La “riforma” del fisco americano studiata dal presidente Tump e dalla maggioranza repubblicana al Congresso ha superato giovedì il primo ostacolo legislativo di un percorso che si presenta comunque ancora piuttosto complicato. Il pacchetto di misure in discussione negli Stati Uniti è in sostanza un nuovo gigantesco regalo alle grandi aziende e ai redditi più alti che, oltretutto, farà salire vertiginosamente un debito pubblico già a livelli stratosferici.

 

 

Al momento ci sono due versioni all’attenzione del Congresso di Washington. La prima è stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti nella giornata di giovedì e la seconda, con alcuni importanti differenze, si trova al Senato, dove i leader repubblicani, nella migliore delle ipotesi, sperano in un voto dopo il giorno del Ringraziamento, che cade quest’anno il 23 novembre. In presenza di due testi diversi approvati da Camera e Senato, sarà necessario giungere a una versione unica che dovrà essere nuovamente approvata senza variazioni da entrambi i rami del Congresso.

 

I punti principali della “riforma” confermano come essa sia una vera e propria lista dei desideri delle classi più agiate. L’aliquota nominale applicata alle corporations, per esempio, dovrebbe essere abbassata dal 35% al 20%, nonostante già oggi, grazie a espedienti consentiti dalla legislazione esistente, le grandi compagnie americane paghino effettivamente solo una frazione del carico fiscale che dovrebbe gravare su di loro.

 

A scendere sarà anche l’aliquota più alta relativa alla tassa sui redditi delle persone fisiche, mentre verrà eliminata la cosiddetta “Alternative Minimum Tax”, che grava anch’essa in gran parte su determinate imprese e contribuenti benestanti, e ridotta drasticamente la tassa di successione sulle grandi ricchezze.

 

Secondo varie analisi, il carico fiscale per classe media e lavoratori rimarrà sostanzialmente invariato o risulterà addirittura superiore a quello attuale. In alcuni casi, per le fasce più basse dei contribuenti le tasse potrebbero scendere, anche se in maniera decisamente trascurabile. Un’analisi sommaria degli effetti della nuova legge pubblicata dal New York Times spiega ad esempio come un contribuente con reddito tra i 30 e i 50 mila dollari potrebbe risparmiare annualmente poco più di 600 dollari, mentre con entrate al di sopra dei 500 mila si pagherebbero meno tasse per quasi 30 mila dollari.

 

Nonostante l’innegabile orientamento di classe, la legislazione continua a essere presentata dalla Casa Bianca e dai vertici del Partito Repubblicano come se dovesse rappresentare un enorme beneficio per tutti gli americani, sia in maniera diretta, con l’abbassamento delle tasse, sia in maniera indiretta, grazie all’improbabile impulso che darebbe alle attività economiche e industriali.

 

La “rivoluzione” del sistema fiscale americano viene vista in primo luogo come un necessario successo legislativo per l’amministrazione Trump e i repubblicani, soprattutto dopo i ripetuti flop nel tentativo di cancellare la riforma sanitaria di Obama (“Obamacare”).

 

Al Senato sono però da tempo evidenti gli stenti della maggioranza nel mettere assieme i 50 voti necessari all’approvazione. I repubblicani dispongono di 52 seggi su 100 nella camera alta del Congresso e possono permettersi solo due defezioni, dando per scontato il voto contrario compatto dei democratici. In caso di pareggio, sarebbe il vice-presidente Mike Pence a fare da ago della bilancia, ovviamente a favore del provvedimento.

 

Nelle ultime ore sono emersi in maniera ufficiale i primi malumori in casa repubblicana. Il senatore conservatore Ron Johnson del Wisconsin ha detto di essere contrario sia alla versione della Camera sia a quella del Senato, ufficialmente perché le misure previste favoriscono le corporations a spese delle piccole imprese. In realtà, anche “hedge funds”, imprese immobiliari e altre grandi aziende potrebbero essere molto relativamente penalizzate, o favorite in maniera insufficiente, da alcune norme contenute nella “riforma”.

 

L’altro possibile voto repubblicano contrario è quello della senatrice moderata del Maine, Susan Collins. Quest’ultima ha criticato la recente decisione della leadership del suo partito di inserire nella legge sul fisco una misura che riguarda “Obamacare”, cioè l’abrogazione del cosiddetto “obbligo individuale” di acquisto di una polizza sanitaria privata.

