Non ci sono dubbi sul “se”, solo sul “quando”. Così il portavoce di Trump aveva descritto la decisione del suo presidente di voler trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv e Gerusalemme. Poche ore dopo essa è stata ribadita dallo stesso Trump nel corso di un colloquio telefonico con Abu Mazen, che lo ha fortemente (ma inutilmente) sconsigliato dal prendere una simile iniziativa nei confronti della quale anche Hamas ha avvertito che darà vita ad una nuova Intifada.

 

 

La condanna della Lega Araba e quella del Vaticano sono certe e la stessa pavida Unione Europea ritiene quello di Trump un errore colossale, una iniziativa pericolosissima per la pace in Medio Oriente come ha già dichiarato il presidente fracese Macron. L’annunciata decisione di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele si spiega solo con la volontà dionisiaca di generare una guerra dalle proporzioni enormi e d’ingraziarsi i favori della lobby filo-israeliana nel Congresso e nei media statunitensi.

 

Trump, che troppo ascolta i consigli del genero fervente sionista, Kushner, dovrebbe sapere che l’occupazione militare israeliana della Città Santa è in flagrante violazione del diritto internazionale e che riconoscerla come capitale dello Stato d’Israele indica la volontà da parte statunitense di riconoscere la esclusiva sovranità dello stato ebraico sulla città culla delle tre religioni e di due popoli.

 

Inoltre, è in palese violazione della disposizione generale delle Nazioni Unite, che riconosce solo Tel Aviv come capitale dello Stato di Israele, proprio in ragione della non accettazione della sovranità israeliana sulla città santa. E sebbene sembra che Trump stia valutando se riconoscere l’intera città o solo la parte Ovest della stessa, una decisione in questo senso renderebbe gli Stati Uniti il primo Stato al mondo a riconoscere lo status di Gerusalemme quale capitale dello stato ebraico, aderendo così a quanto dichiarato dalla Knesset, il Parlamento israeliano, che nel 1980 proclamò Gerusalemme “capitale indivisibile ed eterna”.

 

Ma la città è divisa tra parte israeliana e parte araba e gli stessi palestinesi, con molte ragioni, la considerano capitale di Palestina. In questo modo, Israele, unico stato al mondo dai confini non definiti, diverrebbe l’unico stato e la Palestina un luogo indicato dalla lettura del Vecchio e Nuovo Testamento.

 

Per dotazione culturale e capacità di elaborazione politica Trump non è nemmeno in grado di comprendere la portata di quello che la lobby filo-israeliana statunitense gli ha messo sul tavolo. Quale che siano le motivazioni, ciò che una decisione di tal fatta determina è la fine del processo di pace in Medio Oriente, già severamente colpito dal governo Netanyahu.

 

Il quale, con l’uscita di Barak Obama dalla Casa Bianca, ritiene di poter avere le mani libere non solo per proseguire con la politica criminale degli insediamenti israeliani, ma di poter soprattutto approfittare di una oggettiva difficoltà dei palestinesi a porre la questione del loro riconoscimento formale in un quadro mediorientale devastato dalla guerra in Siria.

 

Proprio l’avvicinarsi della ridefinizione del territorio siriano e cosciente di come Assad sia risultato vincitore nella guerra contro il Califfato sponsorizzato dall’Occidente, Netanyahu prova a forzare la mano mettendo in preventivo una rivolta palestinese da schiacciare con la forza ma tentando di bruciare sul tempo una soluzione diplomatica sul riassetto dell’area che non gradirebbe. Assad è rimasto alla guida della Siria e le alture del Golan continuano ad essere oggetto di contesa.

 

L’esercito siriano, tempratosi in anni di guerra, dispone oggi di una dotazione di armamenti e di una capacità militare decisamente superiori a quelle precedenti all’inizio della guerra ed anche Hezbollah, incubo militare di Thesal, appare ulteriormente rinforzata dal ruolo sostenuto nella guerra contro l’Isis. Con l’esito della guerra in Siria ha acquistato un peso maggiore anche l’Iran, nemico storico di Tel Aviv, che in queste ore vede peraltro l’offensiva nello Yemen aumentare di consistenza con la conseguente marcia indietro dell’Arabia Saudita, che di Israele è sempre stata apparente nemica e sostanziale amica. Inoltre, difficilmente Mosca accetterà di rifare le valigie e lasciare il campo, se non in un quadro di riaffermazione del diritto internazionale sulla Siria.

 

La stessa Turchia, che pure ha sostanzialmente appoggiato il califfato in funzione antisiriana, avendo ben presente la necessità di coesione interna su base religiosa per sostenere il regime di Erdogan, ha già avvertito come un decisione statunitense su Gerusalemme come quella paventata aprirebbe una crisi drammatica in tutta l’area. Ankara, del resto, ha aperto un dialogo con Mosca e Teheran nell’intento di trovare un’intesa sulla governance dell’area, nel tentativo di veder ribadire il suo ruolo di potenza regionale e catalizzatore del mondo islamico.

 

Come già lo scatenarsi delle cosiddette “primavere arabe” - che hanno avuto il solo esito di decapitare i regimi laici in Libia e Irak e di proiettare sulla scena mondiale il ruolo regionale delle monarchie saudite e quatariote e la loro follia religiosa - hanno gettato buona parte del Medio Oriente in una guerra permanente, una eventuale scelta di Trump a favore delle pretese israeliane su Gerusalemme avrebbe l’effetto della benzina sul fuoco. Con una prospettiva certa: gli Stati Uniti otterranno altre guerre per continuare a destabilizzare il mondo, autentico core business del Pentagono e dell’economia Usa. I suoi alleati ne otterranno profitti, i palestinesi ci metteranno i morti.

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