud-occidentale di Suwayda a maggioranza drusa. Le manifestazioni erano scaturite in seguito all’aggravarsi della crisi economica in una Siria strangolata dalle sanzioni occidentali, per poi prendere una piega politica su istigazione americana e israeliana.

Questi piani, che ricordano da vicino l’intervento occidentale e dei regimi arabi sunniti nel 2011 per favorire lo scoppio di una guerra civile, appaiono difficilmente attuabili alla luce del controllo ristabilito da Assad sulla maggior parte della Siria grazie all’appoggio russo e iraniano. L’incertezza sull’esito delle proteste a Suwayda è dimostrato ad esempio dalla prudenza che alcuni leader della comunità drusa stanno ostentando in relazione agli eventi di queste settimane. Dopo essere stati di fatto neutrali nel corso del conflitto ultra-decennale, alcuni leader drusi sono sembrati disposti a cedere alle pressioni delle forze anti-siriane sull’onda delle proteste, ma, almeno fino ad ora, l’impressione è che la crisi in questa provincia possa alla fine rientrare.

Resta il fatto, invece, che il rinvigorirsi della lotta tra alleati degli Stati Uniti nel nord-est della Siria può indebolire la posizione dei militari americani, isolando il contingente di occupazione fino a forzare l’abbandono del paese. Questo obiettivo è condiviso non solo da Damasco e dagli alleati di Russia e Iran, ma anche dalla Turchia che, tramite i gruppi armati che appoggia oltre il proprio confine meridionale, intende distruggere i “successi” curdi di questi anni e spegnerne le ambizioni autonomiste o indipendentiste.

Una delle accuse che le SDF hanno rivolto alle milizie arabe, di cui sono nominalmente alleate, è di avere intrattenuto rapporti con le forze del “regime” di Assad per indebolire l’autorità curda. L’accusa fa probabilmente parte della propaganda curdo-americana, ma riflette allo stesso tempo i timori per un qualche accordo in fase di studio oppure da esplorare in futuro tra Damasco e le milizie arabe, sempre con l’obiettivo di colpire i curdi e i loro sponsor americani.

L’iniziativa delle SDF si è trasformata così in un boomerang, dimostrando come i leader curdi stiano percependo un rapido deterioramento della loro posizione in Siria nord-orientale. In ultima analisi, sono però le decisioni prese a Washington a essere la causa delle violenze dei giorni scorsi e del rischio che la situazioni precipiti per l’ennesima volta nel paese mediorientale. L’assenza di una politica coerente di una Casa Bianca impegnata su altri fronti, l’insostenibilità di un’occupazione che continua ad appropriarsi di risorse appartenenti al legittimo governo, l’assurdità di un regime di sanzioni unilaterali che impedisce la ricostruzione di un paese allo stremo e l’erosione della posizione americana nella regione lasciano in definitiva gli Stati Uniti, così come i loro alleati curdi, senza una chiara via d’uscita dal pantano siriano.

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