di Fabrizio Casari

Come a Nizza, il terrore fatto in casa ha colpito. Alla strage ha fatto seguito, puntuale, la rivendicazione dell'ISIS. Non che vi fossero molti dubbi sulla paternità dell'attentato. Nella dinamica di quanto avvenuto a Berlino ci sono diversi elementi che di forte similitudine con quanto avvenne in Costa Azzurra, a cominciare dalla relativa semplicità con la quale l’attentato è organizzato e realizzato. Non c’è bisogno di una grande preparazione militare per lanciare un camion contro la folla, dunque nemmeno di cellule organizzate e coordinate.

Nella sua barbarie, la relativa semplicità dell’attentato incute dunque un surplus di allarme, perchè se la paternità politica e terroristica è nota, non altrettanto lo sono i possibili lupi solitari in grado di attuare le direttive jahidiste. Il gesto isolato apre infatti scenari inquietanti proprio perché rende la sua prevenzione difficile da organizzare. Ma, come si è visto, il gesto di uno solo non sempre è organizzato in solitudine.

Per quanto Berlino potrebbe apparire come gesto da lupo solitario, la sua realizzazione è stata tutto meno che spontanea. Molto più verosimilmente condivisa - se non ordinata - con l’organizzazione terroristica di riferimento. Assistiamo dunque alla conferma di una modalità operativa con dinamiche diverse da quelle viste a Parigi e Bruxelles. Si conferma la virata verso il ricorso ad unità di kamikaze, piuttosto che di commandos, indicando con ciò una regia militare che lavora ad una riduzione al minimo delle risorse umane ma capace comunque di colpire duro e produrre stragi.

Dovuto forse al ripiegamento militare e finanziario da Siria ed Irak, l’Isis e la sua galassia variamente dispiegata sembrano aver abbandonato la strategia dell’attacco guerrigliero e dello scontro diretto con le forze di sicurezza come avvenne a Parigi. Era quello, probabilmente, un modo di agire legato ad un’altra fase del reclutamento, destinata ad impressionare, a dimostrare come la potenza tecnologica e territoriale del nemico poco può contro la determinazione nel colpire.

Oggi, quando le forze del Califfo sono in ripiegamento, cacciate dalla Siria e dall’Irak, gli attacchi assumono piuttosto una dinamica di retroguardia. Nel primo tipo era l’avanzata militare che forniva alimento e motivazioni alle azioni delle cellule guerrigliere; nel secondo sono le azioni dei singoli che intendono comunicare alle truppe in fuga che, come può, la retroguardia prova a sostenerli.

Ma proprio la complessità di quanto avviene sul terreno mediorientale non deve indurre ad errori di semplificazione eccessiva. Ad Ankara si è trattato di altra storia. Se infatti la data comune potrebbe configurare a prima vista due elementi a sostegno della tesi di una comune regia, non è detto che le cose stiano esattamente così. Il gesto di Berlino è attribuibile all’ISIS, quello di Ankara ha invece origini diverse pur se obiettivi condivisi. Per quanto riguarda Berlino, la similitudine con Nizza e la scelta di rendere i civili obiettivo unico dell’attentato è tipico di una logica che spaccia terrore per terrore, propria di una organizzazione vigliacca, nata per volontà dell’Occidente, giovatasi di migliaia di mercenari sunniti, armata e finanziata dall’Arabia Saudita, ovvero da uno dei regimi più sanguinari ed oscurantisti della storia contemporanea.

L’ISIS è stata forte fino a quando non ha trovato una risposta militare adeguata, ovvero quella che Mosca ha deciso di dare entrando nel conflitto a sostegno del governo di Assad. Con l’entrata in campo dei russi da un lato e dai Peshmerga kurdi dall’altro, il cosiddetto stato del Califfo si è dimostrato aggregato contraddittorio e tutt’altro che invincibile. Aver preso in ostaggio la popolazione civile, essersi riparato dietro di essa nella speranza di veder indietreggiare il nemico, è stato l’ultimo dei suoi errori di valutazione politici e militari.

L’attentato di Ankara, invece, disegna una pista parzialmente diversa da quella dell’ISIS. L'obiettivo è un alto funzionario del governo russo, in prima fila nella cacciata degli jihaidisti dalla Siria. L’attentatore era un poliziotto dei reparti antisommossa che, per un periodo di tempo, aveva anche svolto l’incarico di scorta del premier Erdogan.

Islamico, probabilmente deluso dal cambio di rotta le suo governo in merito alla partita siriana, nell’associare la difesa di Aleppo all’assassinio dell’ambasciatore russo ha offerto una sua possibile carta d’identità politica che rimanda al magma di organizzazioni anti-Assad sostenute da Stati Uniti, Francia e Siria.

Il cambio repentino di linea politica da parte di Erdogan nei confronti di Mosca e dunque della Siria, così come l’arrivo di Trump alla Casa Bianca - che potrebbe comportare la sottrazione statunitense dall’appoggio alle guerriglie finanziate e dirette dai sauditi - ha certamente generato la consapevolezza che la partita siriana è finita. Sono iniziati oggi a Mosca i colloqui tra Russia, Iran e Turchia e l’Occidente, che quella guerra ha voluto, non è di scena.

La guerra è finita e Assad non andrà via se non nel quadro di un accordo con Mosca in tal senso e Francia e GB, private del sostegno USA, daranno vita ad un ripiegamento tattico con vista sulla Libia. In questo senso il gesto di Ankara rimanda ad un atto di disperazione, di protesta estrema contro il proprio governo e il suo cambio di linea politica, oltre che verso i russi.

Che Erdogan incolpi Gulen è ovvio: non solo non vuole apparire a Mosca come alleato inaffidabile, anzi ci tiene a dimostrare come la sua nuova collocazione è ribadita pur se comporta costi di natura politica. Inoltre, approfitterà dell’occasione per stringere ulteriormente il cappio al collo del suo paese, dando vita a nuove ondate repressive ed al rafforzamento delle misure liberticide.

Quello che certamente può indicare quanto avvenuto a Berlino e ad Ankara è quanto le distinte organizzazioni terroristiche si sentano ormai private dei loro originari riferimenti, di quell’interlocuzione privilegiata con chi li aveva ingaggiati a combattere per ridisegnare la mappa del Medio Oriente in chiave sunnita, con il mondo sciita seppellito sotto il tallone delle monarchie del Golfo, trasformatisi da regimi da operetta in dominus nel ruolo di unica potenza regionale.

La commozione per quanto avvenuto ad Aleppo così come in ogni altra città mediorientale, irakene, libiche e siriane soprattutto, restano eredità vergognosa di chi ha scelto di giocare a domino sulla pelle di 500 milioni di persone. Un Occidente che ha inteso la sovversione continuata di ogni ordinamento politico come strada principale per l’imposizione del suo ed ha provato ad aprire il capitolo della guerra permanente senza avere nemmeno un’idea di come governarne le conseguenze.





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