di Michele Paris

Il neonato governo di minoranza di centro-destra in Portogallo è caduto questa settimana ancor prima di iniziare il proprio mandato dopo l’incerto esito del voto dello scorso mese di ottobre. Come annunciato da settimane, una coalizione di centro-sinistra, che detiene la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, ha sfiduciato il gabinetto del primo ministro, Pedro Passos Coelho, alla presentazione del suo programma di governo, rimettendo nuovamente le sorti della crisi nelle mani del discusso presidente, Anibal Cavaco Silva.

L’esecutivo formato dal Partito Social Democratico (PSD) e dal Centro Democratico Sociale-Partito Popolare (CDS-PP) ha raccolto appena 107 voti a favore, contro i 123 contrari che hanno segnato una fine decisamente prematura per il secondo mandato di Passos Coelho alla guida del suo paese.

L’esito del voto parlamentare di martedì a Lisbona potrebbe spianare finalmente la strada alla formazione di un nuovo governo di centro-sinistra con il Partito Socialista, il Partito Comunista (PCP), i Verdi (PEV) e il Blocco di Sinistra (BE). Queste formazioni avevano ottenuto complessivamente quasi il 51% dei consensi nelle elezioni del 4 ottobre, pur non presentandosi in un’alleanza formale.

Il presidente Cavaco Silva aveva però assegnato l’incarico di formare il nuovo gabinetto al premier uscente, la cui coalizione dispone della maggioranza relativa, giustificando la sua decisione con le preoccupazioni dei mercati per il possibile ingresso al governo di forze di sinistra e l’inopportunità di consegnare il paese nelle mani di partiti anti-europeisti.

Il leader Socialista, António Costa, si era peraltro mostrato inizialmente favorevole alla creazione di un governo di minoranza di centro-destra ma pochi giorni più tardi aveva annunciato la sottoscrizione di un’intesa con gli altri tre partiti per far nascere un esecutivo di centro-sinistra.

Dopo le polemiche per la decisione anti-democratica del presidente portoghese, in molti prevedono ora l’assegnazione dell’incarico a Costa, se non altro per evitare il diffondersi di ulteriori malumori nel paese, a causa del mancato rispetto della volontà della maggioranza degli elettori, e provocare una nuova erosione del sostegno per il PSD e il CDS-PP.

L’alternativa che resta a Cavaco Silva è quella di tenere in vita il governo di minoranza di centro-destra con funzioni limitate e in modalità transitoria in attesa di elezioni anticipate. Questa ipotesi prolungherebbe però i tempi della risoluzione della crisi, visto che secondo le regole costituzionali un nuovo voto non può tenersi prima di giugno, con il rischio di far salire le pressioni internazionali su un paese che è ancora vincolato ai diktat di Bruxelles dopo il “salvataggio” del 2011 sottoforma di un pacchetto di “aiuti” da quasi 80 miliardi di euro.

I nuovi sviluppi di questa settimana hanno prodotto numerose analisi e commenti sui giornali europei e americani, quasi tutti concordi nel prospettare un’inversione di rotta riguardo le politiche economiche che verranno adottate a Lisbona con un governo di centro-sinistra.

I media di orientamento conservatore hanno poi ipotizzato scenari da catastrofe nell’eventualità che i Socialisti e i loro partner abbandonino le misure di austerity. Il ministro delle Finanze del gabinetto uscente, Maria Luís Albuquerque, ha alimentato questi timori, affermando martedì in Parlamento che “la fiducia degli investitori è già diminuita”, mentre “il mancato taglio del deficit di bilancio, in linea con gli impegni presi da Lisbona con l’UE, potrebbe causare una nuova crisi del debito e rendere necessario un altro intervento di salvataggio”.

La stessa esponente del PSD si è unita al coro di quanti hanno minacciato un futuro per il Portogallo simile alla Grecia nel caso si dovesse provare a mettere fine all’austerity, con “maggiore recessione, più povertà, disoccupazione e dipendenza dall’Europa e dal Fondo Monetario Internazionale”.

La campagna mediatica scatenata per cercare di spaventare una popolazione che intende manifestare l’ovvia volontà di liberarsi da oppressive politiche di rigore, dall’impoverimento e dalla precarietà non è d’altra parte nuova né in Europa né altrove.

Il caso del Portogallo è però significativo per come la sola ipotesi di un lieve rallentamento delle impopolari misure antisociali imposte da organismi come UE o FMI sia visto come una minaccia mortale al dominio assoluto dei mercati sulle politiche dei governi. Ciò non è dovuto tanto a una reale prospettiva di cambiamento determinata da un’elezione e dal cambio alla guida di un paese, ma piuttosto dal rischio di generare aspettative di cambiamento tra le popolazioni che si trasformino potenzialmente in un movimento di massa contro la classe dirigente europea.

