di Mario Braconi

A conferma di quanto il governo britannico si stia dando da fare per ideare misure sempre più lesive dei diritti fondamentali dei suoi cittadini, il 20 maggio il quotidiano conservatore The Times filtra la seguente anticipazione: il Ministero dell’Interno, da tempo convinto della necessità di abbassare le tutele previste dal Regulation of Investigatory Powers Act 2000, sta (seriamente?) considerando l’istituzione di un megadatabase capace di mantenere traccia di ogni telefonata effettuata e di ogni messaggio SMS ed e-mail spediti da e verso persone residenti in Gran Bretagna. I dati così raccolti (o, più esattamente, si dovrebbe dire rubati) dovrebbero essere conservati per 12 mesi dal Governo per poi essere distrutti. A quanto si apprende dalla stampa, l’idea è qualcosa di più dell’allucinazione securitaria di qualche funzionario dell’Home Office più paranoico della media: il progetto della fantasmagorica base dati su cui registrare tutte le comunicazioni per voce e rete, definita dal responsabile degli Interni liberaldemocratico “una misura orwelliana”, potrebbe essere infatti incluso nel disegno di legge sui dati soggetti a comunicazione (Communication Data Bill) che il governo presenterà a novembre. Durissima l’opposizione da parte del garante della privacy britannico: al portavoce del Ministero degli Interni, che si è detto certo della necessità di intercettazioni indiscriminate di massa per “assicurare alle autorità l’accesso alle comunicazioni a fini anti-terroristici e di prevenzione del crimine” il numero due dell’Autorità Jonathan Bamford risponde in modo tranchant: “Pur non negando che la difesa dal terrorismo sia per tutti noi un obiettivo di importanza essenziale, non siamo al corrente di alcuna urgente necessità in grado di giustificare il governo a trattenere questi dati”. Difficile non condividere l’opinione di Bamford, secondo cui il Regno Unito, consapevole quanto un sonnambulo, si starebbe trasformando in una società della sorveglianza.

Il cambiamento proposto dal governo non è da poco: dall’ottobre del 2007, cioè subito dopo gli attacchi terroristici di luglio, per legge le compagnie telefoniche devono mantenere traccia di tutte le telefonate e di tutti gli SMS degli utenti. Tuttavia, attualmente è necessario un mandato giudiziario per accedervi. Se dovesse passare la proposta anticipata alla stampa, le informazioni non sarebbero più mantenute dalle varie società telefoniche ed ISP (Internet Service Provider) ma verrebbero trasferite direttamente al Governo.

E’ dunque evidente, anche ad un’analisi superficiale, il rilevante potenziale liberticida e di controllo sociale insito nel nuovo progetto. Se si avesse ancora qualche dubbio sui rischi che corriamo anche oggi, si pensi all’esperimento di data mining ideato da Tom Howad, un hacker americano, un paio di anni fa.

Combinando le wishlist (o lista dei desideri, una specie di bookmark dei libri che intendiamo comprare o farci regalare, che comprende anche un indirizzo fisico per la eventuale spedizione) di Amazon (sito di vendita libri) con Google Earth (sistema online per posizionare un indirizzo su una mappa geografica) il giovanotto ha costruito una mappa digitale dei lettori (potenziali) di una serie di libri “sovversivi”. Ancora convinti di non aver nulla da temere da un governo che vi legge tutte le e-mail, registra tutte le vostre navigazioni su Internet, monitora tutte le conversazioni telefoniche?

Esistono comunque anche importanti perplessità tecniche sulla sostenibilità e reale utilità di uno strumento come il database-mammut. In primo luogo: esiste oggi una tecnologia in grado di mantenere on line una simile quantità di dati? Si pensi infatti che nella sola Gran Bretagna vengono spedite ogni giorno 3 miliardi di e-mail e che in un anno gli inglesi si scambiano qualcosa come 54 miliardi di messaggini SMS. Anche ammesso che tenere online tutto questo materiale sia possibile, qualcuno si è posto il problema di che tipo di motori di ricerca si renderebbero necessari per navigare in questo oceano di dati?

“Un database di queste dimensioni sarebbe chiamato a gestire volumi di dati non strutturati e in crescita esponenziale”, spiega Chris Dean, direttore di DWM Group, società di consulenza informatica. “L’immensa mole di informazioni generate da e-mail, telefonate e navigazione internet renderebbe immenso il lavoro di raccogliere e confrontare dati”. Inoltre, la concentrazione di tutti i dati di tutti i residenti in un unico punto sarebbe un vero e proprio regalo gli hacker: i danni prodotti dalla violazione delle protezioni di un singolo ISP possono essere anche molto rilevanti, figuriamoci quelli cui si va incontro se tutte le informazioni di tutti i cittadini sono custodite nello stesso luogo.

Se tutte le considerazioni finora esposte non fossero sufficienti, a porre un definitivo stop a questa follia dovrebbe bastare l’incredibile incapacità dimostrata da enti governativi nella gestione dei dati dei cittadini. Nel solo 2007, infatti, gli uffici tributari del Regno Unito sono riusciti a perdere l’intero database dei percettori di benefici per figli minori, appoggiato su dischi magnetici (non crittografati) e spedito per posta ordinaria; non contento, il funzionario responsabile ne ha poi inviata una seconda copia per corriere. Si aggiunga poi lo smarrimento di un pc portatile con i dati di più di 2.000 investitori (rubato); un CD che conteneva i dati di 15.000 assicurati della Standard Life (compagnia assicurativa privata).

Se è chiaro che il database che eccita tanto il governo britannico potrà rivelarsi utile al massimo per una qualche società di consulenza, pronta a mettere sul piatto costosi studi di fattibilità, sul piano del merito esso sarebbe pericolosissimo ed inutile. Scommettiamo che non se ne farà niente?

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