Il precipitare della crisi politica e lo stato di emergenza in vigore nelle Maldive sono in larga misura da inquadrare nel sempre più acceso confronto strategico nel continente asiatico; in particolare nelle acque dell’oceano Indiano, tra la Cina da una parte e l’India, assieme agli Stati Uniti, dall’altra.

 

L’apparente trascurabilità del peso politico di questo paese-arcipelago, noto universalmente come meta turistica di lusso, è smentita dalla feroce competizione che coinvolge non solo le potenze regionali, ma anche gli USA e l’Europa, per esercitare su di esso la maggiore influenza possibile.

 

 

Le Maldive, d’altra parte, si trovano in una posizione strategica che fa gola a molti, all’incrocio cioè delle rotte marittime che dal Medio Oriente e l’Africa portano all’Asia meridionale e orientale e da cui transitano ingenti quantità di merci e i rifornimenti energetici diretti ai più importanti paesi del continente, a cominciare proprio dalla Cina.

 

Lo scontro politico interno, affacciatosi in questi giorni anche sui media occidentali, è dunque il riflesso di quello internazionale. A fronteggiarsi sono la fazione della classe dirigente maldiviana che fa capo all’attuale presidente, Abdulla Yameen, e la galassia dell’opposizione, all’interno della quale la figura più influente è quella dell’ex presidente, Mohamed Nasheed. La prima ha costruito rapporti economici e finanziari molto solidi con la Cina, mentre la seconda è irriducibilmente filo-indiana e filo-occidentale.

 

Lunedì, ad ogni modo, il presidente Yameen ha ordinato l’introduzione dello stato di emergenza in tutto il paese, citando in un discorso televisivo il pericolo di un colpo di stato contro il suo governo e la minaccia al funzionamento dello stato. La decisione è stata determinata da un verdetto, emesso il primo febbraio scorso dalla Corte Suprema delle Maldive, che aveva imposto l’annullamento delle sentenze di condanna contro Nasheed e altri otto leader dell’opposizione.

 

Il più alto tribunale maldiviano aveva anche comandato la liberazione di quanti, tra questi ultimi, erano ancora agli arresti e la ripetizione dei processi che avevano portato alle loro condanne. Con una mossa politicamente inaccettabile per Yameen, la Corte aveva poi reinsediato dodici parlamentari che il presidente aveva rimosso lo scorso anno dopo il loro passaggio dal partito di governo all’opposizione. Il loro ritorno in parlamento avrebbe messo Yameen in minoranza e aperto la strada a un voto di sfiducia contro il governo e, teoricamente, a un procedimento di impeachment.

 

Yameen ha fatto anche arrestare due giudici della Corte, tra cui il presidente di quest’ultima, Abdulla Saeed, e l’ex presidente-dittatore maldiviano, nonché suo fratellastro, Abdul Gayoon Maumoon, con cui aveva rotto nel recente passato.

 

Le forze di polizia hanno poi accerchiato l’edificio che ospita il parlamento nella capitale, Malé, impedendo ai suoi membri di accedervi. In seguito, i tre giudici superstiti della Corte Suprema hanno revocato la sentenza di settimana scorsa e rimesso apparentemente tutte le leve del potere nelle mani del presidente.

 

La sentenza iniziale riabilitava soprattutto Nasheed, così da permettergli di candidarsi alle elezioni presidenziali che si terranno nei prossimi mesi. L’ex presidente maldiviano gode di ampi favori a Delhi e tra i governi occidentali. Primo presidente democraticamente eletto nelle Maldive nel 2009, Nasheed fu costretto alle dimissioni nel 2012 su pressioni dei militari e degli ambienti legati al precedente regime.

 

Dopo avere perso le elezioni nel 2013 fu incriminato e condannato a 13 anni di carcere con l’accusa molto dubbia di avere licenziato illegalmente un giudice maldiviano. Nasheed fu poi rilasciato, ufficialmente per motivi di salute, nel gennaio del 2016 grazie all’intervento di USA e Gran Bretagna, ma costretto di fatto a vivere in esilio. Dall’estero, però, Nasheed ha continuato ad adoperarsi con i governi occidentali e quello indiano per la rimozione del presidente Yameen.

 

La stessa Corte Suprema aveva finora assecondato le tendenze autoritarie del presidente. Il cambio di rotta e la sentenza contro Yameen della settimana scorsa sono probabilmente il risultato della campagna condotta dall’Occidente contro il governo maldiviano.

