di Giuseppe Zaccagni

“Szabadsag ter”, la budapestina piazza della Libertà, negli anni della guerra fredda è stata il simbolo della contrapposizione tra Est ed Ovest. Dominata dal grigio edificio dell’ambasciata degli Usa che, dopo gli avvenimenti del tragico ottobre ’56, ospitò il cardinale Mindszentsky. Un prelato destinato a caratterizzare il confronto tra i due mondi contrapposti. Piazza della Libertà a parole, quindi, ma in realtà piazza dello scontro diretto. La Storia ha macinato molti eventi ma i problemi del rapporto Est-Ovest dominano ancora. Ora i tempi sono decisamente mutati. E oggi, proprio in “Szabadsag ter”, nel cuore della capitale magiara, americani e russi si incontrano tentando di allontanare i nuovi venti di guerra fredda. L’appuntamento è nella sede del Bank Center Building dove arrivano John Rood, inviato di Bush, sottosegretario responsabile per il settore del controllo degli armamenti e un esponente del Cremlino, Serghiei Kislyak, vice-ministro degli Esteri. Al seguito hanno due nutrite delegazioni che dovranno affrontare (forse con un’opera di revisione e di aggiornamento) l’esame di quel controverso progetto dello scudo spaziale americano. Che, come è noto, comprende un complesso anti-missilistico che Washington intende realizzare nel continente europeo con basi anche in Polonia e nella Repubblica Ceca. Ma Mosca ha subito annunciato la sua netta opposizione ritenendo la “mossa” americana come un vero e proprio atto di “intimidazione” nei confronti dell’Europa e, in particolare, del Cremlino. I russi hanno fatto notare che con il crollo dell’Urss era stato eliminato anche il Patto di Varsavia e che, quindi, il tema della contrapposizione militare era svanito. E che, pur restando in piedi il blocco militare della Nato, il Cremlino aveva cercato di chiudere gli occhi e di continuare sulla strada della distensione. Poi, improvvisa, la nuova manovra statunitense di piazzare ai confini della Russia basi e strutture militari. Uno “scudo spaziale” per difendere l’Occidente. E subito Mosca ha posto il veto avanzando anche domande relative alla strategia americana.

Le postazioni previste contro chi sono rivolte? Contro l’Iran, l’Iraq, la Russia? E così il Cremlino, senza cercare risposte, ha deciso di opporsi fermamente al progetto vedendovi una minaccia alle porte di casa. E tra l’altro respingendo anche l’idea relativa all’utilizzo - come arena - di due paesi appartenenti un tempo all'area di influenza sovietica.

Ed ora - dopo scontri e polemiche - comincia a Budapest una fase di trattative est-ovest. Si tratta del quarto incontro bilaterale dopo quelli di luglio a Washington, a settembre a Parigi e a ottobre a Mosca. La delegazione americana potrebbe ora presentare proposte di collaborazione sulla gestione del futuro sistema anti-missili. Nei piani, figura un monitoraggio comune della minaccia di missili balistici dai paesi del Medio-oriente, in primis Iran, e una cooperazione strategica nella costruzione e gestione delle basi nell'Europa centrale (esperti russi - si fa notare - potrebbero ispezionare regolarmente le basi in Polonia e Repubblica Ceca).

Ma al momento è chiaro che Mosca non dichiara nessuna disponibilità al compromesso. E gli Usa si trovano a dover affrontare una situazione di rischio e di stallo. Per ora hanno solo incassato il “niet” russo sul progetto di estendere all'Europa orientale il loro sistema nazionale di difesa anti-missilistica. Ecco quindi che i negoziatori statunitensi dovranno tener conto di quel fronte della fermezza che domina il Cremlino, segno di un clima mutato, dopo la sospensione del trattato Cfe sulla riduzione delle forze convenzionali in Europa (Treaty on Conventional Armed Forces in Europe) e il ritiro dall'Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty, siglato a Washington da Reagan e Gorbaciov) sull'eliminazione dei cosiddetti euromissili a medio e corto raggio installati sul Vecchio Continente, nell'87.

