L’accordo raggiunto per la nascita di un nuovo governo di “grande coalizione” in Germania, sotto la guida di Angela Merkel, è stato presentato da buona parte della stampa tedesca ed europea come una sorta di successo del Partito Social Democratico (SPD), in grado di strappare importanti concessioni e incarichi ministeriali che lascerebbero intravedere una qualche inclinazione progressista nell’immediato futuro.

 

 

In realtà, quello che potrebbe nascere di qui a poche settimane a Berlino si prospetta come uno dei governi più a destra del dopoguerra e, certamente, il più reazionario tra quelli animati dalla collaborazione tra SPD, CDU e CSU. Il linguaggio ammiccante a iniziative di “sinistra” nel programma della coalizione, soprattutto con promesse di aumenti più o meno modesti della spesa sociale, è infatti smentito dai punti centrali dell’intesa, i quali indicano chiaramente le tendenze al militarismo, al rigore e all’autoritarismo del prossimo esecutivo tedesco.

 

Il prolungarsi dei negoziati e le stesse “concessioni” fatte alla SPD sono il segnale delle difficoltà a far digerire un accordo di governo all’elettorato di questo partito, dopo che i suoi leader avevano categoricamente escluso la partecipazione a un’altra “grosse Koalition” prima e dopo il disastroso voto di settembre. Il voltafaccia del leader della SPD, Martin Schulz, era giunto dopo il crollo dei negoziati di governo tra CDU-CSU, Verdi e Liberali (FDP) e si era reso necessario per limitare al massimo l’incertezza politica e il rischio di destabilizzazione della prima potenza economica europea.

 

Gli oltre 450 mila iscritti alla SPD dovranno ora ratificare in maniera definitiva l’accordo, con ogni probabilità sotto pressioni enormi della stampa ufficiale, della classe politica tedesca e dell’Unione Europea. Per convincerli a dare il via libera alla coalizione si sprecheranno i riferimenti ai presunti successi ottenuti dal partito durante le trattative con CDU e CSU, mentre allo stesso tempo sarà agitata la minaccia di un nuovo tracollo elettorale della Socialdemocrazia in caso di voto anticipato.

 

La SPD ha oggettivamente ottenuto importanti ministeri, dagli Esteri, dove finirà lo stesso Schulz, alla Giustizia, dal Lavoro all’Ambiente e, soprattutto, quello delle Finanze, a lungo occupato in passato dal super-falco Wolfgang Schäuble. La ripartizione dei dicasteri suggerisce una certa ansia della Cancelliera nel mandare in porto i negoziati per stabilizzare la situazione nel paese, ma anche la certezza del sostanziale allineamento della SPD alle posizioni del suo partito e degli alleati bavaresi ultra-conservatori della CSU.

 

L’impegno per l’aumento della spesa pubblica, che dovrebbe riguardare tra l’altro le infrastrutture, l’educazione e le pensioni, si scontra ad esempio con la promessa di tagli alle tasse per stimolare l’economia, già richiesti dagli industriali tedeschi sull’esempio della “riforma” fiscale approvata a fine 2017 negli Stati Uniti. La ricetta dell’austerity è inoltre fissata nei principi che dovrebbero ispirare le politiche europee del nuovo governo.

 

Concetti come il “rafforzamento della competitività europea” e “del potenziale di crescita nel contesto della globalizzazione” significano prosecuzione delle politiche di rigore, di precarietà del lavoro e di impoverimento di massa in tutto il continente per incrementare i profitti del capitalismo tedesco.

 

Non solo: ipotizzare politiche economiche anche solo minimante progressiste con il probabile nuovo titolare delle Finanze è semplicemente assurdo. Anche se non ancora nominato ufficialmente, la stampa tedesca ha indicato come nuovo ministro il sindaco socialdemocratico di Amburgo, Olaf Scholz.