 

Dopo l’iniziativa del presidente, Nasheed ha rilasciato un comunicato ufficiale nel quale ha chiesto al governo di Delhi di mandare sull’arcipelago un proprio inviato e un contingente militare per rimettere in libertà i giudici e i leader politici dell’opposizione. A Washington ha chiesto invece sanzioni per vietare qualsiasi transazione finanziaria con il suo paese.

 

Che la battaglia in corso sia motivata da ragioni strategiche più che democratiche lo ha confermato lo stesso Nasheed, il quale recentemente aveva avvertito che le Maldive “stanno per diventare una colonia di Pechino”, visto che la Cina sta “facendo incetta di terre e infrastrutture” nell’arcipelago e, “di fatto, comprando la nostra sovranità”.

 

Fin dal suo insediamento nel 2013, Abdulla Yameen ha aperto le Maldive all’influenza e agli investimenti cinesi, ma anche, ad esempio, dell’Arabia Saudita. Pechino aveva così iniziato a finanziare una lunga serie di progetti infrastrutturali nelle Maldive, mentre il numero di turisti cinesi ha superato rapidamente quello di qualsiasi altro paese. Ciò aveva da subito irritato l’India e i governi occidentali, già risentiti dalla precedente deposizione di Nasheed, facendo scattare una valanga di denunce contro i metodi autoritari della nuova amministrazione maldiviana.

 

Le tensioni internazionali attorno a questo paese si sono intensificate quando Yameen ha aderito al progetto di integrazione euro-asiatica promosso dalla Cina e conosciuto come “One Belt One Road” (OBOR) o “Nuova Via della Seta”. L’evento decisivo è stato però probabilmente la stipula, lo scorso dicembre, di un trattato di libero scambio tra le Maldive e la Cina, accolto molto negativamente soprattutto a Delhi.

 

Il crescente interesse cinese per le Maldive si scontra con gli sforzi indiani e americani di controllare lo spazio strategicamente cruciale dell’oceano Indiano. Sforzi che a loro volta sono il riflesso delle iniziative di Pechino per assicurarsi rotte marittime e terrestri svincolate dalla minaccia di paesi potenzialmente ostili. La competizione sempre più spinta per l’influenza sulle Maldive ha convinto così gli Stati Uniti e l’India ad accelerare i propri progetti per dare la spallata al regime di Yameen, come sempre sotto la bandiera della democrazia.

 

Alcune delle ragioni dello scontro attorno alle sorti del paese-arcipelago sono state spiegate efficacemente da un’analisi dell’ex diplomatico indiano, M. K. Bhadrakumar, pubblicata dalla testata online Asia Times. Per cominciare, il tumultuoso avvicendamento alla guida delle Maldive nel 2013 tra Nasheed e Yameen fece saltare i negoziati per un accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti dell’amministrazione Obama.

 

Questo accordo rimane con ogni probabilità tra gli obiettivi americani e potrebbe essere riesumato nel caso l’operazione di cambio di regime a Malé dovesse andare a buon fine con il ritorno al potere di Nasheed. La questione è in cima all’agenda di Washington e Delhi, visti anche i timori di un’intesa, mai confermata ufficialmente, tra il governo Yameen e Pechino per la costruzione di una base militare cinese in territorio maldiviano.

 

La dimensione militare delle mire americane e indiane sulle Maldive, spiega ancora Bhadrakumar, ha a che fare con un piano per connettere questo arcipelago con i territori dove già sorgono basi militari delle due potenze, come l’isola Diego Garcia e le Seychelles. Ciò faciliterebbe l’obiettivo di “limitare la presenza di sottomarini cinesi nell’oceano Indiano e il controllo delle rotte marittime attraverso le quali passano buona parte dei commerci con l’estero” di Pechino.

 

Questa strategia va di pari passo con le iniziative promosse da Delhi per rafforzare la presenza navale indiana dallo Stretto di Malacca al Mare Arabico, ovviamente nel quadro della partnership strategica con gli Stati Uniti, a cui il governo di estrema destra del premier Narendra Modi ha dato un impulso decisivo.

 

In definitiva, la crisi in corso nelle Maldive può rappresentare anche un punto di svolta nei rapporti sempre più stretti tra USA e India. Un eventuale intervento di Delhi, per imporre i propri interessi e quelli di Washington a Malé, sarebbe cioè interpretato dall’amministrazione Trump come un segnale della disponibilità della classe dirigente indiana ad abbracciare finalmente e senza riserve la strategia asiatica anti-cinese americana e, di conseguenza, a liquidare i capisaldi della “autonomia strategica” e della “politica estera indipendente” che hanno tradizionalmente contraddistinto la più grande “democrazia” del pianeta.

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