Nei mesi scorsi, tra l’altro, Putin si era spinto fino ad ancorare il futuro del trattato Inf, e le riduzioni di armamenti che esso comporta, a un'estensione della sua validità pure nei confronti di Paesi terzi, ovvero Polonia e Repubblica Ceca, pilastri dello scudo in versione allargata. Con Varsavia che dovrebbe accogliere le batterie di missili intercettori e Praga una postazione radar di primo avvistamento per prevenire eventuali attacchi.

Le trattative attuali, comunque, sono sempre sul filo del rasoio. Aggravate, tra l’altro, da una recente dichiarazione del generale russo Evgheny Buzhinksy, responsabile del dipartimento Trattati internazionali presso il ministero della Difesa di Mosca. E’ lui che ha avvertito a muso duro che la Russia non intende cedere minimamente sulla propria contrarietà a uno scudo esteso all'Europa orientale né sulla decisione di sospendere l'applicazione del Cfe, adottata come ritorsione.

"Non faremo marcia indietro, perché la nostra posizione è assolutamente chiara, e trasparente come il cristallo, con riguardo a entrambi i temi", ha detto il generale. "Come abbiamo già sottolineato - ha rincarato - la ragione è dalla nostra parte". E c’è di più. Il ministro degli Esteri del Cremlino, Lavrov, ha già fatto sapere che l'intero progetto dell'estensione all'Est dello scudo "dev'essere congelato", se davvero si vuole che i negoziati bilaterali giungano a un qualche risultato concreto. Lavrov ha avvertito gli Stati Uniti che Mosca ''prenderà delle misure per neutralizzare la minaccia'' se Washington andrà avanti con il suo progetto senza tenere conto delle preoccupazioni russe. ''Preferiremmo evitare uno scenario del genere'', ha poi detto il capo della diplomazia russa aggiungendo una chiara allusione al dossier iraniano.

Intanto il Cremlino guarda all’incontro di Budapest con estrema attenzione. E ribadisce - anche con un gesto che potrebbe essere letto in chiave distensiva - di non voler accrescere le sue forze armate nel periodo di applicazione della moratoria proclamata nei confronti dell’esecuzione del Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa. Comunque molto dipenderà dalla disponibilità dei partner americani. Mosca sostiene, infatti, che il Trattato, oltre al problema della difesa antimissile, sta diventando uno dei problemi centrali all’ordine del giorno internazionale.

La Russia - ha detto un commentatore della radio del Cremlino - non chiude la porta ed è pronta a riprendere il dialogo. E c’è sempre sul tappeto la possibilità che si possa ottenere una “riadesione” della Russia al Trattato dopo che i partner avranno ratificato la variante adottata nel documento ed avranno cominciato a rispettarlo. Mosca propone inoltre di avviare il processo di rinnovamento delle intese raggiunte nel 1999 ad Istanbul per ridurre i livelli consentiti degli armamenti convenzionali in possesso dei paesi della Nato. E sempre in questo contesto a Budapest i russi proporranno ai negoziatori americani soluzioni di vario genere, ma sempre con l’obiettivo di non dislocare forze armate della Nato all’Est. E i riferimenti sono alla Bulgaria e alla Romania.

Per non parlare dei componenti dello scudo antimissile americano in Polonia e nella Repubblica Ceca. Al Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa - sostengono i negoziatori russi - dovranno aderire anche i paesi del Baltico e la Slovenia, poiché sono entrati nella Nato dopo la conclusione della convenzione ad Istanbul. Il Cremlino, in sostanza, avanza un pacchetto di proposte. Spetterà ora ai negoziatori riuniti nella Piazza della Libertà stabilire che tipo di “libertà” avranno, nel cuore dell’Europa, le forze della Nato e degli Usa.

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