I risultati delle elezioni legislative di settimana scorsa in Pakistan vanno letti come un chiarissimo rifiuto delle manovre dei militari per rimuovere dal panorama politico del paese l’ex premier, Imran Khan, e riportare al potere un altro ex capo di governo, il riabilitato Nawaz Sharif. Anche se il partito di Imran (PTI) ed egli stesso erano stati vittime di una pesante campagna repressiva, i candidati a esso riconducibili, presentatisi ufficialmente come “indipendenti”, hanno ottenuto il maggior numero di seggi all’Assemblea Nazionale. Le trattative sono ora in corso per cercare di escludere il PTI dal prossimo governo, ma il periodo di instabilità che si prospetta per il Pakistan lascia aperte le porte a svariate soluzioni che potrebbero essere esplorate nelle prossime settimane.

Le tre condanne affibbiate nell’arco di pochi giorni a Imran Khan alla vigilia del voto, il divieto imposto al PTI di presentarsi con il proprio simbolo alle elezioni e il black-out mediatico, che ha limitato drasticamente le informazioni sul partito dell’ex primo ministro, avevano fatto ipotizzare un possibile crollo dell’affluenza e un successo piuttosto semplice del partito di Nawaz (PML-N). A presentarsi ai seggi è stato invece il 48% degli elettori, cioè una quota solo di poco inferiore rispetto al 2018 (51%).

 

Soprattutto, i timori per la mancata riconoscibilità del PTI tra i milioni di elettori analfabeti e la persecuzione giudiziaria ai danni di Imran Khan lasciavano intravedere un netto calo del partito che aveva trionfato sei anni fa. I candidati indipendenti sostenuti dal PTI hanno alla fine conquistato circa 93 seggi sui 266 che compongono l’Assemblea Nazionale pakistana. Il leader del PTI, Latif Khosa, ha spiegato alla stampa che, se non ci fossero state irregolarità nei conteggi, il suo partito avrebbe ottenuto più di 170 seggi, ampiamente sufficienti per governare in autonomia. Qualunque sarà il numero definitivo, il PTI avrebbe potuto raccoglierne effettivamente di più, dal momento che i 60 seggi riservati alle donne e ai non musulmani verranno ripartiti in base ai risultati del voto ma solo tra i partiti regolarmente registrati come tali.

Il PML-N dei fratelli Sharif si è invece fermato a quota 75, mentre l’altro tradizionale partito del panorama politico pakistano, il Partito Popolare (PPP) della famiglia Bhutto-Zardari, si dovrà accontentare di 54. Il resto dei seggi verrà spartito tra altre formazioni minori, tra cui il partito secolare di centro-sinistra MQM-P (17), principale indiziato a entrare in una coalizione di governo con PML-N e PPP. Questi tre partiti hanno già tenuto tra domenica e lunedì svariati incontri per discutere di un possibile accordo che escluda il PTI.

È probabile che i vertici militari pakistani stiano in qualche modo presiedendo o coordinando le trattative per incanalarle vero la direzione desiderata. Due giorni dopo la chiusura delle urne, il servizio informazioni delle forze armate aveva d’altronde emesso un comunicato ufficiale che delineava i piani di “governance” del paese, sostenendo la necessità di creare un esecutivo di “unità” nazionale per garantire stabilità in previsione delle difficili misure economiche che andranno intraprese.

I militari agiscono in collaborazione con il governo degli Stati Uniti, da dove si stanno seguendo con estrema attenzione gli sviluppi post-elettorali. L’amministrazione Biden aveva favorito la caduta del governo di Imran Khan attraverso un voto di sfiducia in parlamento nell’aprile del 2022, fondamentalmente come ritorsione per la scelta dell’allora primo ministro di tenere un atteggiamento neutrale nei confronti della guerra tra Russia e Ucraina. A testimonianza delle ingerenze americane, nel fine settimana il numero uno del PPP, Bilawal Bhutto Zardari – figlio dell’assassinata ex premier Benazir Bhutto e dell’ex presidente Asif Ali Zardari – è stato ricevuto a Islamabad dall’ambasciatore USA in Pakistan, Donald Blome.

Il risultato del voto ha così stravolto i piani ideati per superare la fase storica dominata da Imran Khan e dalla disputa sulla sua persecuzione politico-giudiziaria. Col trascorrere dei giorni e in seguito alla diffusione tardiva dei risultati definitivi delle elezioni, sono iniziate a circolare notizie su possibili ripensamenti di Nawaz Sharif in merito all’opportunità di auto-candidarsi alla carica di primo ministro. L’esito deludente per il suo partito lo ha spinto a rivalutare l’ipotesi di guidare un governo che si preannuncia instabile e impopolare, in primo luogo per l’ascendente che su di esso avrebbero i militari.

