di Elena Ferrara


Gli eurodeputati romeni saranno 35 e andranno a sostituire quegli osservatori inviati dal Paese a settembre 2005 e divenuti eurodeputati in seguito all'adesione all'Ue. Ma la grande parata elettorale (alla quale dovevano partecipare 18 milioni di romeni) si è caratterizzata più per le grandi assenze che per i risultati. Tanto che si può dire che sono gli astensionisti i veri vincitori. Ed è un brutto segno per l’atmosfera generale del paese che vede il Pil crescere a dismisura (+ 6%) senza però frenare l’aumento della spesa e gli sperperi. Tanto che si può dire che si naviga in acque inesplorate. E così gli osservatori politici di Bucarest più che al risultato uscito dalle urne guardano ad un Paese che corre verso il baratro: sconvolto dalle tensioni con l'Italia (dopo l'uccisione di Giovanna Reggiani che vede accusato un romeno di etnia rom) e segnato anche da quei problemi irrisolti nell'agricoltura sui quali si concentra l’attenzione di Bruxelles che minaccia tra l’altro di tagliare i fondi. E critiche dall’Europa arrivano anche per il settore giudiziario, mentre varie fonti dell’Ue sostengono che la lotta alla corruzione e alle frodi in tutta la Romania sta segnando il passo. Non solo, ma nel groviglio delle contraddizioni socio-economiche, si vedono già all’orizzonte scandali di grossa portata. E quello che potrebbe esplodere tra poco - vero fuoco d’artificio finale - riguarda la gestione dei contributi europei all’agricoltura (un settore che rappresenta ancora il 40 per cento dell’economia nazionale) che ha un peso enorme nell’aumento della spesa pensionistica visto che negli ultimi dieci anni il numero dei lavoratori del settore a riposo è più che raddoppiato. Ed ora si sa che la Commissione europea ha appena inviato un duro monito a Bucarest dopo che la società di revisione Deloitte ha certificato gravi sperperi nell’effettiva distribuzione degli aiuti. Il cerchio, quindi, si stringe.

Altro grosso problema che agita Bucarest è quello che riguarda l’emigrazione di massa di operai verso l’occidente. Un processo che sta a poco a poco erodendo la forza lavoro interna proprio mentre calano gli introiti fiscali sui redditi da lavoro. Con il numero dei pensionati che aumenta molto più di quello dei nuovi contribuenti e con i conti previdenziali che si stanno colorando sempre più di rosso. I dati ufficiali - nel quadro di queste complesse chiavi di lettura - rivelano una situazione di allarme. E così si apprende - stando all’Istituto romeno di statistica - che tra il 2007 e il 2008 la spesa pensionistica crescerà del 30 per cento.

Ecco spiegato, di conseguenza, perché le istituzioni internazionali e gli stessi investitori privati – i primi in un’ottica di breve periodo e gli altri in una di lungo termine visto che per ora i loro ritorni economici sono sicuri – oltre a esaltare la crescita imprenditoriale della Romania, sottolineano anche il rischio reale di implosione dei conti pubblici. Ed è raro, si sa, che nell’esperienza della vita economica di un paese eventi di tale portata avvengono senza traumi.
Quanto al voto c’è da registrare che a vincere è stato il Partito democratico di Emil Boc. Una formazione centrista che - caratterizzata da forze di destra - ha ottenuto circa un terzo dei voti in uno scrutinio segnato dalla forte astensione e da un clima generale di stanchezza: meno di 3 elettori su 10 si sono recati ai seggi.

Il risultato generale della consultazione segna, comunque, un rafforzamento delle posizioni del presidente Traian Basescu (del Partito democratico) nei confronti del premier Calin Tariceanu. Buon piazzamento anche per il Partito socialdemocratico, attualmente all'opposizione. Il PSD - dove si ritrovano gli ex comunisti - si è piazzato al secondo posto con poco più del 21% dei voti. Invece il Partito liberale del premier Tariceanu si attesta in terza posizione con circa il 15,5% dei voti. I risultati non sono però ritenuti di grande valore: sono visti come un test provvisorio. Perché a Bucarest si guarda alle legislative previste per la fine del prossimo anno.

Ma non si escludono, ora, conseguenze immediate sull'attuale maggioranza. E sempre per quanto riguarda l’oggi va evidenziato che la consultazione elettorale ha segnato, in pratica, il pauroso declino dell’estrema destra dei nazionalisti che - riuniti in quella formazione “Romania Grande” (Prm) di Corneliu Vadim Tudor - non hanno raggiunto la quota del 5% e cioè la soglia di sbarramento sotto la quale in Romania non si ha diritto alla rappresentanza.

Promossa a pieno merito invece l’Unione dei Democratici Magiari (Udmr) che ha toccato il 6% entrando così nell’Olimpo della politica romena. Ma questo successo preoccupa gli ambienti politici che considerano questa formazione come una forza che potrebbe creare sempre più tensioni e fibrillazioni nell’intero arco politico-istituzionale. Il fatto è che l’Udmr punta a rappresentare quel milione e mezzo di ungheresi che vivono in Romania - in Transilvania - e che da sempre rivendicano la loro autonomia. Trovando, di conseguenza, un notevole appoggio negli ambienti nazionalisti di Budapest che, quanto a tentazioni reazionarie e scioviniste, non scherzano proprio. E non è quindi un caso se dalla vicina Ungheria arrivano applausi per quel candidato dell’Udmr, il vescovo riformato Laszlo Tokes che si conquistò una certa popolarità quando nel 1989 a Timisoara (l’ungherese Temesvar) presero avvio le manifestazioni contro Ceaucescu.

Comunque sia dalle urne romene esce, ora più che mai, un quadro complesso che si presta a diverse chiavi di lettura. Bucarest dovrà così guardare sempre più all’Europa, ma non dovrà dimenticare il contatto con la sua realtà interna che già ora è sconvolta da gravi processi di frammentazione evidenziati anche dal forte astensionismo registrato nella consultazione per le europee.

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