di Giuseppe Zaccagni

Il mondo arabo - riunito a Damasco in occasione del suo 20esimo vertice che ha registrato tra l’altro la più bassa partecipazione di Capi di Stato - lancia una sorta di monito ad Israele, avvertendola che l'iniziativa di pace araba (quella del 2002 e riproposta nel 2007) che prevede il riconoscimento dello Stato ebraico da parte di tutto il mondo arabo in cambio della restituzione israeliana delle terre arabe strappate con la violenza, è da considerarsi in fase di revisione: "L'iniziativa è legata all'esecuzione da parte israeliana degli impegni inerenti a Israele nell'ambito delle risoluzioni internazionali per arrivare alla pace nella regione". E’ questa, in sintesi, l’idea portante di quella che è chiamata ora “Dichiarazione di Damasco” che annuncia la disponibilità araba. E pur se non è stata fissata alcuna data per l'avvio della revisione dell'approccio arabo, il segretario generale della Lega araba, Amr Moussa, (che ha dovuto registrare l’assenza a Damasco della metà dei leader dei 22 Paesi della Lega) ha detto che i ministri degli Esteri dei Paesi arabi valuteranno la situazione a partire dalla metà dell'anno. Ma su tutte le dichiarazioni pragmatiche e distensive è caduta la scure del presidente dell'Anp Abu Mazen il quale ha affermato che: "Israele prosegue la sua aggressione, l'occupazione, l'edificazione di colonie e la giudaizzazione di Gerusalemme... la soluzione che Israele offre consiste nella creazione di un gruppo di cantoni (palestinesi) separati uno dall'altro da colonie, muro di separazione e blocchi stradali... questo tipo di soluzione rafforza solo l'occupazione e la colonizzazione, puntando a prevenire la creazione di uno Stato palestinese indipendente". Il discorso dell’esponente palestinese, comunque, non ha spostato le posizioni del Vertice.

Ma a parte i commenti a caldo (riunione inutile? dannosa?) il vertice di Damasco può essere anche definito come una sorta di “passerella” dove si sono evidenziate varie posizioni e soluzioni. Tre, infatti, sono stati i punti-chiave: la crisi istituzionale in Libano (un paese che ha deciso di boicottare il vertice, in segno di protesta contro la Siria accusata di sostenere - con l’Iran - l'azione di Hezbollah nel tentativo di rovesciare il governo di Beirut, appoggiato invece dagli Stati Uniti, dall'Arabia Saudita e dall'Egitto); la proposta yemenita di dialogo tra palestinesi e il problema rappresentato dal milione e mezzo di rifugiati iracheni presenti sul suo territorio.

Procediamo con ordine rilevando che, ora, la Siria si trova ad essere la vera e propria vittima della propria ostinazione. Perché il vertice attuale - che doveva celebrare il prestigio del Paese di Bashar El Assad - è praticamente fallito, evidenziando la spaccatura, che sembra ormai insanabile, con l’Arabia Saudita. Ricordiamo, in proposito, che quell’ipocrisia diplomatica che aveva caratterizzato i summit precedenti (giustificazione delle assenze e dei fallimenti) è stata tradita. E agli osservatori diplomatici non è restato altro che constatare il “disastro politico e d'immagine”. Perché soltanto la volontà di isolarsi, con accanto l'alleato e “osservatore” Manoucher Mottaki - ministro degli Esteri iraniano - può spiegare la sicumera siriana attorno a un tavolo con pochissimi capi di Stato e molte comparse.

Profonde, quindi, le fratture che si sono evidenziate nel Medio Oriente di oggi. Tanto per cominciare risulta chiaro che il tempo delle relazioni tra Siria ed Arabia Saudita è praticamente arrivato al capolinea. E in questo contesto parlare dei rapporti siro-sauditi implica necessariamente toccare anche la questione delle relazioni fra Washington e Damasco. E allora la domanda che si pone è questa: perché i rapporti della Siria con l’Arabia Saudita (e con gli Stati Uniti) hanno raggiunto un tale grado di tensione?

E inoltre: l’assassinio di Rafiq Hariri, la mancata elezione del presidente libanese ed il rapporto privilegiato esistente fra Damasco e Teheran, sono responsabili a tal punto della crisi generatasi fra la Siria e l’Arabia Saudita? La Siria - come è noto - era presente in Libano già dal 1976. E dallo scoppio della guerra civile, le forze armate siriane violarono i confini libanesi, entrarono a Beirut e cominciarono a nominare presidenti e ministri insieme alla classe politica libanese.

La politica estera libanese diventò da allora un’estensione della politica siriana e divenne impossibile distinguere le posizioni dei due paesi. In pratica, il Libano divenne parte della Siria essendo quest’ultima che dominava il paese dei cedri. E’ poi avvenuto che dopo la caduta di Saddam - voluta e programmata dagli americani - l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti non hanno più avuto bisogno della Siria ritenuta colpevole di sostenere la resistenza in Libano ed in Palestina. Ed ora Riad e Washington concentrano i loro sforzi sulla questione nucleare iraniana.

Resta sul tappeto il vero problema relativo a quella che dovrebbe essere l’unità araba. E si scopre ancora una volta che tenere assieme 22 Paesi che non vedono l'ora di separarsi è un'impresa ardua e, forse, impossibile.


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