di Vincenzo Maddaloni

E' da quando il presidente dell’Iran, Hassan Rohani ha scelto l’Italia per la sua “prima visita ufficiale” in Europa, che  la domanda è: “Incontrerà il Papa?”. Le prime voci su un possibile incontro erano circolate alla fine di settembre durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove entrambi si erano alternati alla tribuna. Fin da allora si cominciò a parlare con insistenza di una visita del Presidente iraniano al Papa, tant'è che da qualche giorno si è iniziato una sorta di countdown, poiché leader politico di Teheran sarà a Roma il 14 e il 15 di  novembre.

Naturalmente l’incontro ufficiale del presidente Rohani è il bilaterale con Renzi. L'obiettivo di entrambi è di lavorare a un rilancio del dialogo politico e preparare il terreno al ritorno delle aziende italiane in Iran, dopo l’intesa sul nucleare di Vienna. L'Italia è da lungo tempo uno dei principali partner commerciali di Teheran, il secondo tra i paesi Ue dopo la Germania. Lo confermano i dati Eurostat del 2014 secondo i quali, in ambito Ue, Italia e Germania sono i soli Paesi ad aver avuto significativi volumi di esportazione verso l’Iran, superando il miliardo di euro. Sono gli unici in Europa.

Infatti, la Germania si conferma il principale fornitore dell’Iran, con un export di 2.390 milioni di Euro nel 2014, seguita dall’Italia che ha esportato verso l’Iran beni per 1.156 milioni di Euro. Il più 9,5 per cento di esportazioni italiane ed il più 28,7 per cento di esportazioni tedesche trainano l’aumento complessivo dell’export dell’intera Ue, che si attesta al 5,8 per cento.

La Germania - a differenza dell'Italia da sempre incollata agli Usa - è anche l'unica nazione europea che si è espressa benevolmente sulla coalizione creata da Mosca, con Siria, Iraq ed Iran, e il conseguente rilancio dell’asse tra Teheran e Mosca. Tuttavia Hassan Rohani ha scelto Roma come prima tappa del suo viaggio in Europa, e sicuramente nella sua decisione molto avrà pesato l’opportunità di una visita in Vaticano. Il fatto poi che Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana non abbia confermato (ma  nemmeno smentito) che l’hojjatoleslam  Hassan Rohani  potrebbe varcare la sacra soglia,  suona - alle orecchie dei vaticanisti più esperti - come una conferma che il sensazionale incontro ci sarà.

Certamente, entrambi i presuli hanno problemi comuni sui quali discutere, a cominciare dal terrorismo che è una tattica di estremismo interna a ogni religione, come pure alle religioni laiche del marxismo o del nazionalismo. Poiché nessuna religione - Islam compreso - predica la violenza indiscriminata contro degli innocenti.

La posizione della Chiesa di Roma su come andrebbe affrontato il terrorismo è largamente condivisa tra gli altri credi. Essa considera pericolosa la dissociazione della repressione del terrorismo dall’azione politica e sociale, poiché trascura le ragioni profonde che stanno all’origine delle azioni terroristiche. Sottolineare esclusivamente il lato criminale del terrorismo, com’è in uso nella mediacrazia, senza analizzarne le motivazioni e quindi agire di conseguenza, non basta per dare una soluzione definitiva al problema, soprattutto in situazioni - come quella palestinese - dove il ricorso ad atti terroristici affonda le proprie radici nella frustrazione di genti che non vedono prospettive per il proprio futuro.

Dopotutto l’integralismo islamico non è nato oggi e la disfatta araba del 1967 ne rappresenta uno dei culmini. L’Occidente non ha mai percepito l’intensità di quella umiliazione. Da allora i musulmani hanno la conferma che l’Occidente sarà sempre al fianco di Israele.

Di fronte al fallimento del nazionalismo progressista, del nasserismo, del baathismo, i musulmani militanti, eredi del risveglio arabo, continuano a sostenere che «invece di modernizzare l’Islam, bisogna islamizzare la modernità», come l’ISIS sta facendo a suon di bombe. Da qui si capisce la preoccupazione della diplomazia vaticana di fronte alla grossolanità con la quale i responsabili dell’amministrazione Obama, (come prima lo erano quelli di Bush) presentano l´intervento in Medio Oriente come una crociata.

