di Fabrizio Casari

Non bastava la lite con Chavez. Il presidente colombiano, Alvaro Uribe, ha ritenuto di dover incrociare le spade anche con il suo omologo nicaraguese, Daniel Ortega. L’oggetto delle polemiche di Uribe è sempre lo stesso: il rapporto tra la sinistra latinoamericana e i guerriglieri delle Farc colombiane. Al presidente nicaraguense, che si era rivolto al Comandante delle Farc, Manuel Marulanda, definendolo “caro fratello”, Uribe ha fatto recapitare dal Ministro degli esteri colombiano, Fernando Araujo, al Cancelliere nicaraguense, Samuel Santos, una nota di protesta nella quale invita il presidente nicaraguense “a non intervenire negli affari interni della Colombia”. Ortega non ci ha pensato due volte ed ha risposto, dicendosi “deluso” per la fine della mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez nella trattativa per la liberazione della Betancourt e accusando Uribe di “condannare a morte” gli ostaggi in mano delle Farc. Ortega, nel reagire alle proteste colombiane, ha affermato: “Voglio far sapere che quando ci sono in gioco vite umane, non ci sono frontiere, non ci sono differenze”. “Uribe, ha aggiunto Ortega, pone come condizione la smobilitazione delle Farc. Cosa significa? Che sta condannando a morte Ingrid Betancourt e gli altri ostaggi”. “Chiedo al governo colombiano - ha detto Ortega - che capisca che non c’è nessuna ingerenza da parte nostra, semplicemente ci uniamo alle richieste della famiglia di Ingrid e di tutto il popolo colombiano”. Il leader sandinista si è dunque rivolto al querido hermano Marulanda, affinché liberi la Betancourt. Quella con Ortega sembra essere dunque l’ennesima puntata della telenovela Uribe, alleato fedele di Washington e indifferente al clima politico neorisorgimentale che vive l’intero continente latinoamericano. Il presidente colombiano è personaggio di dubbia fama, pur dovendogli riconoscere una certa abilità politica. La Colombia, invece, è stretta nella morsa di un governo prono alle strategie economiche e militari statunitensi ed incapace anche solo di pensare ad un cammino di sovranità e riscatto economico e sociale che la ponga nella scia delle nuove democrazie latinoamericane. Fa invece i conti, tutti i giorni, con il dramma di una guerra civile che non accenna a trovare uno sbocco politico-diplomatico, come avvenuto in El Salvador o in Guatemala.

Dentro il contesto drammatico dello scontro tra guerriglia da un lato e il governo, i paramilitari, la destra interna e gli Stati Uniti dall’altra, c’è la vicenda degli ostaggi. Gli ostaggi, sia chiaro, sono prigionieri nelle mani delle Farc, i guerriglieri guidati da Tirofijo, al secolo Comandante Manuel Marulanda. Gli ostaggi dei paramilitari, infatti, praticamente non esistono: gli sgherri non fanno prigionieri. L’ostaggio più famoso in mano alle Farc è certamente Ingrid Betancourt, senatrice, ambientalista e candidata alla presidenza dal febbraio 2002 nelle mani delle Farc. Per tentare la sua liberazione sono scesi in campo Francia, Brasile e Venezuela, ma senza risultato. Perché? Perché il governo colombiano ha deciso di sabotare ogni possibile negoziato per il rilascio della Betancourt e di chiunque altro.

Con l’esponente politica di origini francesi, Uribe ha giocato il tutto per tutto. Se infatti in un primo momento si poteva pensare che avrebbe trattato con i suoi rapitori solo in presenza di determinate condizioni, quello che negli ultimi tempi è apparso chiaro dalla condotta di Uribe è che la Betancourt non vedrà mai una trattativa sostenuta dal governo. Uribe, infatti, la vuole prigioniera o morta.

E che questo sia il suo scopo è risultato evidente dalla vicenda che ha visto protagonista il presidente del Venezuela Hugo Chavez, offertosi – su richiesta della famiglia e con l’assenso del governo di Bogotà - come mediatore nella trattativa con le Farc. C’erano ottime probabilità che la mediazione sortisse effetti positivi, prova ne sia che, per la prima volta dal suo rapimento, i guerriglieri avevano diffuso una foto recentissima di Ingrid Betancourt, a dimostrazione che è viva e che quindi, la trattativa per il suo rilascio, era possibile, praticabile.

Qui, e non prima, è scattata la molla. Uribe, che era probabilmente convinto che la Betancourt era morta e che quindi la mediazione di Chavez non solo sarebbe fallita, ma addirittura avrebbe prodotto un effetto boomerang sul presidente venezuelano e sulla sinistra latinoamericana tutta, ha capito che invece Chavez riusciva dove lui aveva fallito, con il conseguente risultato di dimostrare al mondo che mentre il presidente colombiano affermava ai quattro venti l’intenzione di trattare per la sua liberazione, proprio l’assenza di una trattativa seria aveva determinato i lunghi anni di prigionia della Betancourt.

Uribe, notoriamente legato all’Amministrazione statunitense, si ritrova ad assumere il ruolo dell'ultimo lanciere della Casa Bianca in un continente – quello latinoamericano – che ha invece visto negli ultimi anni la progressiva distanza dal Washington consensus. Gli ostaggi sono ancora tali e il Presidente Uribe, invece di darsi da fare per intavolare un negoziato che porti alla loro possibile liberazione, preferisce impedire che la mediazione - di Chavez o di chiunque altro - sortisca un risultato positivo.

Al presidente venezuelano sono stati apposti ostacoli prima e pretesti ridicoli poi. Perché? Perchè la liberazione della Betancourt avrebbe aumentato enormemente il prestigio di Chavez, che avrebbe raccolto i ringraziamenti della famiglia e del governo francese oltre a proporsi come abile diplomatico e punto di riferimento per le crisi regionali; dal canto suo, invece, Uribe avrebbe raccolto solo le critiche durissime della stessa Batancourt, della sua famiglia e, per motivi opposti, degli stessi Stati Uniti. Quanto basta per decidere che la trattativa per la sua liberazione non deve nemmeno cominciare.

Perché la Betancourt é la vittima sacrificale della politica di Uribe e della Casa Bianca. Solo una decisione forte, coraggiosa dal punto di vista politico delle Farc, come la liberazione incondizionata di Ingrid Betancourt, può a questo punto far rovesciare il tavolo. Sotto il quale andrebbero la protervia e le stesse ambizioni dell’ultimo sbandieratore della bandiera a stelle e strisce.

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