La stampa pakistana ha riportato infatti martedì che Nawaz ha deciso di fare un passo indietro e passare il testimone al fratello, Shehbaz Sharif. Quest’ultimo era succeduto a Imran Khan nella carica di primo ministro dopo il già ricordato voto di sfiducia di due anni fa e fino all’agosto 2023 è stato a capo di un gabinetto di “unità nazionale”, con il PPP come principale partner.

A suggerire possibili tensioni e futuri stravolgimenti degli equilibri politici, martedì la delegazione parlamentare del PPP ha riconosciuto formalmente il successo del PTI, per poi lasciare intendere che un’eventuale proposta di collaborazione del partito di Imran per far nascere il prossimo governo potrebbe essere presa in seria considerazione. L’ipotesi preferita sembra restare quella della coalizione col PML-N, ma nel frattempo Bilawal Bhutto Zardari ha fatto sapere di avere creato una speciale commissione del partito, incaricata di negoziare con i vari partiti dell’Assemblea Nazionale.

Un eventuale clamoroso coinvolgimento del PTI nella formazione del nuovo governo pakistano sarebbe chiaramente il risultato di un ammorbidimento dei militari nei confronti di Imran Khan. Per contro, il PTI dovrebbe a sua volta frenare la retorica della rivolta contro il sistema e abbassare le tensioni alimentate dai suoi sostenitori, mobilitatisi dopo la chiusura delle urne per protestare contro i presunti brogli durante le operazioni di voto.

Qualche segnale in questo senso sta infatti già emergendo. I vertici del PTI continuano da un lato a ostentare fermezza e a chiedere la piena riabilitazione di Imran Khan. Dall’altro, però, appaiono chiari i primi passi per un possibile ritorno alla normalità, come dimostra l’incontro nelle scorse ore tra una delegazione del PTI e il presidente del Pakistan, Arif Alvi, il primo registrato tra le due parti dagli scontri esplosi il 9 maggio scorso in seguito all’arresto di Imran Khan.

L’ex premier e il suo partito sembrano comunque per il momento voler continuare a cavalcare il sostegno popolare ricevuto dalle urne e dalle manifestazioni di piazza. Ancora martedì i vertici del PTI hanno assicurato che non ci saranno aperture né al PML-N né al PPP. L’obiettivo resta insomma quello di passare attraverso i tribunali per vedersi riconosciuti i seggi presumibilmente sottratti da brogli e irregolarità, così da poter governare senza altri partner. In caso di fallimento, il PTI proverà forse a capitalizzare l’entusiasmo per il risultato del voto di giovedì scorso e la frustrazione per le ingiustizie subite, in modo da ottenere concessioni politiche pur restando all’opposizione o, se dovessero esserci le condizioni, partecipando alla formazione del governo.

Per i militari pakistani rischia di diventare complicata una manovra che tenga fuori dai giochi il PTI. Il complotto per togliere di mezzo Imran Khan con la collaborazione di Washington si è tramutato in un boomerang, facendo dell’ex primo ministro un punto di riferimento per decine di milioni di pakistani decisi a opporsi al dominio virtualmente incontrastato dei militari e all’intero apparato di potere consolidato. In maniera ancora più pericolosa per l’establishment, l’espressione di malcontento per la situazione politica ed economica interna si è fusa alla crescente avversione nei confronti degli Stati Uniti, sia per le abituali interferenze nelle dinamiche politiche pakistane sia per il sostegno assicurato al regime genocida israeliano, e all’attrazione rappresentata dalla politica estera indipendente promossa da Imran.

Le paure per la tenuta del sistema si aggiungono infine a quelle suscitate dall’incapacità di far fronte alla crisi economica cronica che attraversa il Pakistan. Media, politici e militari danno per scontato che, una volta insediato, il nuovo governo dovrà bussare alla porta del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per ottenere un nuovo ingente prestito che metta una pezza al dissesto finanziario del paese. In cambio, verranno richieste le consuete “riforme strutturali” ultra-impopolari, sotto forma soprattutto di privatizzazioni e austerity.

Con i sostenitori di Imran Khan nelle strade e una situazione politico-sociale esplosiva, non è da escludere che i militari possano aprire a una soluzione di compromesso in grado di calmare le acque. Se ciò non dovesse accadere, l’alternativa potrebbe essere il già descritto impopolare governo di coalizione PML-N/PPP o, nella peggiore delle ipotesi, un intervento diretto delle forze armate, come già accaduto più volte nella breve storia del paese dell’Asia meridionale.

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