Nessun cessate il fuoco e nemmeno una pausa momentanea. Il genocidio palestinese va avanti e oltre al tritolo a Gaza gli tocca anche la propaganda. Sì perché la visita di Blinken a Sharon è stata una messinscena studiata per rafforzare il reciproco gioco delle parti, tra gli USA alleati fedeli ma ragionevolmente preoccupati del contesto internazionale e Israele, ansiosa solo di chiudere la partita con Hamas. Una recita pensata per placare la comunità internazionale, mandare messaggi alle capitali mediorientali e a fini interni, a Washington come a Tel Aviv.

Negli USA la comunità arabo-statunitense è furiosa con Biden: un sondaggio dell’Arab American Institute rivela che solo il 17% è pronto a rieleggere Biden (nel 2020 il 59% era con lui): è una comunità piccola ma importante in stati in bilico come Michigan e Pennsylvania. In Israele, invece, l’odio per Netanyahu è trasversale a società civile e militari e un minuto dopo il cessate il fuoco Netanyahu dovrà dimettersi; cerca di risalire la corrente dandosi la fama di sterminatore di palestinesi, ma comunque vada la sua carriera politica è finita.

 

Nasrallah, leader di Hezbollah in Libano, ha chiarito che l’operazione Diluvio di Al Aqsa “è merito al 100% dei palestinesi”. Il che significa non poter assegnare a Hezbollah o all’Iran il retroterra organizzativo e militare dell’operazione di Hamas. Dunque Israele e Stati Uniti non potranno utilizzare questa tesi per darsi l’opportunità di regolare i conti con Hezbollah.

Perché un’idea di questo tipo a Tel Aviv gira, soprattutto negli ambienti oltranzisti del sionismo di estrema destra: la presenza di 20.000 marines USA, il richiamo di tutti i 460.000 riservisti di Thasal e il sostegno politico e diplomatico dell’Occidente, presenta l’opportunità non solo di spianare Gaza e preparare lo spostamento dei nuovi confini dopo l’espulsione massiccia di tutti i palestinesi, ma anche quella di attaccare Hezbollah in Libano come mai in precedenza. Insomma un quadro generale favorevole ad un’azione di forza più estesa.

A raffreddare l’ipotesi sono giunti gli avvertimenti di Vladimir Putin e la dura posizione della Turchia, che in queste ore ha varato una legge anti-Israele. Almeno finché sarà Netanyahu il premier, Ankara chiude ogni dialogo. E sebbene le posizioni che Erdogan assume siano sempre figlie della convenienza del momento per la potenza ottomana, lo scontro con Israele rappresenta l’indignazione di massa di tutti i musulmani sunniti che Ankara non può sottovalutare, dato che ambisce a rappresentarli.

C’è un crescente rifiuto verso i crimini israeliani dell’opinione pubblica internazionale e degli organismi che rappresentano la comunità degli stati. Mai come oggi il mondo imputa a Israele il ruolo di carnefice, l’assoluto disprezzo per le regole del Diritto Internazionale e questo non è indifferente per un paese che, incapace di provvedere a se stesso, ha bisogno del portafoglio di tutti per sopravvivere.

 

L’impotenza dell’ONU

Il rifiuto anche solo di una pausa umanitaria pone Israele da sola di fronte alla comunità internazionale, ma l’ONU si è dimostrata del tutto insufficiente ad affrontare i crimini di Tel Aviv. Nel voto su Israele, come specularmente in quello sul bloqueo a Cuba, emergono due idee di cosa sia la democrazia, di cosa sia il Diritto Internazionale e di quali strumenti occorrano per farlo prevalere sugli interessi di una minoranza con caratteri genocidi. Insieme a questo emerge però anche l’impotenza della comunità mondiale costretta nel collo di bottiglia di un Occidente che usa l’ONU se gli serve e lo disconosce se non gli serve.

Craig Mokhiber, direttore dell’Ufficio dell’Alto Commissario dell’Onu per i Diritti Umani, si è dimesso per protesta di fronte all’incapacità delle Nazioni Unite di fermare il genocidio. “Ancora una volta - ha dichiarato l’alto funzionario - vediamo come si sviluppa un genocidio di fronte ai nostri occhi e come siamo incapaci di fermarlo. Il genocidio dei palestinesi è il prodotto di decadi di impunità israeliana offerta dagli USA ed altri paesi occidentali e di decadi di disumanizzazione per il popolo palestinese”.

Un gesto forte quello di Mokhiber che ripropone con forza il tema centrale per la governance mondiale: come garantire che la comunità internazionale applichi le sue deliberazioni? Di fronte a posizioni opposte tra Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza, emerge l’insostenibilità di una discrasia che paralizza l’istituzione. E potendo escludere che sia l’Assemblea delle Nazioni a non pronunciarsi, diventa palese come sia proprio la governance dell’organismo che vada ripensata.

L’inadeguatezza del sistema regolatorio si evidenzia quando il Consiglio di Sicurezza crea una frattura tra il piano dibattimentale e quello decisionale, riducendo agli interessi delle grandi potenze la volontà di tutta la comunità internazionale.