I riferimenti alla superiorità della civiltà occidentale rispetto a quella islamica o della religione ebraico-cristiana rispetto a quella musulmana, sono temuti di là del Tevere come la peggiore delle disgrazie, proprio per l´impatto che può avere in Medio Oriente, dove le comunità cristiane hanno tutto da perdere in un conclamato scontro tra civiltà.

Naturalmente uno scambio di pensieri con il presidente dell’Iran Rohani su questo argomento, potrebbe rivelarsi prezioso. Egli è un militante della rivoluzione iraniana della prima ora, un convinto assertore della bontà del messaggio e dell’azione politica dell’ayatollah Khomeini, il quale trasformò lo sciismo da corrente per molti versi popolar-mistica dell’Islam in ideologia politica e terzomondista che sfida l’imperialismo personificato dalle potenze straniere. E’ la sua una rilettura dell’Islam dei primordi della vita del Profeta, del quale ne esalta l’umiltà. E va oltre.

Ispirandosi a varie teorie, non ultima quella marxista, giunse a costruire una nuova ideologia ricca di spunti di riflessione sulle problematiche politiche, economiche e sociali.  Rohani è stato uno stretto e fidato collaboratore di Khomeini, e - particolare che va sottolineato - è stato eletto due anni fa presidente dell’Iran al primo turno, con 18.613.329 voti pari al 52,5 per cento dei voti validi e al 50,68 per cento di quelli espressi, in una tornata elettorale caratterizzata da un’affluenza del 75 per cento dei 50,5 milioni di aventi diritto al voto.

Malauguratamente, dopo le guerre del Golfo scatenata dai Bush sono riapparse e si sono rafforzate nel mondo musulmano le profonde separazioni dottrinarie, ma anche ideologiche, poiché l’Islam contemporaneo non è più soltanto teologia, ma è rinato per mille motivi come ideologia politico-sociale,  coinvolgendo le diverse interpretazioni del dogma, dell’idea di Stato, di «risveglio» come rilancio del tradizionalismo o come irredentismo legato alla nozione di progresso. Così facendo si sono ridisegnate, esasperandole, le vecchie frontiere etniche fra arabi e non arabi; fra arabi e turchi e persiani.

L’hojjatoleslam Hassan Rohani è il presidente di una nazione, l’Iran, che svolge una sua funzione peculiare nella civiltà musulmana. Gli sciiti persiani sono stati per secoli gli strumenti di un modo diverso di pensare l'Islam, non necessariamente opposto, ma il più delle volte complementare a quello ufficiale dell'arabismo. Sono meno chiesastici degli arabi, più inclini a sintonizzarsi con le società in perenne mutamento.

Negli ultimi anni, però, gli equilibri complessivi di tutto il Medio Oriente sono stati modificati dalle scelte compiute dal governo degli Stati Uniti in risposta agli eventi dell’11 settembre 2001. L’intervento militare in Afghanistan ed in Iraq, l’appoggio sempre più incondizionato prestato alla politica dei falchi israeliani, la guerra all’ISIS, sono gli esempi più clamorosi delle iniziative che si inquadrano in un disegno molto più ambizioso, che mira ad assicurare agli Stati Uniti il controllo incondizionato delle risorse energetiche di quella regione.

Dopotutto, benché Forbes definisca per il terzo anno consecutivo, Vladimir Putin l'uomo più potente della Terra, è Obama il capo dell’incontrastata superpotenza globale in termini militari. E dunque gli Stati Uniti, anche se privi di risorse culturali indispensabili alla gestione planetaria, hanno più dei russi la concreta possibilità di mettere in atto le loro minacce.

E’ con questa situazione che la politica del Vaticano è costretta a confrontarsi soprattutto in Medio Oriente. Deve valutare se la strategia seguita fino ad ora ha bisogno di correzioni dopo che sullo scenario è comparsa la Russia di  Putin. Da sempre essa si è prefissa il compito di tutelare tre obiettivi - difesa delle comunità cristiane, tutela dei luoghi santi, ricerca della pace - indispensabili per la serena coabitazione dei fedeli di religioni differenti. Questo spiega la prudenza e la marcata indipendenza della Chiesa di Roma dalle potenze occidentali e, in particolare, dagli Stati Uniti.