A ben vedere, per quanto riguarda il Portogallo, le rassicurazioni dei leader dei partiti di centro-sinistra, nonché la loro storia recente – in particolare quella del Partito Socialista – e i precedenti negli ultimi anni di partiti con simili orientamenti in altri paesi dell’Unione non lasciano intravedere alcun cambiamento drastico rispetto al percorso seguito dal governo uscente.

I Socialisti, per cominciare, erano al governo con il premier José Socrates quando nel 2011 venne siglato il “bailout”, ovvero l’orwelliano “Programma di Aggiustamento Economico”, con l’UE in cambio di pesantissime misure di “ristrutturazione”.

Dopo il voto e i quattro anni di governo di centro-destra, il Partito Socialista ha percepito chiaramente l’ostilità dei portoghesi all’austerity e ha proposto in campagna elettorale un’agenda diametralmente opposta. Le misure promesse includono, tra l’altro, l’aumento della spesa pubblica in vari ambiti, la revoca delle “riforme” del mercato del lavoro degli ultimi anni, l’aumento degli stipendi dei dipendenti pubblici, la riduzione delle trattenute fiscali sulle pensioni più basse e l’imposizione di una nuova tassa di successione.

Tutto ciò e altro ancora risulta però difficile, se non impossibile, da applicare nel quadro del programma di “aggiustamento” promosso da Bruxelles e senza una qualche ristrutturazione – per non dire un ripudio – del debito pubblico portoghese. Come nel caso greco, in sostanza, se anche dovessero esistere spazi di manovra per un governo teoricamente anti-austerity, essi sarebbero decisamente molto limitati, tanto da incidere in maniera trascurabile sulle condizioni di vita di milioni di persone.

Nonostante le ipotesi rovinose che si sono sprecate sui giornali nei giorni scorsi, i partiti della coalizione portoghese di centro-sinistra hanno fatto di tutto per mandare segnali rassicuranti a Bruxelles e ai mercati finanziari. Il principale candidato alla carica di ministro delle Finanze in un eventuale governo a guida PS, Mário Centeno, in un’intervista al Financial Times ha garantito ad esempio che “non verrà gettato denaro nell’economia”, non vi saranno cioè aumenti significativi della spesa pubblica.

Lo stesso economista portoghese ha poi aggiunto che il paese “resterà sulla strada del consolidamento fiscale” con una previsione di ridurre il rapporto deficit/PIL dal 3% attuale all’1,5% nel 2019 e il debito totale dal 128% al 112% del PIL nello stesso periodo di tempo. Queste cifre sono solo parzialmente diverse da quelle proposte dal centro-destra e, infatti, Centeno ha ipotizzato tutt’al più un “rallentamento” delle politiche di rigore, non un abbandono di esse.

Anche soltanto una qualche attenuazione del “consolidamento fiscale” dovrà essere discussa e concordata con i padroni di Bruxelles e, come ricorda ancora una volta il caso della Grecia, a livello europeo non sembra esserci particolare disponibilità in questo senso.

Soprattutto per il Partito Socialista o, quanto meno, per una parte di esso, non vi è comunque un particolare entusiasmo all’idea di provocare uno scontro con l’Unione Europea. Ciò è sembrato pensarlo probabilmente anche il presidente portoghese quando il 30 ottobre scorso ha incaricato Passos Coelho di provare a mettere assieme un nuovo governo.

Cavaco Silva auspicava cioè che la popolarità del premier conservatore tra il business domestico e i governi stranieri, assieme alle pressioni internazionali, avrebbero potuto convincere almeno un certo numero di parlamentari Socialisti a fornire il loro appoggio esterno al governo di minoranza di centro-destra per continuare senza scosse sulla strada dell’austerity.

Le stesse pressioni dei mercati e dei leader europei, ad ogni modo, non diminuiranno nel prossimo futuro con un eventuale governo di centro-sinistra. Anzi, la minaccia di una nuova crisi in Portogallo e nell’intera Europa viene già agitata da molti in questi giorni, con l’obiettivo di convincere da subito i leader Socialisti ad archiviare il loro programma e gli accordi con gli alleati.

Proprio l’atteggiamento del Partito Comunista, dei Verdi e del Blocco di Sinistra risulterà decisivo sul futuro del probabile prossimo esecutivo, nel caso quest’ultimo dovesse ripiegare in fretta su politiche di rigore, mettendo queste formazioni di fronte a una scelta tra un’imbarazzante permanenza al governo e un’uscita da esso per non compromettere la loro relativa popolarità tra gli elettori portoghesi.

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