di Fabrizio Casari

Si balla sul filo elettrico con l’Iran. L’amministrazione Bush, alle corde negli indici di gradimento interni ed in estrema difficoltà nelle sue avventure militari in Irak e Afghanistan, continua ad inviare nuovi segnali di guerra verso Teheran. Gli viene in soccorso una parte dell’Europa, quella più ansiosa di associarsi al controllo statunitense sul domino geopolitica, mentre tira robusti freni la diplomazia europea che ha un’idea precisa della differenza che corre tra l’ordine e il disordine internazionale. Sembra che da parte di alcuni europei l’alternativa ai venti di guerra statunitensi possa essere rappresentata dall’imposizione di nuove sanzioni (leggi embargo); e qui la riproposizione del film iracheno appare abbastanza evidente. Da Roma, per fortuna, arriva il “no” deciso del governo italiano ad una nuova avventura senza logica e senza senso. Massimo D’Alema, è forse chi più e meglio rappresenta l’area della ragionevolezza politica, che prevede tatto, ma non cedevolezza, nei confronti delle pulsioni isteriche statunitensi. D’Alema ritiene che un eventuale attacco militare all’Iran avrebbe “conseguenze devastanti” e che la stessa imposizione di sanzioni a Teheran, in assenza di una iniziativa politica sul dialogo, rischierebbe di “avere scarsa efficacia”. “Condivido le perplessità di Sarkozy – spiega il titolare della Farnesina – secondo il quale si rischia di trovarsi nella scomodissima alternativa tra bomba atomica iraniana e bombardamento dell’Iran: dovremo invece evitare proprio di spingerci fino a quel bivio, che poi sarebbe un vicolo cieco”. Per D’Alema, infatti, da un lato l’Iran potenza atomica scatenerebbe la corsa al nucleare nel mondo arabo, giacché né l’Egitto, né l’Arabia Saudita accetterebbero il radicale sovvertimento degli equilibri regionali e reagirebbero cercando di dotarsi di armamento non convenzionale. Dall’altro, il Ministro degli Esteri italiano rileva come “un attacco militare all’Iran avrebbe conseguenze devastanti”. “Con ogni probabilità ne deriverebbe – aggiunge D’Alema – una offensiva terroristica su scala mondiale”.

“L’Italia – ricorda il ministro italiano – si è associata alle sanzioni contro l’Iran che si erano rese inevitabili a seguito del rifiuto a cooperare con le richieste della comunità internazionale; lo abbiamo fatto, nonostante esse comportino un danno oggettivo alle relazioni commerciali con Teheran. Alle sanzioni, però, deve accompagnarsi una iniziativa politica, senza la quale, le sanzioni stesse, risultano di scarsa efficacia”. D’Alema ritiene che una base concreta di trattativa con gli Ayatollah potrebbe essere rappresentata dalla richiesta di congelamento degli attuali livelli di arricchimento, ancora al di sotto della soglia critica, come condizione minima per l’apertura di un negoziato. Negoziato che poi dovrebbe vedere sul tavolo una ipotesi di trattativa a più ampio spettro, che comprendano il nucleare, ma anche la Palestina e l’Irak, offrendo quindi a Teheran un accordo complessivo sulla sicurezza su scala regionale.

La proposta di D’Alema è saggia, e sarebbe bene che l’Europa intera la facesse propria. L’Iran non è un qualunque emirato fatto da sceicchi da shopping con mazzi di banconote al guinzaglio. L’Iran è una potenza regionale a tutti gli effetti e rappresenta la componente sciita del mondo musulmano, oltre ad avere un ruolo decisivo nei paesi produttori di greggio ed un peso politico rilevante in seno all’Opec. L’idea di relazionarsi ai persiani come fossero servi sciocchi è figlia di una concezione texana e trinariciuta delle relazioni internazionali, che già tanti danni ha fatto alla pace ed alla stabilità de mondo.

Un accordo in Palestina e la chiusura negoziata del conflitto iracheno sono proprio i punti che possono essere affrontati in cambio di uno stop al percorso nucleare di Teheran, giacché un quadro regionale di sicurezza e di cessazione delle ostilità militari può essere l’unico elemento per far desistere l’Iran dal riarmo, convenzionale e nucleare che sia. Una posizione unitaria europea che avverta Washington del suo isolamento nel caso dovesse procedere sulla strada dell’escalation militare, sarebbe un’ottima notizia per l’Europa, per gli Usa e per la pace internazionale. Si tratta di chiudere due conflitti, non di aprirne un terzo che sarebbe, per intensità a rischio di allargamento regionale, ben più drammatico degli altri due.


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