Un atteggiamento che essa mantiene fin dal conflitto israelo-palestinese del 1948, dalla crisi di Suez, dalla prima e della seconda guerra del Golfo, fino ad oggi. La Chiesa continua a mantenersi distante dalla linea politica degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. L’assenza, fino a dodici anni fa, di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Israele, il partner più fedele di cui Washington dispone nella regione, è la manifestazione più evidente di questa divergenza. Anche se non è mancata e non manca la rincorsa agli spunti provocatori, che si sono moltiplicati con questo papato, per costringerlo a  riaccorciare le distanze.

Francesco resiste. C’è nell’azione di questo Papa che proviene dal Terzo Mondo un sapere sottile e consapevole che il Medio Oriente - insieme alla guerra contro il terrorismo - costituisce oggi il campo principale della politica mondiale. Egli evidenzia - diversamente dai suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger -  le deformazioni del capitalismo che è nato in Europa e vi si è sviluppato per secoli estendendosi al resto del mondo. Anzi questa estensione è stata proprio una delle forme di sottomissione del mondo all’Occidente che ha prodotto l’America imperiale.

Visto dai musulmani, l’Occidente appare in larga parte incomprensibile. Nel loro mondo le fortune eccessive sono il più delle volte confiscate, quasi sempre ridistribuite ai poveri o impiegate nella costruzione di edifici religiosi. Poiché queste società musulmane non lottano contro un capitalismo, un “modello americano” che ignorano, ma per la loro conservazione, per tutelare un equilibrio tra le diverse forze sociali. Nel più o nel meno è il modello che  questo nuovo Papa raccomanda ai suoi fedeli.

L’Iran sciita fa storia a sé. Il “Rinascimento persiano”, quello dei poeti che cantavano l’amore e il vino, dei palazzi fastosi, dei veli e dei cuscini, quello delle miniature con i volti languidi dei cavalieri che tanto eccitavano Byron e poi Chatwin, è agli antipodi del puritanesimo imposto dagli ayatollah. Esso viene accettato - come la partecipazione alle recenti elezioni presidenziali dimostra - perché l’assenza di un'alternativa laica seria e popolare, stimola a ripensare a  quanto scrisse il poligrafo egiziano Suyûtî (sunnita).

Egli narrò (sec XVI) che, «quando Hussein fu ucciso nella piana di Kerbala si fermò il mondo, il sole divenne giallo come zafferano, le stelle caddero. L’orizzonte fu rosso per sei mesi. E il rosso dell’orizzonte si vide ogni giorno, dopo quel fatto, mentre prima non si vedeva». Tutto questo vuol dire anche che 36 anni dopo la rivoluzione khomeinista ancora rimane negli iraniani quell’attaccamento alla trinità culturale “iranità, islamità e modernità”, nella quale essi coniugano novità e tradizione, e che li ha resi peculiari agli occhi del mondo.

Allora perché stupirsi se folle di pellegrini si recano ogni giorno dell’anno sulla montagna di Radwa (a sette giorni di marcia da Medina, in Arabia), dove Sâhib al zamân (colui che domina questo tempo), è nascosto: «in una fonda caverna fra pantere e leoni, invisibile ai sensi, ma presente al cuore dei fedeli». La devozione del pio fedele sciita si è polarizzata su di lui, il Mahdî della Resurrezione che non si rivelerà finché il genere umano non sarà capace di trovare, con il trionfo dell’ecumenismo, la sua unità.

I cristiani, con altri sacri riferimenti, viaggiano in sintonia. Insomma, ci sono le premesse ideali per due ministri della trascendenza che sono pure due capi di Stato. La mistura è sorprendente. Vediamo sullo scenario mondiale l’effetto che  fa.

 

*Vincenzo Maddaloni, giornalista e saggista, negli anni 1978 -79 ha raccontato da Teheran la caduta dello Scià e la presa del potere da parte di Khomeini. Dall’Iran ha firmato negli anni numerose corrispondenze. Ha scritto il libro “L’atomica degli Ayatollah. Il ruolo strategico dell’Iran, la crisi con gli Usa” (con lo scrittore iraniano Amir Modini).


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