L’impegno preso nel fine settimana dal presidente americano Trump di ritirare il suo paese dal Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie (INF) con la Russia rappresenta un attacco frontale agli equilibri emersi dal periodo post-Guerra Fredda e minaccia di dare un ulteriore impulso alla corsa agli armamenti su scala globale.

 

La decisione, non ancora definitiva, potrebbe creare per la prima volta da quasi mezzo secolo un quadro nel quale non è in vigore un accordo vincolante sulla limitazione delle armi nucleari tra le due principali potenze militari del pianeta. L’altro trattato-chiave tra USA e URSS in questo ambito era quello sui Missili Balistici (ABM), sottoscritto nel 1972 a Mosca e già ripudiato dall’amministrazione Bush nel dicembre del 2001.

 

Come in quest’ultima occasione, anche la recente mossa di Trump si inserisce in una evidente accelerazione degli impulsi militaristici della classe dirigente americana, rivolti ormai pericolosamente contro potenze come Russia e Cina.

 

 

Trump ha dato l’annuncio della possibile uscita dall’INF durante un comizio elettorale  a Elko, nel Nevada. Il presidente americano ha affermato la necessità per gli Stati Uniti di sviluppare le armi coperte dal trattato, per poi dare la colpa della sua decisione al governo di Mosca. Per Trump sarebbe infatti la Russia ad avere violato da anni l’accordo, tanto che, a suo dire, l’amministrazione Obama avrebbe dovuto a suo tempo boicottare l’INF.

 

Simili accuse sono rivolte almeno dal 2014 alla Russia, il cui governo sarebbe in violazione dell’INF per via di un programma di missili terra-aria che, secondo Washington, potrebbe permettere a Mosca di lanciare un attacco nucleare contro i paesi europei. Il governo russo, da parte sua, ha sempre respinto queste accuse. Le denunce americane non sono tuttavia mai cessate, fino a che, lo scorso 2 ottobre, sono culminate in una gravissima dichiarazione dell’ambasciatrice USA presso la NATO, Kay Bailey Hutchinson, la quale aveva ipotizzato la “eliminazione” dei missili russi che andavano contro il dettato dell’INF.

 

Il cosiddetto Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty era stato negoziato e firmato a Washington nel dicembre del 1987 da Mikhail Gorbachev e Ronald Reagan. Esso vieta la produzione e il posizionamento di tutti i missili convenzionali e nucleari con un raggio compreso tra i 500 e i 5.500 km, ad esclusione di quelli lanciati dal mare.

 

Le parole di Trump sono state prevedibilmente condannate dal Cremlino, da dove la richiesta della Casa Bianca di mettere fine al programma missilistico russo è stata bollata come un “ricatto”. Il vice-ministro degli Esteri, Sergey Ryabkov, in un’intervista all’agenzia di stampa TASS ha inquadrato correttamente il problema dell’INF per Washington. Il trattato, cioè, sarebbe un impedimento agli sforzi americani per ottenere “la totale dominazione in ambito militare”.

 

In effetti, il tentativo di assegnare la responsabilità alla Russia, così come alla Cina, per il possibile fallimento dell’INF è una distorsione della realtà dei fatti di questi anni. Il trattato, coma ha sostenuto Ryabkov, rappresenta piuttosto un freno alle ambizioni di potenza degli Stati Uniti, visto che limita il processo di militarizzazione con cui questo paese intende affermare o salvare quel che resta della propria declinante supremazia globale.

 

L’annuncio di Trump non arriva d’altra parte dal nulla. Il trattato è infatti oggetto di attacchi dall’interno dell’apparato militare e dei vertici politici americani da svariati anni, proprio perché inadeguato a fronteggiare le minacce crescenti allo strapotere di Washington in un mondo tendente al multipolarismo.

 

Il ripudio dell’INF da parte americana serve nel concreto principalmente a due scopi. Il primo è il posizionamento di missili intermedi in Europa, ovviamente in funzione anti-russa, mentre il secondo riguarda la competizione con Pechino.

 

Anzi, prima ancora delle accuse rivolte contro la Russia, sezioni della classe dirigente USA avevano sollevato la problematicità dell’INF in relazione agli interessi strategici americani in una zona cruciale come quella dell’Estremo Oriente e del Pacifico. In sostanza, per gli Stati Uniti l’impossibilità di posizionare missili a medio raggio in quest’area del pianeta a causa del trattato con Mosca lasciava senza risposta la minaccia rappresentata da questi stessi ordigni sviluppati dalla Cina, non legata invece ad alcun accordo bilaterale.

 

La presunta minaccia cinese in questo senso è però in realtà una mera risposta a un’aggressività americana sempre più marcata, soprattutto dopo la formulazione del concetto di “svolta” asiatica formulato a Washington sul finire del primo mandato del presidente Obama.

 

L’eventuale uscita degli USA dall’INF prospetta comunque cambiamenti preoccupanti negli equilibri militari e strategici internazionali. Anche politici americani e governi alleati degli Stati Uniti, pur accusando la Russia di violare il trattato, hanno invitato perciò la Casa Bianca alla prudenza in questi giorni.

 

Il governo tedesco, in particolare, è apparso il più preoccupato per la decisione annunciata da Trump. Il ministro degli Esteri di Berlino, il socialdemocratico Heiko Maas, ha accennato alle “questioni delicate” sollevate dall’eventuale naufragio dell’INF, con ovvio riferimento al rischio di un conflitto nucleare sul suolo europeo. Più in generale, in molti hanno messo in guardia dalla nuova corsa agli armamenti che la fine del trattato provocherebbe.

 

Le preoccupazioni da questa parte dell’Atlantico sono aggravate anche dal ricordo della vicenda degli “euromissili”, risolta proprio dall’INF e contro la cui installazione negli anni Ottanta si erano scatenate ondate di proteste popolari.

 

Nel clima odierno di crescenti tensioni sociali e alla luce dell’ostilità per la macchina da guerra e del discredito del governo americano, così come di quelli occidentali, la sola notizia della possibile installazione di missili nucleari in Europa rischia di far scoppiare nuove manifestazione di aperto dissenso.

 

La questione del Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie sarà discussa in questi giorni dal presidente russo Putin e dal consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Bolton, protagonista lunedì e martedì di una visita a Mosca programmata da tempo. Putin ha già fatto sapere di volere chiedere spiegazioni all’ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite.

 

I colloqui rischiano però di essere particolarmente tesi, anche perché, come aveva scritto lo scorso fine settimana il britannico Guardian, è lo stesso Bolton che avrebbe insistito con Trump sull’uscita dall’INF, nonostante perplessità e resistenze manifestati da altri esponenti dell’amministrazione repubblicana e dalla maggior parte dei paesi alleati degli Stati Uniti.

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