di Bianca Cerri

All’incirca un anno fa, il sergente americano Bryce Syverson non era altro che merce scaduta per i medici dell’ospedale psichiatrico che l’avevano in cura e che non gli consentivano neppure di allacciarsi le scarpe da solo. Ora i medici si sono ricreduti e Syverson, che pure continua a fare discorsi strani ed ha perso completamente il senso dell’orientamento, è stato rispedito in Iraq con la qualifica di “abile”. Di soldati come lui, costretti ad abbandonare cure e famiglia benché incapaci di rapportarsi alle dure condizioni della vita militare, sia in Iraq che in Afghanistan se ne contano ormai a decine. Svolgono gli stessi compiti dei compagni sani di mente, ma si abbandonano molto più spesso alla violenza contro civili inermi e non è raro che compiano atti auto-lesionistici portati all’estremo contro la loro stessa persona. Il ministero della Difesa USA ha ammesso che raramente i militari in partenza vengono sottoposti a test psichiatrici ma non sembra disposto a fare nulla per impedire che almeno i soggetti con una storia di disagio mentale vengano arruolati. Solo l’uno per cento viene rispedito in patria al manifestarsi di comportamenti anomali e violenti. Intanto, le statistiche dimostrano che il numero dei suicidi tra i soldati di stanza in Iraq ed Afghanistan ha raggiunto di nuovo livelli di guardia. Si parla di 18 morti volontarie ogni 100.000 uomini nelle zone di guerra. Nella piccola città dell’Oklahoma dove Jeffrey Hernpton, figlio e nipote di ufficiali, era nato e cresciuto, tutti sapevano che non era in condizioni di partire per il fronte e quando Hernpton è stato trovato privo di vita con accanto la pistola con la quale si era tirato un colpo alla testa, molte persone si sono colpevolizzate per non aver fatto nulla per impedirlo. Una fatica inutile, perché lo stesso comando sapeva perfettamente che Hernpton aveva dato segni di instabilità emotiva già durante l’adolescenza giungendo fino a recidersi le vene dei polsi e nonostante ciò era stato regolarmente arruolato nei ranghi della Guardia Nazionale.

Quando era ormai troppo tardi i superiori, che lo avevano accusato di esagerare i suoi problemi per starsene a casa, si sono ben guardati dall’informare la famiglia sulle circostanze della morte. Dal rapporto ufficiale si evince che anche durante l’addestramento a Fort Riley, Hernpton era apparso molto provato, ma la sua morte è stata ufficialmente attribuita alle difficoltà incontrate nella relazione amorosa con Alainna Neal, anche lei appartenente all’esercito americano, che si è vista puntare addosso il dito dai colleghi pur essendo completamente esente da qualsiasi colpa nella tragica fine del suo ragazzo.

La storia di Eddie Brabazon, anche lui spedito in Iraq nonostante fosse afflitto da gravi turbe mentali, presenta molte analogie con quella di Herpton. Adottato all’età di tre anni da una famiglia della Pennsylvania, a nove soffriva già di una grave forma di depressione che lo avrebbe portato a trascorrere negli ospedali psichiatrici buona parte dell’adolescenza. Una condizione che non gli aveva tuttavia impedito di essere regolarmente arruolato e spedito in Iraq. Da allora, i genitori adottivi non lo avevano più visto.

Afflitto da un costante senso di delusione, terrorizzato dalla paura ed in preda a continui sbalzi di umore, Barbezon ha finito per tirarsi un colpo alla testa. Lo hanno rimpatriato in una bara avvolta nella bandiera a stella e strisce. E Tony Bailey, padre di Justin, un marine che lo scorso aprile si è suicidato ingerendo un numero sproporzionato di sonniferi, accusa il Senato americano di avergli ucciso il figlio, costretto a partire nonostante i disordini post-traumatici che gli impedivano di ragionare lucidamente. Assieme ai genitori di altri militari anche loro morti suicidi, Bailey e la moglie hanno protestato davanti al Campidoglio.

La campagna organizzata dal ministero della Difesa per rimpolpare i ranghi dell’esercito è stata un fallimento e, in mancanza di carne fresca da immolare nelle varie missioni, vengono spediti al fronte anche soggetti particolarmente vulnerabili. Lo afferma Daniel Akaka, del Senato dell’Alaska, che ha promesso ai Bailey il suo interessamento per quanto riguarda il problema dei militari affetti da turbe mentali attualmente nelle zone di guerra. “E’ una terribile tragedia”, ha detto Akaka, che a suo tempo aveva già seguito la vicenda di Jonathan Schulze, impiccatosi in Iraq appena pochi giorni prima di Bailey e che si sta battendo con un collega dell’Oregon per l’istituzione di una commissione speciale sui militari costretti a combattere nonostante siano afflitti da gravi disagi mentali.

Con la scusa della mancanza di informazioni certe sul legame fra sindrome da stress post traumatico e guerra, l’America non ha ancora fatto i conti con i trecentomila reduci del Vietnam che si sono tolti la vita nel corso degli anni. Tuttavia, oggi che gli strumenti per impedire una nuova epidemia di morti auto-inflitte esistono, l’esercito continua a spedire al fronte uomini e donne dalla mente provata nella speranza di trovare qualche soluzione per riuscire, prima o poi, a convincere le nuove generazioni ad arruolarsi.

Il Pentagono ha ammesso che la situazione è preoccupante, ma non si sa ancora quali provvedimenti verranno presi per impedire che la situazione si aggravi e non esistono dati precisi su quanti dei militari morti suicidi fossero stati sottoposti a più turni prima di arrivare a compiere un gesto irreparabile. In alcuni casi, i soggetti più deboli vengono letteralmente spremuti della materia cerebrale non solo dalla fatica cui vengono sottoposti, ma anche dalla persecuzione dei compagni e dei superiori. In un ambiente dove impera una cultura “maschia” non è raro che la malattia mentale venga criminalizzata anziché curata o alleviata.

Tra l’inizio del 2006 ad oggi, altri 88 soldati americani sono andati ad aggiungersi al numero già alto dei suicidi avvenuti in seno all’esercito. Qualche tempo fa, in un’intervista rilasciata al Washington Post, il colonnello Swanner, a capo dell’unità per la prevenzione del suicidio, aveva assicurato la massima attenzione nonché la sua personale comprensione nei confronti dei soldati afflitti da particolari problemi, che nell’intervista Swanner era arrivato a definire “kids”, bambini. Resta il fatto che, nonostante l’encomiabile paternalismo di Swanner, il suicidi tra i ranghi dell’esercito sono tuttora uno degli argomenti tabù per i media.

Tanto è vero che anche la storia di Linda Michel, ufficiale medico e madre di tre figli, morta suicida due settimane dopo il ritorno dall’Iraq, è passata completamente sotto silenzio. Michel era stata assegnata alla base di Camp Bucca, finita sulle prime pagine dei giornali l’anno scorso per il torneo di wrestling tra soldatesse che aveva polarizzato l’attenzione degli americani. Sul suicidio di una madre di tre figli tornata a casa con la mente devastata dall’orrore della guerra neppure una parola.




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