 

Questa prescrizione rappresenta uno dei cardini della riforma sanitaria in vigore dal 2010 negli USA, poiché consente di allargare il numero degli assicurati, garantendo così alle compagnie private il mantenimento di livelli di profitto adeguati alla luce del divieto di offrire polizze a individui con “condizioni preesistenti”.

 

L’inclusione di una norma sanitaria in un pacchetto di legge dedicato all’ambito fiscale si è resa necessaria per contenere l’impatto sul deficit federale di quest’ultima. Rimuovere l’obbligo di copertura sanitaria permetterebbe un risparmio di quasi 340 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Questo denaro dovrebbe essere erogato per i sussidi federali destinati all’acquisto di una polizza da parte dei redditi più bassi, come previsto appunto da “Obamacare”.

 

Il risparmio garantirebbe ai repubblicani di contenere l’aumento del deficit derivante dalla loro “riforma” fiscale nella cifra di 1.500 miliardi di dollari in dieci anni. Secondo le regole procedurali del Senato, infatti, al di sopra di questa cifra la nuova legge dovrebbe essere approvata con una super-maggioranza di 60 voti, di cui i repubblicani non possono disporre.

 

A fare doppiamente le spese dell’iniziativa repubblicana sarebbero così le fasce più disagiate della popolazione, colpite sia dal trasferimento di ricchezza verso l’alto della “riforma” fiscale stessa, sia dalla perdita della copertura sanitaria che, in caso di abolizione dell’obbligo individuale, secondo l’Ufficio per il Budget del Congresso riguarderà 13 milioni di persone nei prossimi dieci anni.

 

Questo stesso organo indipendente ha anche ricordato questa settimana che, in base a una legge del 2010, la falla nelle casse federali prodotta dalla possibile riduzione del gettito fiscale renderebbe di fatto automatico il taglio dei finanziamenti a programmi pubblici molto popolari, primo fra tutti Medicare, dedicato all’assistenza sanitaria degli over 65.

 

La norma di bilancio in questione prevede che l’aumento del deficit prodotto da una nuova legge debba essere compensato con tagli alla spesa federale. Se ciò non avviene tramite un provvedimento ad hoc del Congresso, scattano tagli automatici a programmi come appunto Medicare.

 

Uno degli obiettivi primari, anche se indiretto, della “riforma” fiscale in discussione è d’altra parte proprio l’assalto a ciò che resta del welfare americano. Non solo i politici repubblicani e i membri dell’amministrazione Trump continuano esplicitamente a minacciare imminenti interventi per la riduzione della spesa sociale, ma la stessa impennata del deficit provocata dalla “riforma” darà la giustificazione per tagliare drasticamente gli stanziamenti a Medicare e non solo.

 

Per quanto riguarda ancora il ridimensionamento di “Obamacare”, esso è stato inserito nella legge fiscale anche per intercettare il voto di alcuni senatori repubblicani libertari e ultra-conservatori, i quali vedono l’obbligo dell’acquisto di una polizza sanitaria come un’inaccettabile invadenza governativa nelle scelte dei singoli individui. La decisione ha però fatto crescere i malumori tra i senatori centristi e, come in altre discussioni legislative precedenti, ha mostrato come sia corta la coperta in un partito repubblicano attraversato da profonde divisioni interne.

 

Nei prossimi giorni potrebbero risultare comunque più chiare le posizioni di altri senatori non esattamente entusiasti della “riforma” fortemente voluta anche dal presidente Trump. Le pressioni per mandare in porto un qualche risultato legislativo, sia pure a beneficio di un numero molto ristretto di contribuenti ricchi, a quasi un anno dall’insediamento del nuovo Congresso e la frenesia di Wall Street e delle corporation americane di ricevere una nuova montagna di dollari sotto forma di tagli alle tasse, potrebbero però alla fine risultare fattori decisivi.

 

Appena prima della presa di posizione contro la versione attuale in discussione al Congresso dei senatori Johnson e Collins, infatti, un’analisi di Goldman Sachs aveva alzato le probabilità di approvazione della “riforma” fiscale dal 65% all’80%.

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