Il Consiglio di Sicurezza, in virtù del diritto di veto, rovescia il suo ruolo: invece di rappresentare e portare a sintesi operativa quanto deciso dall’Assemblea Generale - organismo sovrano dell’istituzione - impone le sue decisioni a sua esclusiva convenienza e crea una cesura tra l’Istituzione e l’organismo, ovvero tra la comunità internazionale rappresentata dall’Assemblea e il suo organo esecutivo.

Ovviamente il Consiglio di Sicurezza non può rappresentare tutte le Nazioni e nemmeno la maggioranza delle stesse, ma la sua operatività non può essere - come la sua rappresentanza - ipoteca di una minoranza sulla maggioranza. La questione di fondo era e resta quella dell’esercizio del diritto di veto, con il quale un solo Paese può rendere nulla la volontà della comunità internazionale.

Uno squilibrio che incide nella mancanza di funzionamento dell’Istituzione e che contribuisce a mantenere un ordine internazionale ingiusto, illegittimo e persino inefficace, comunque non più rappresentativo dei rapporti di forza internazionali e dei mutamenti in corso nei diversi continenti, insomma del quadro planetario che dovrebbe rappresentare.

Che il Consiglio vada riformato nei suoi criteri di appartenenza oltre che nella metodologia del suo agire non vi sono ormai dubbi, semmai resistenze. Ad oggi solo padre Miguel D’Escoto, sandinista, presidente dell’Assemblea Generale eletto per acclamazione negli anni 2008-2009, ha avanzato una proposta di Riforma del Consiglio che, ovviamente, non piacque all’Occidente collettivo. Motivo? Comporta nella sua applicazione un rafforzamento della comunità degli stati ed una parallela riduzione della prepotenza imperiale, che vorrebbe invece la fine dell’ONU come premessa all’affermazione della legge del più forte quale strumento regolatorio ed ordinamentale nelle relazioni internazionali.

L’attualizzazione dell’organismo è indispensabile, perché il mondo è cambiato e il Consiglio attuale riflette solo in parte il quadro attuale degli equilibri planetari. Andrebbe superata una composizione figlia solo del post Seconda Guerra Mondiale con l’aggiunta della Cina. A rappresentare la comunità internazionale servirebbero altri criteri: la rappresentatività del mondo globalmente inteso come criterio generale e, nello specifico di ogni Paese, l’estensione territoriale, la demografia, l’economia, la posizione geostrategica, l’influenza politica e militare. Insomma, la potenza di cui dispone.

Per il criterio fondamentale della rappresentanza il primo ossimoro è dato dal fatto che, sebbene la metà dei paesi presenti all’ONU appartengano ad Africa e America Latina, entrambe le aree sono prive di rappresentanza nel Consiglio. Dunque il loro ingresso sarebbe politicamente opportuno oltre che proporzionalmente corretto. E per ciò che attiene al peso specifico dei paesi, l’assenza di giganti come l’India e l’Indonesia, il Pakistan e il Brasile, dimostra come l’attuale composizione sia priva di senso delle proporzioni sul piano della rappresentanza dei popoli. Ampliare il numero dei membri è quindi conditio sine qua non per rilanciarne l’efficacia.

In un generale reset della composizione del Consiglio, andrebbe senso un meccanismo che tenda alla ricerca di equilibri più ampi. Si potrebbe dunque ipotizzare - ad esempio - un Consiglio di Sicurezza dove si vota a maggioranza, almeno di due terzi; senza la possibilità quindi di esercizio del diritto di veto da parte di un singolo Paese. Questo obbligherebbe tutti alla ricerca di un consenso più ampio, obbligando così ad una ovvia riduzione delle pretese individuali di ciascun Paese ed al conseguente concorso più ampio nella presa di decisioni.

Sarebbe un modo per affermare il multipolarismo in un organismo che vede a tutt’oggi una minoranza geografica, demografica, economica e politica del pianeta, disporre della maggioranza dei seggi tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che dovrebbe invece rappresentare tutta la comunità internazionale.

Tutti sanno che i voti prima si contano e poi si pesano e, dunque, nessuno scambia le Isole Marshall per gli USA e nemmeno si ipotizza l’estensione del diritto di veto ai membri non permanenti. Ma se il metro di valutazione dev’essere improntato sul realismo politico e sull’impatto complessivo dei paesi nello scacchiere internazionale, allora si deve essere conseguenti.

Cambiare il profilo del Consiglio di Sicurezza, i suoi criteri e il suo agire, è l’unica strada per ridare credibilità politica ad una Istituzione che a maggior ragione in una fase storica che annuncia un rovesciamento dei rapporti di forza planetari, non può rimanere ostaggio di una idea distorta e ipocrita di democrazia, madre e figlia di un modello che prevede il mondo diviso in due aree: quella specializzata nell’obbedienza e quella nel comando. Ma la clessidra si è già rivoltata. Il cambio è adesso.

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