di Giuseppe Zaccagni

Le economie si integrano e si confondono e così, mentre le multinazionali del grande occidente si scatenano a tutto campo, si svegliano anche quelle holding finanziarie delle economie “emergenti” che hanno sede a Pechino e a Mosca. Ed è subito assalto all’Africa, terra vergine, sempre nell’ottica di un rapporto non conflittuale. Cominciano i cinesi. Si scopre – cifre alla mano – che i loro contatti economici e commerciali con l’Africa sono in rapida crescita. Secondo gli ultimi dati del ministero del Commercio cinese, nel 2006 il volume commerciale bilaterale ha superato per la prima volta i 50 miliardi di dollari, raggiungendo i 55,5 miliardi, cioè il 40% in più rispetto allo stesso periodo del 2005. Per l’Africa sono affari d’oro, perché le tanto criticate merci cinesi sono considerate, nel continente nero, tutte di ottima qualità e a buon mercato. Tanto che, per ampliare l'importazione dai paesi africani, la Cina ha azzerato i dazi doganali su 190 prodotti provenienti dai 28 paesi africani più arretrati, fino a registrare un deficit di 2 miliardi e 100 milioni di dollari. Di conseguenza l’establishment di Pechino è stato ampiamente premiato anche con precisi impegni economici che vedranno l’Africa intera estendere i rapporti con la Cina. E non è un caso se a dirigere la Banca Africana per lo Sviluppo è attualmente proprio un cinese, Zhou Xiaochuan, che è, allo stesso tempo, governatore della Banca centrale della Cina. Questo stretto rapporto di ordine strategico-finanziario sta a dimostrare che la calata cinese in Africa offre occasioni di scambi di esperienze e di elevamento delle relazioni di partnership tra i due continenti. In proposito va ricordato che la Cina ha sempre aiutato attivamente i paesi africani: nei cinquant'anni dall'allacciamento delle relazioni diplomatiche con il continente ha aiutato moltissimi paesi ad applicare più di 900 progetti di infrastrutture di pubblico interesse. Ed ora, secondo il premier Wen Jiabao, per rafforzare la cooperazione sino-africana è necessario rinnovare i modelli di cooperazione, innalzarne il livello e realizzare il mutuo vantaggio.

L’obiettivo che Pechino si è posta consiste nell’assistenza alla cooperazione delle imprese, facendo perno su operazioni di mercato. Si sviluppano così piani per progetti di pubblico interesse, soprattutto quelli relativi alle infrastrutture pubbliche, ai settori agricoli, sanitari, dell'istruzione, e quelli della tutela ambientale. Ne consegue che si apre sempre più un mercato dalle dimensioni colossali segnato dal fatto che i cinesi, praticamente, hanno abbracciato l’economia di mercato. Africa, di conseguenza, come frontiera cinese.

In questo gigantesco piano di “attacco” c’è poi l’attività della Russia che scatena il suo settore privato. A farsi avanti sono la “Rusal” dell’oligarca Oleg Deripaska (boss dell’alluminio con un 12,5 per cento a livello mondiale) che vanta anche la proprietà della “Nornickel” - leader nel platino e nel nickel – e la “Alrosa” che sfrutta i giacimenti diamantiferi della Yacuzia. Si aggiunge a questa scalata quel Roman Abramovich che passa dal calcio del Chelsea per immergersi nel mare di petrolio.

Ed ecco che questi oligarchi si aggirano per l’Africa con investimenti che toccano già i 5 miliardi di dollari. La russa “Renosa”, ad esempio, sta sviluppando il più grosso progetto nel campo del manganese nel deserto del Kalahari, nel Botswana. La “Lukoil” e la “Rusal” si concentrano invece in Nigeria. Dove è già sbarcata l’altra potenza russa, la “Renaissance Capital”. Ed anche la banca di stato della Russia – la “Vneshtorgbank” – si è lanciata nel mercato dell’Angola.

Cinesi e russi – è chiaro - si accingono a sviluppare il grande gioco africano, ma subito spunta la mano dell’India che con il suo ministro degli Esteri, Shri Prenab Mukherjee, convoca ad Addis Abeba tutti gli ambasciatori indiani accreditati nell’Africa sub-sahariana. I diplomatici vengono invitati a promuovere nuovi ed ampi investimenti nel continente nero. Intanto risulta che nel Botswana l’India è già allo stesso livello dei cinesi per quantità di rame importato, tanto che il governo del Paese africano punta espressamente proprio sull’India per aumentare del 10 per cento la sua produzione nell’arco di appena cinque anni.

E così anche il recente allargamento della Comunità economica dell’Africa orientale ai nuovi membri – Burundi e Ruanda – ha stimolato l’interesse di Nuova Delhi verso un’area nella quale, come retaggio della presenza di una vastissima comunità indiana nel vicino Uganda, permagono forti rapporti. E la Confindustria indiana ha già avviato una missione in loco per esplorare un mercato che conta una popolazione di oltre 115 milioni. Intanto i maggiori quotidiani economici di ogni parte del mondo mettono a fuoco questa nuova situazione africana evidenziando, non a caso, che quel famoso detto di Napoleone - “Lasciamo dormire la Cina“ - è completamente superato. Il drago cinese e l’orso russo sono svegli e partecipano attivamente ai processi di integrazione. Contenti i governi che segnano punti a loro favore nell’arena mondiale e contenti i privati che incassano utili per miliardi di dollari.

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