 

Un’economista della Banca VP del Liechtenstein, intervistato da Bloomberg News, ha assicurato che “Scholz non è molto lontano dalle posizioni di Schäuble”, non essendo ascrivibile alla sinistra della SPD, bensì “all’ala liberale”. Per la stessa agenzia di stampa, Scholz, in qualità di ministro del Lavoro nel governo Merkel tra il 2007 e il 2009, “si era ritrovato spesso a difendere i tagli alla spesa sociale, decisi dal gabinetto, dagli attacchi della sinistra della SPD”.

 

Scholz è d’altra parte considerato vicino all’ex cancelliere socialdemocratico, Gerhard Schröder, del quale ha in passato elogiato la “riforma”, ovvero il radicale ridimensionamento, dello stato sociale tedesco. Il possibile futuro ministro delle Finanze tedesco si era anche distinto nel luglio dello scorso anno per la gestione del G-20 di Amburgo, segnato dalle provocazioni della polizia e dalla durissima repressione delle proteste contro i leader mondiali riuniti nella città da lui guidata.

 

A fare da sfondo alle discussioni sulla nuova “grande coalizione” e a rappresentare il fulcro dell’azione del prossimo gabinetto Merkel è comunque la promozione delle ambizioni da grande potenza della Germania, sia pure dietro lo schermo dell’Europa. I richiami alle “responsabilità” tedesche in un clima internazionale sempre più teso e segnato dal costante sgretolamento dell’ordine seguito al secondo conflitto mondiale sono le premesse per un decisivo impulso al militarismo e all’interventismo di Berlino a beneficio del business indigeno.

 

Questi impegni sono legati direttamente a quelli, ugualmente contenuti nella piattaforma programmatica del nuovo governo, per “modernizzare” e rafforzare drasticamente le forze armate. L’obiettivo è quello di portare la spesa militare al 2% del PIL, come chiesto da tempo dalla NATO, e creare uno strumento agile ed efficace per la difesa degli interessi del capitalismo tedesco ovunque essi siano in gioco.

 

In termini numerici, ciò comporta destinare decine di miliardi di euro all’ambito militare nei prossimi anni, rendendo ancora più improbabile la liberazione di risorse dirette a quello sociale. La priorità resta d’altronde la posizione internazionale del capitale tedesco, da consolidare e rafforzare in un panorama globale che propone sfide delicate ma anche opportunità significative, determinate in primo luogo dall’involuzione nazionalista americana sotto l’amministrazione Trump.

 

Un altro punto dell’accordo SPD-CDU-CSU che illustra gli orientamenti del prossimo governo è quello relativo all’irrobustimento dell’apparato della sicurezza interna, ufficialmente sempre in nome della lotta al terrorismo. Un segnale inequivocabile, quest’ultimo, della necessità di far fronte a tensioni sociali già vicine al livello di guardia, come ha dimostrato il recente massiccio sciopero di alcuni importanti settori industriali della Germania.

 

Il nuovo governo Merkel promette o, meglio, minaccia la messa a disposizione di equipaggiamenti migliori per le forze di polizia, il reclutamento di migliaia di nuovi agenti, l’aumento degli strumenti di controllo della popolazione, la razionalizzazione delle strutture della sicurezza e dell’intelligence, nonché, partendo da una legge approvata recentemente, una nuova anti-democratica espansione dei poteri di sorveglianza del web.

 

Sulla questione scottante dell’immigrazione, infine, le linee guida della “coalizione” sono solo apparentemente più morbide rispetto alle proposte in questo ambito del partito di estrema destra AfD (“Alternativa per la Germania”). Alcuni dei principi della formazione xenofoba entrata in parlamento sono stati fatti propri dai leader di SPD-CDU-CSU, ben intenzionati a “evitare il ripetersi della situazione del 2015”.

 

Il nuovo governo di Berlino fisserà infatti un tetto massimo agli ingressi in Germania, in modo da “restringere i movimenti dei migranti”, mentre, con il consueto linguaggio in parte freddamente burocratico e in parte falsamente benevolo, si prospetta un’accelerazione dei rimpatri, attraverso procedure anti-democratiche, e il rafforzamento delle “protezioni” ai confini europei per limitare l’afflusso di nuovi disperati.

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